Benvenuta al Nord

Una marcia silenziosa attraverso la natura estrema, a tu per tu con Madre Terra. Prima di quel momento, Mirna Fornasier aveva già battuto con il marito i sentieri della Scandinavia, ma una voce interiore continuava a ripeterle che doveva affrontare quel viaggio da sola. Appassionata di trekking, Mirna si fida del suo istinto e nel 2008 parte con lo zaino in spalla alla volta dell’ultima grande area wilderness d’Europa, il Padjelanta National Park, nella Lapponia svedese. Attraverso i paesaggi mozzafiato e la natura estrema della terra dei Sami, la sua marcia avventurosa dura dieci giorni e 150 chilometri: nel Grande Nord, tutto appare immutato dalla notte dei tempi, non esistono strade, alberghi, elettricità, funivie. A distanza di quattro anni dalla sua avventura, la coraggiosa bellunese continua a essere protagonista di numerose tavole rotonde, proiezioni e kermesse dedicate all’escursionismo, in cui emerge il suo orgoglio di essere donna.

La tua è stata sicuramente un’impresa, eppure non ti piace definirla tale. Perché?
Perché mi ritengo una persona comune e, dunque, la mia avventura è sicuramente alla portata di molti, seppure con la dovuta esperienza e preparazione. Questo è uno dei motivi che mi ha convinta a scrivere un libro: abbiamo il dovere di portare a compimento i nostri sogni, perché spesso la loro realizzazione è molto più semplice di quanto pensiamo.

Ti riferisci al libro “Nel silenzio dell’Aquila” (Gingko edizioni, 120 pagine, 13 euro). Perché hai scelto di scriverlo in terza persona?
Quella in Lapponia è stata una delle esperienze più forti della mia vita e volevo raccontarla agli altri, senza tralasciare nulla di quello che era stata: paura, fiducia, pianti di sconforto o di gioia, angoscia, serenità, fierezza. Ma caratterialmente sono molto riservata e quella discrezione mi impediva di trasmettere tutte quelle emozioni. Così, ho deciso di raccontare il mio viaggio in terza persona, lasciando che fosse Miki a camminare al mio posto. Con questo stratagemma, sono riuscita a superare il mio riserbo e a raccontare le mie emozioni attribuendole a un personaggio osservato dall’esterno.

Il tuo alter ego…
Sì. Miki è una madre quarantenne alla ricerca della salvezza per suo figlio adolescente, scampato per miracolo a un incidente d’auto all’uscita di una discoteca. Anche questo episodio è vero, perché quando sono partita mio figlio aveva avuto davvero un incidente che per fortuna ha avuto un epilogo positivo, ma in ogni caso mi ha scossa profondamente. Sono partita con questa angoscia dentro, che viene riflessa anche nel libro.

Parli spesso di “chiamata” quando racconti il tuo viaggio: perché?
Durante un’esperienza in Norvegia con mio marito, è scoccato un colpo di fulmine per la montagna: a quel punto, oltre alle nostre Dolomiti, abbiamo iniziato a frequentare le zone montuose del Grande Nord e ogni volta rimanevo affascinata dal silenzio e dell’immensità di quei luoghi incontaminati. Poco a poco, ho iniziato a chiedermi come sarebbe stato attraversare quei paesaggi in completa solitudine, senza nessuna distrazione né sostegno. Quella domanda si è trasformata in un tarlo costante, che ha continuato a martellare nella mia testa fino a quando ho sentito una sorta di chiamata, quasi una necessità di partire.

Dunque, un’esigenza interiore…
Sì. Nella vita, capita a tutti di sentire il bisogno di fare qualcosa, senza sapere come, quando o perché. Devi farlo, punto. Questa esperienza è stato questo per me e ha rappresentato una sorta di cammino personale: al di là del viaggio che mi ha condotta in Svezia, nei dieci giorni di trekking ho attraversato territori selvaggi, in cui era davvero difficile trovare qualcosa al di là della natura. Di tanto in tanto, incontravo qualche bivacco attrezzato per la sosta, ma io ho scelto di montare la tenda ogni sera per vivere appieno l’abbraccio con Madre Terra. L’isolamento in quei luoghi è totale, tanto che a metà percorso ci si ritrova a cinque giorni di cammino dalla prima strada o casa, privi di qualunque segnale sul cellulare. Ma, in fondo, l’isolamento era proprio quello che cercavo.

A tuo parere, è più difficile per una donna ascoltare queste “chiamate” interiori rispetto ad uomo?
Sicuramente sì. Noi donne spesso ci autocensuriamo e, soprattutto quando siamo madri, mettiamo da parte i nostri desideri per amore della nostra famiglia. Mio figlio era già grande quando sono partita, ma in caso contrario sono certa che avrei messo a tacere la voglia di andare. In più, a questa vocazione naturale verso gli altri, si aggiunge un background culturale che passa alle donne il messaggio di non essere in grado di fare certe cose da sole. Ci sono donne straordinarie che trascorrono la loro vita con un inspiegabile senso di inferiorità. Io stessa sono cresciuta con una madre meravigliosa, dotata di enormi capacità, ma che non ha mai riconosciuto la sua grandezza.

In qualche modo, hai voluto diventare portavoce di tutte queste donne?
Il primo intento era dimostrare a me stessa quello che potevo fare da sola, mentre quando ho deciso di riportare per iscritto quello che avevo vissuto la mia volontà era quella di dare un input alle altre donne. Quando percorrevo dai 16 ai 25 chilometri al giorno, con 23 chili sulle spalle, volevo dimostrare a chi era rimasta a casa che tutto è possibile quando si desidera davvero.

Tu cosa hai imparato?
Tante cose. Forse, la più importante è la consapevolezza di quello che posso fare da sola, senza appoggiarmi a nessuno. Un cammino come questo permette di conoscere a fondo la propria forza ma anche i limiti. Nello stesso tempo, ho recuperato un contatto con la natura che ho sentito davvero madre. In quei luoghi scopri un’energia e un’immensità che è difficile trasmettere a parole, si instaura un rapporto con la terra che ti aiuta a camminare e a vivere con distacco i problemi di tutti i giorni, che per la prima volta ti appaiono nella giusta dimensione.

Hai mai avuto paura?
No, paura mai. Forse ho avuto qualche dubbio prima della partenza, che è sempre il momento più delicato perché non sai cosa ti aspetta e se ce la farai. Quando ho iniziato a camminare, però, ho subito sentito di trovarmi nel posto giusto. Le difficoltà sicuramente non sono mancate, soprattutto in giornate di brutto tempo o di zanzare che non davano tregua, ma quando sei solo riesci a importi una freddezza particolare, perché sai perfettamente che devi fare le scelte giuste. In più, gli errori e i problemi vengono vissuti sotto un’altra luce, perché danno un senso profondo a quello che stai facendo.

C’è un segreto per prepararsi alla partenza, mentalmente e fisicamente?
Essere sempre curiosi, rubare con gli occhi e imparare da chi è partito prima di te. La preparazione deve avvenire gradualmente, passo dopo passo, giorno dopo giorno, finché ti accorgi che il momento giusto per partire è arrivato. A volte le occasioni si presentano all’improvviso e non bisogna farsi cogliere impreparate. Quando possiamo, io e mio marito camminiamo molto sulle Dolomiti, ma non escludo di fare altre esperienze da sola in futuro. Nel mio libro e nel mio blog http://mirnafornasier.blogspot.it/, mi piace dimostrare come in ogni cosa basta mettersi in testa che possiamo farlo e tutto avviene di conseguenza.

Paola Rinaldi

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