La nostra vita sotto le stelle

Castilla-La Mancha

Esiste albergo più stellato di un furgone posteggiato a cielo aperto? A sceglierlo, negli ultimi anni, è una community sempre più vasta di vanlifers, uomini e donne che decidono di viaggiare senza troppe comodità, ma in totale libertà. E spesso, alla fine, decidono di trasformare quel mezzo di trasporto nella loro casa, in apparenza dagli spazi ristretti, ma che in realtà mette il mondo intero a disposizione. A raccontare questo stile di vita alternativo sono il regista Armando Costantino e la moglie Mel Candea, anche loro vanlifers da circa sei anni, che hanno creato un documentario unico nel suo genere con l’obiettivo di ispirare altre persone a fare rifornimento, mettere in moto e partire.

Melony Candea e Armando Costantino
Melony Candea e Armando Costantino

Armando, perché hai deciso di girare questo documentario?
Quando io e Mel siamo partiti sei anni fa, le informazioni sulla vanlife erano molto scarse e chi come noi decideva di vivere on the road era considerato quasi un senzatetto. Nel tempo, la prospettiva si è completamente rovesciata: oggi scegliere questa libertà è una chimera, un miraggio a cui molti ambiscono, ma c’è tanta paura di mollare tutto e partire. Per questo ho voluto confezionare un film che fosse di ispirazione per altre persone, raccogliendo le storie di chi vive viaggiando. C’è chi lo fa da solo, come Allegra, Mike o Rene; chi lo ha deciso in coppia, come Valine e CromCeci e Giordan oppure Theo e Bee; chi addirittura vive in un furgone con l’intera famiglia al seguito, come Olaf, Asa, Mika, Toya, Kalle e la loro cagnolina Stella. Per un soffio non sono riuscito a intervistare anche una donna di 70 anni, che avevo conosciuto in Sicilia ma è dovuta ripartire poco prima delle riprese…

Hai rappresentato quasi tutte le categorie, insomma…
Sì, perché non esistono scuse. Non sono i figli a impedirlo, né un determinato lavoro e neppure la fidanzata o la famiglia di origine. Per tutto si può trovare una soluzione. Il segreto di una vita diversa sta soltanto nel trovare il coraggio di eliminare tutte le cose inutili e ritrovare la libertà. C’è un detto che dice: “Meno mucche, meno problemi”. Nel senso che meno cose possiedi, meno ti ritrovi stritolato fra gestioni, obblighi e doveri.

Vanlifers: Armando Costantino, Melony Candea

E come si fa ad eliminare il superfluo?
Per esempio, io ho vissuto undici anni in Bulgaria, dove ho lavorato nell’ambiente dei media, fra televisione, cinema e pubblicità. Nel 2012 ho capito che avevo bisogno di altro, per cui ho venduto tutti i miei averi: libri, dischi, vestiti e quello che avevo accumulato nel tempo. Fuori tutto in soli due giorni. Alla fine, sono riuscito a mettere quello che realmente mi serviva in uno zaino da montagna.

A quel punto, sei partito?
Sì, mi sono messo in viaggio e sono passato dalla Repubblica Ceca, dove tre anni prima avevo conosciuto Mel. Fra di noi c’era stato un flirt, ma le nostre strade si erano divise. Tre anni dopo, mi sono presentato davanti al suo portone e le ho chiesto se voleva viaggiare con me. Ed eccoci qua, marito e moglie.

Com’è nata l’idea del furgone?
Quasi per caso, direi. Mi trovavo a Praga, dove facevo il madonnaro, quando davanti all’ostello in cui ero ospite si è fermato un furgone modello Westfalia. Mi sono avvicinato per chiedere informazioni e il proprietario mi ha detto che aveva appena messo un annuncio per venderlo. Una settimana dopo, era mio. La prima cena è stata davanti al Parlamento di Budapest e, da quel giorno, io e a Mel non ci siamo più fermati. Abbiamo attraversato l’Europa in lungo e in largo, a contatto con le persone locali e alla scoperta di luoghi affascinanti.

Si può vivere un’esperienza come la vostra anche a bordo di un camper, una “casa” altrettanto itinerante ma dotata di ogni comfort. Perché avete scelto proprio un furgone?
Quando abbiamo deciso di partire, ci siamo domandati quale mezzo potesse darci la libertà di raggiungere luoghi spesso impervi. Con un camper non puoi andare dappertutto, con un furgone sì. Logico, questo ha comportato la rinuncia ad armadi pieni di vestiti e tanti ricordi, come la collezione di vinili che ho venduto prima di mettermi in viaggio, ma oggi in cambio abbiamo l’opportunità di esplorare posti incredibili, che un mezzo più grande non ci consentirebbe di raggiungere. Ma è anche una questione di costi, perché noi possiamo fermarci ovunque, in soste libere o addirittura in pieno centro delle città, mentre in camper saremmo costretti a cercare un campeggio o un’area attrezzata.

Vanlifers: Armando Costantino, Melony Candea

E come riuscite ad essere indipendenti?
Il furgone era già attrezzato di frigorifero, cucina a gas e lavandino, ma noi abbiamo aggiunto tutto ciò che occorreva per essere autonomi, come due pannelli solari che ci danno modo di avere una doccia con l’acqua calda. Potremmo restare fermi per un mese nel luogo più remoto del pianeta senza avere problemi.

Ovviamente, la vanlife non ha soltanto il lato “bello” che si vede nelle immagini su Instagram, ma anche difficoltà e problemi quotidiani. Non è così?
In effetti, il mio documentario vuole testimoniare anche questo aspetto. Vivere in un furgone non è certo comodo e neppure facile, ma consente di conoscere culture differenti, vedere luoghi incantevoli, stringere amicizie con persone stupende. Ogni cosa nella vita va sempre messa sulla bilancia e poi valutata in base al piatto che pesa e offre di più. Forse, la difficoltà maggiore è prendere la decisione di partire, superando tutte le scuse con cui giustifichiamo la nostra immobilità. E invece bisogna mettere in pratica quello che si culla nel cuore, senza mai prenderlo come un sogno, ma considerandolo un progetto da costruire ogni giorno.

Non avere una meta precisa da raggiungere e neppure luoghi fissi in cui tornare non fa sentire persi, disorientati o senza radici?
Certo, a me succede soprattutto al mattino. Mi capita di aprire gli occhi e non avere la più pallida idea di dove mi trovo, perché ci spostiamo continuamente e questo può confondere. Però una casa ce l’abbiamo, solo che ha le ruote e cambia panorama ogni giorno. Così come abbiamo le nostre abitudini e determinati ritmi, ma non stressanti come quelli di prima. Troviamo il tempo da dedicare a noi stessi, alla nostra crescita personale e di coppia, ai nostri bisogni, agli interessi che abbiamo.

Vanlifers: Armando Costantino, Melony Candea

Ci sono vanlifers che postano foto dove mostrano prodotti pubblicitari, i cui brand pagano piuttosto bene per apparire. Questo stile di vita, che dovrebbe rappresentare un ritorno alla natura, non rischia di trasformarsi in un business nell’epoca dei social?
Di certo esistono persone che fanno affari in questo modo e richiamano la community dei social con immagini ammiccanti o promozionali. Ma con il documentario ho voluto mostrare l’altra faccia della vanlife, quella vera, senza filtri, senza troppi selfie.

C’è qualcosa che accomuna i vanlifers?
Ognuno ha la propria storia. C’è chi voleva allontanarsi dal mondo aziendale, chi voleva fotografare paesaggi, chi era annoiato dalla sua vita “perfetta”. E c’è chi è partito con un progetto, come John e Tracy, che dopo due lutti famigliari hanno deciso di girare il mondo per promuovere il benessere e la pace mentale che si provano vivendo all’aria aperta, per cui raccontano storie di chi pratica attività outdoor per stare meglio ed essere felici. Forse, a legarci sono la voglia di libertà e il desiderio di staccarci da quella continua rincorsa al successo e al denaro che domina al mondo e che, alla fine, ci chiude solo in una scatola.

Come ci si mantiene in viaggio?
Negli ultimi anni, sono fiorite numerose professioni che possono essere svolte da remoto, grazie alla connessione ad Internet, oppure ci sono lavori stagionali, da svolgere all’interno di fattorie ad esempio, come la raccolta di frutta o verdura. Logico, bisogna reinventarsi e avere flessibilità. Una delle grandi lezioni che abbiamo ricevuto in questi anni è che non bisogna spendere troppo tempo a pensare al problema, ma piuttosto bisogna trovare una soluzione.

Adesso dove vi trovate?
In Spagna. L’idea è quella di proseguire verso il Portogallo, perché logicamente d’inverno ci si sposta in località dal clima mite, per poi risalire la costa atlantica della Francia e sfruttare i mesi estivi per visitare Irlanda, Scozia e parte dell’Inghilterra. Ma i programmi possono cambiare dalla sera alla mattina: è anche questo il bello del vivere on the road.

Credi che vivere con questa libertà renda più felici?
Per quanto mi riguarda, sì. Ma c’è anche chi trova la felicità nell’andare tutti i giorni in ufficio, avere successo o comprare un oggetto costoso. Il concetto di felicità ha mille facce, non è univoco e non calza a pennello su tutti. Per di più, è qualcosa di fugace, un attimo che arriva e poi sparisce. In questi sei anni mi sono ritagliato tanti momenti di felicità, in forma diversa rispetto a prima: per esempio, quando vivevo a Sofia, ricordo che una sera mi sono regalato un televisore al plasma. Ero felice in quel momento, ma il giorno dopo l’entusiasmo era già svanito. Questo per dire che spesso la felicità è un grafico fatto di alti e bassi, mentre questo stile di vita ne disegna uno più lineare, senza grandi picchi verso l’alto ma neppure brusche cadute verso il basso. Sotto le stelle, riesco sempre a trovare una base di felicità: mi basta avere del cibo da mettere in tavola e del diesel nel serbatoio per stare bene, guardare avanti e assaporare la vita in ogni sua sfumatura.

Paola Rinaldi

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