Le miserie di un Indiana Jones

Botswana. Insediamento San del Kalahari
Botswana. San del Kalahari partono per la caccia
San del Kalahari in partenza per la caccia

Botswana, 1980. Dopo un anno passato quasi continuamente con una banda di cacciatori-raccoglitori Gwi, San (Boscimani) del Kalahari centrale, cercai di capire quale status avessi nel gruppo.
Con l’aiuto di un ragazzino che, con il suo poco inglese, mi aveva fatto da interprete permettendomi di sopravvivere, interpellai l’uomo più vecchio della banda. Pensavo che la sapesse lunga sugli ordinamenti.
Dato che tra i San tutti gli uomini (e solo loro) sono cacciatori, chiesi al vecchio se potevo cacciare anch’io.
Ricevetti un diniego, cortese, ma fermo. “Perché?”, chiesi un po’ piccato, “tutti gli uomini cacciano”. “Sì, ma tu puzzi”, sentenziò.

Guardai le pelli maleodoranti che costituivano i suoi abiti e la sua casa, pensai alla totale mancanza d’acqua di superficie che ci aveva costretti a bere il liquido dello stomaco di uno gnu solo pochi giorni prima, e lo fissai duro.
“No, non in quel senso”, si affrettò a dire imbarazzato. “Tu puzzi per gli animali, che scappano. Al nostro odore sono abituati. E poi fai un sacco di fracasso con quelle scarpe”.
Rinunciai a essere uomo-cacciatore e mi proposi come donna-raccoglitrice.

Botswana. San del Kalahari a caccia
A caccia

I ruoli sociali, in molte culture (compresa la nostra), possono non coincidere con quelli sessuali; almeno non direttamente, speravo.
Avevo passato molto tempo seguendo le donne nel loro quotidiano impegno di raccolta di vegetali spontanei, e contavo di far bene in quel ruolo, anche se subordinato.
“Beh, si potrebbe fare”, indugiò il vecchio, “però tu ci porti sempre dei meloni amari” (ovvio, le donne arrivano sempre prima di me a quelli dolci) “e poi, qui è pieno di piante velenose. Le conosci tutte?”. Mi arresi. Volevo bene a quella gente.

Ebbi un’illuminazione. “Il bambino”, dissi, “potrei fare il bambino”.
Ero sicuro che ci sarei riuscito bene, nutrito e coccolato. In fondo non avevo fatto altro fino ad allora.
“Ah, certo”, disse implacabile il vecchio, “però dovresti portarci un po’ di lucertole e bruchi, per integrare la cena. Darti di più da fare, insomma”.
A quel punto ci rimasi male: le lucertole mi scappavano da tutte le parti e i bruchi, anche se saporiti, mi facevano ancora un po’ schifo.
Non avevo status, non ero nessuno, avrei continuato a trascinarmi appresso alla banda come un alieno idiota.
“Una cosa ci sarebbe”, disse il vecchio vedendo la mia faccia. “Sì?”, chiesi pieno di speranza. “La bambina”, sentenziò il vecchio. “La bambina?”, dissi io.

Botswana. San del Kalahari accanto al fuoco
Accanto al fuoco

Risultò che alle bambine, oltre a giocare e a fare una danza sincronizzata in cui si prende a calci un melone secco (fui sempre un disastro, in quella performance), toccava un solo compito: preparare perline di uovo di struzzo per collane e ornamenti vari.
Pare facile: per prima cosa bisogna cercare nella boscaglia piena di leoni un nido di struzzi.
Poi si tratta di convincere lo struzzo a lasciarlo incustodito.
Qui ero bravissimo: mentre scappavo a gambe levate inseguito dalla bestiaccia, le bambine arraffavano un uovo. Dopo aver lasciato il contenuto alle donne anziane (“Sono senza denti”, dicevano gli uomini), che si divoravano la frittata, iniziava il lavoro delle perline.

La seguenza operativa è: rompete il guscio in pezzetti irregolari larghi al massimo 1 cm; con un trapanino in osso (ruotato tra il palmo delle mani) praticate un foro in ciscun pezzetto; infilate il tutto su una correggia di tendine di antilope; reiterate l’operazione finché non avete una decina di centimetri di collana; con un sasso smussate gli spigoli cercando di ottenere un cilindro regolare; rifinite l’arrotondamento sulla coscia, usando la sabbia come abrasivo.
A questo punto ripetete la sequenza per allungare la collana.

Botswana. Giovane San del Kalahari
Giovane San del Kalahari

Quando chiesi alle bambine quanto lunga dovesse essere la collana che stavo preparando, esse si limitarono ad allargare le braccine.
“Un metro”, pensai. Quando portai la collana a vedre al vecchio, ero tutto orgoglioso. “È corta”, si limitò a dire. “È lunga come le altre”, ribattei piccato.
“Deve essere larga come le braccia aperte”, insistette il vecchio ridandomi il cilindro che a me pareva di eterna lunghezza.
“Ma non vale”, sbottai come un bimbo, “i dischetti hanno lo stesso spessore per me e per le bambine, ma le braccia sono più larghe!”.
“Le bambine misurano a braccia aperte, tu misuri a braccia aperta”, sentenziò il vecchio.
Barai. Con alcuni biscotti che avevo seppellito nella borsa per i tempi peggiori, corruppi un gruppo di bambine che si diedero da fare per finire la mia collana.
E così, dopo alcuni mesi di soppressione dell’ego, diventati a pieno titolo una bambina gwi.

Un anno dopo riemersi dal Kalahari, senza aver fatto troppa carriera.
Il massimo che mi fosse stato consentito era di partecipare alle cacce come cane da riporto (correvo forte e le scarpe mi impedivano di patire le onnipresenti spine durante gli inseguimenti alle prede ferite con il veleno delle frecce).
Fu solo in seguito, nelle aule dell’Università, che venni fulminato dalla verità, scritta in tomi etnografici che avevo consultato prima di partire.
A quanto pareva, i San distinguono gli uomini dagli animali per il semplice fatto che questi non sanno fare perline di uovo di struzzo.
Con estrema delicatezza, senza pressioni che non potessi sopportare, il vecchio e la sua banda mi avevano fatto diventare uno del «popolo degli uomini», un essere che ben sapeva cosa fosse una minuscola perlina di uovo di struzzo.
Non ero più una bestia.

Alberto Salza

 

Immagini di Anna Alberghina