A caccia nella savana

Sono stato avvistato da un leopardo. Se fosse solo per quello, sono stato avvistato, nell’ordine, anche da scarabei stercorari, pipistrelli, uccellacci e uccellini, formichieri, porcospini, dik-dik, zebre, giraffe, bufali, elefanti. È il mio mestiere osservare gli animali, ma sono sicuro che, nella maggior parte dei casi, sono loro ad avvistare me per primi, per poi sciaguratamente infrattarsi. Al solo scopo di complicare la ricerca scientifica, credo. Ma farsi avvistare da un leopardo è una cosa speciale, soprattutto perché il contrario non capita quasi mai. La sensazione è di tornare indietro di due milioni di anni, al tempo in cui, nella savana, eravamo preda tremebonda e non predatori.

«Elusivo, silenzioso, liscio e flessuoso come seta pura, è un animale dell’oscurità e anche nel buio si muove da solo». Così scrive del leopardo, in tempi piuttosto recenti (1968), Edey, appiccicando al povero felino un’aura romantica che penso, derivi dal semplice fatto che l’osservazione di questo animale è oggettivamente difficile. Se invece andiamo a vedere con che cosa nutre i suoi 50-60 kg di peso, il leopardo ci appare subito un po’ meno nobile. Nel suo stomaco si trova di tutto: il 50% del cibo è costituito da gazzelle di piccola e media taglia (Thomson’s, impala), ma il resto comprende una straordinaria (per il regno animale) lista di insetti, anfibi, rettili, pesci e 20 specie di mammiferi, che vanno dagli gnu ai babbuini, dalle lepri ai maiali selvatici, dall’irace (un animaletto che sembra una marmotta, mentre è il più prossimo parente dell’elefante) alla zebra. È particolare la predilezione che il leopardo ha per gli altri carnivori: si accanisce veramente solo contro lo sciacallo (probabilmente lo infastidisce la sua plebea insistenza nella mendicità; si conosce un record di 11 sciacalli uccisi da un solo leopardo in 3 settimane), ma non disdegna di mangiarsi volpi, serval e ghepardi. Naturalmente gli piace anche il pollo, sotto forma di francolini e faraone (particolarmente abbondanti lungo le rive dei fiumi aridi e stagionali) o anche di avvoltoi. Vittime numerose del leopardo sono poi le gru europee, che hanno poche occasioni di addestrarsi al comportamento dei grandi felini quando vivono nelle nostre campagne.

Il leopardo che, come tutti, giudica gli altri secondo il proprio metro, è diffidente. Nella maggior parte dei casi uccide animali che pesano dai 20 ai 70 kg ma, dato che consuma circa 4 kg di carne al giorno (negli zoo solo un chilo), trasporta le eccedenze sugli alberi dove organizza vere e proprie dispense, al sicuro dagli altri predatori. Ho visto solamente alcuni corvi in grado di impadronirsi della carne così sistemata, ma anche qui a forza di petulanti insistenze: sua altezza il leopardo si limitava ad aprire la bocca come per ruggire, senza emettere un suono. Il gesto era sufficiente ad allontanare i corvi per un po'; alla fine però divennero ribaldi e cominciarono ad arraffare bocconcini. E il leopardo se ne andò, disgustato da tanta miseria.

Aumenta comunque il nostro rispetto verso il leopardo, se consideriamo che è in grado di issare a 15 metri di altezza, tenendolo con la bocca, un peso che può essere il doppio del suo. Questo spiega la potente muscolatura sul collo, la coda che serve da equilibratore e la leggendaria abilità a muoversi sugli alberi, caratteristica non condivisa dagli altri grandi predatori della savana. È interessante notare, infatti, che i leopardi asiatici trasportano il cibo sugli alberi molto raramente: in quelle zone non ci sono competitori organizzati, come leoni o iene, in grado di impadronirsi della preda a terra. I tipici depositi aerei costituiscono un comportamento che il leopardo ha evoluto in savana. Non si conosce molto dei metodi di caccia del leopardo ma, dato che non ha la potenza e l’organizzazione del leone, né la velocità del ghepardo, si assume che usi esclusivamente il mimetismo e la sua abilità per avvicinarsi alla preda, da abbattere poi con un ultimo balzo.

A guardar bene, la savana non sembra fatta per i solitari. Il predatore più efficiente è il licaone, l’orrido (a me piace) cane selvatico. Si presenta con grandi orecchie alla Topolino, un corpo smilzo e sproporzionato, un brutto muso e un pelame ispido a macchie indefinite di tutte le sfumature tra il nero e il giallo. Un gruppetto organizzato di questi cosiddetti «assassini innocenti» (da Jane Goodall) è in grado di catturare nel 90% dei casi prede anche molto grandi, come le zebre. I movimenti dei licaoni sono perfettamente coordinati: alcuni isolano la preda, altri la sfiancano (un licaone è in grado di trottare a 40 km/h per ore, se non per giorni) e infine l’attaccano.

Per prima cosa un licaone afferra la zebra al muso, molto sensibile per la presenza di una fitta rete nervosa che serve per la comunicazione sociale (ecco perché si carezzano i cavalli sul muso e non sulla testa, come i cani e i gatti); un altro la morde ai genitali, altri l’assalgono alle zampe. L’animale, sotto shock per il dolore, si immobilizza e viene sventrato vivo. La lentezza della cruenta operazione viene spesso scambiata per cieca ferocia, ma è solo un metodo molto efficiente per il licaone di riempire la pancia dei suoi cuccioli (bruttissimi), cui amorevolmente rigurgita il cibo. Affinché questo avvenga, i piccoli sollecitano l’adulto con mordicchiamenti attorno alla bocca, che provocano un rigurgito riflesso.

Noi siamo abituati a considerare il leone come il re degli animali. Ma da queste parti sono le prede, non i predatori, a farla da padrone. Leopardi e licaoni sono solo un piccolo tassello della complessa rete di interazioni che, gestita dagli ungulati vegetariani, dà alla savana la sua forma. Guardate le piante, secche e contorte: talvolta le troverete di forma strana, come se fossero potate tra i 2 e i 5 metri. Sono state le giraffe che, con l’aiuto di una lingua di 40 cm, strappano i germogli tra le spine. Se la giraffa muta la forma delle acacie, le spine cambiano l’anatomia della giraffa. E non parlo solo del collo, ma anche di particolari minimi quali le grandi ciglia che danno quell’aria così femminile anche ai bruti stalloni di una tonnellata e mezzo di peso (in grado di spaccare con un calcio la testa di qualsiasi leone, ecco perché questi animali hanno vita lunga e tranquilla). Le ciglia della giraffa, come quelle di tutte le antilopi, quali i maestosi kudu o le graziose impala (i famosi «occhi di gazzella») che non si nutrono di erba ma di foglie, di piante e cespugli, servono solo da terminale nervoso per segnalare il pericolo agli occhi, costituito dalle feroci spine giganti delle acacie.

Anche le corna sono in funzione della vegetazione. Il kudu è un’antilope e di grossa taglia, con corna imponenti e di forma particolare, molto spiralate. Vive ai margini tra savana e boscaglia fitta e si nutre di foglie e non di erbe. Per muoversi in un ambiente simile, le corna non sono certo un ornamento adatto. Ma i maschi ne hanno bisogno per le esibizioni e i combattimenti rituali nella stagione degli amori. Sono allora le femmine, di cui è importante garantire la mobilità e la sopravvivenza, a perderle. Quasi tutte le specie di erbivori che vivono tra i fitti cespugli hanno come caratteristica l’assenza delle corna tra le femmine: come esempio potremmo accennare all’impala e al gerenuk. Invece le gazzelle di Thomson, gli springbock e tutte le specie che vivono nella savana aperta presentano le corna in entrambi i sessi. La mia guida samburu cercò di spiegarmi le reti di interazione ecologica della savana con un proverbio: «Chi non sceglie i suoi cespugli, non farà buoni incontri».

 

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Un leopardo porta la preda nella sua «dispensa» su un albero. Al centro, licaoni attaccano una zebra, mentre le giraffe brucano un’acacia, la pianta di cui si nutrono anche le antilopi kudu (a sinistra). Il ciclo si conclude con gli avvoltoi (sullo sfondo) che distruggono le carcasse. (© A. Salza)

Alberto Salza

 

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