Cape Town, tra radici e nuove identità

Sudafrica. Cape Town. Montagna della Tavola
Cape Town e la Montagna della Tavola

Ore 18.30, tempo di Cape Town.
Commercial street, Woodstock. Al centro di uno stanzone disadorno e ingombro di scatoloni, Zavick Botha contempla soddisfatto il suo ultimo quiltage: una tela dipinta a colori slavati, su cui sono applicati alla rinfusa ritagli di stoffa, brandelli di vestiti usati, fibbie e cerniere. Una sorta di collage tridimensionale, che trasforma i capi d’abbigliamento quotidiano in opere d’arte. Meno concettuale di quanto sembra, visto l’interesse dimostrato da alcuni noti marchi di moda italiani e tedeschi.
Sudafrica. Cape TownAthlone, quartiere di coloureds, come nel vecchio Sudafrica venivano chiamati i meticci.
Case rettangolari dai muri dipinti, traffico caotico, empori e negozi in cui si vende di tutto.
Sullo sfondo, le grandi ciminiere fumanti della centrale termoelettrica. Nel Joseph Stone Auditorium attori e ballerine in costume ripetono da ore la stessa scena, di fronte a una platea vuota. Si prova il nuovo spettacolo che precederà di qualche settimana l’attesa rappresentazione del Rigoletto. Difficile da credere forse, ma a Athlone Giuseppe Verdi è un eroe popolare e il melodramma richiama schiere di spettatori entusiasti.
Township di Khayelitsha, sede della cooperativa giovanile Masibambisane.
Il nuovo teatro, promesso dalle autorità cittadine, per ora è solo un sogno.
Nel frattempo si danza sul pavimento di linoleum della biblioteca pubblica, un edificio dai muri squadrati circondato da recinzioni di griglia metallica.
Il balletto, improvvisato apposta per noi, coniuga figure classiche con ritmi tradizionali africani. Fuori da ogni schema, semplicemente vitale. Sul manifesto affisso alla parete, che illustra le attività dell’associazione, campeggia a caratteri cubitali una frase di Vladimir Majakovskji: L’arte è un martello per colpire il mondo, non uno specchio che lo riflette.
Dalle finestre irrompono gli ultimi raggi del sole calante, preludio a un crepuscolo limpido e chiaro. Il vento è teso, il cielo senza una nuvola. La città appare abbagliante, quasi abissale nelle prospettive delle lunghe strade diritte che dal mare fuggono verso i monti circostanti.
Pervasa da mille fremiti, Cape Town si appresta a vivere la sua ennesima notte insonne.
A Khayalitsha come nei sobborghi residenziali di Clifton e Camp’s Bay, ad Athlone come a Woodstock. Mondi diversi, residui di un’iniqua geografia della segregazione basata sul colore della pelle.

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Cape Town è ancora una città divisa, sarebbe sciocco negarlo, ma ricerca con forza una nuova identità. In fondo è una vocazione antica, che risale a oltre tre secoli fa, quando il primo gruppo di coloni olandesi approdò alla Baia della Tavola e vi stabilì una base di rifornimento sulla Via delle Indie. Allora ogni casa era una locanda e la città, un unico grande albergo, un’accogliente e amichevole Taverna dei Mari.
Oggi Cape Town ha finalmente ritrovato le proprie radici, tornando a essere ciò che è sempre stata: una città cosmopolita e tollerante. Il punto di partenza ideale per chiunque voglia rendersi conto di cosa bolle in pentola in Africa. Cioè molto.
Basta varcare la soglia dello Scalabrini Center, dove lavorano in permanenza una dozzina di artisti provenienti da ogni angolo del continente. Oppure fare un salto all’Old Biscuit Mill, ex-fabbrica di biscotti e oggi luogo d’incontro di irriverenti avanguardie culturali.
Cape Town è un enorme laboratorio, dove si sperimentano senza sosta nuovi modi di vedere e di pensare il mondo. Con consapevole leggerezza.
Simbolo di questa straordinaria rinascita è il District Six Museum, a due passi dal centro: qui, negli austeri locali di una chiesa sconsacrata, la storia è materia tangibile.
Nel 1966, in pieno regime di apartheid, il Sesto Distretto di Cape Town fu dichiarato dall’oggi al domani area riservata ai “bianchi”. Il quartiere distrutto dalle ruspe, gli abitanti trasferiti a forza nei Cape Flats, le desolate pianure che si estendono a ovest della città.
La ferita è profonda, non ancora completamente rimarginata.
E il District Six Museum potrebbe essere un contenitore di tristi ricordi, una muta esibizione di oggetti e testimonianze di un passato maledetto. Non è così.
Al contrario, è il trionfo della vita: uno spazio polifunzionale dove ritrovarsi per un caffè, ascoltare musica e racconti, assistere a performance di poesia e teatro.
Perché il passato non deve essere dimenticato, ma reinventato ogni giorno.
La malinconia non si confà allo spirito di Cape Town, animata da umori adolescenziali, vari e mutevoli quanto le brezze che spirano senza posa dal Capo di Buona Speranza.
La città madre del Sudafrica ha figli spensierati, che amano la novità, il divertimento, le serate all’aria aperta.

Sudafrica. Cape Town. Spiaggia
In spiaggia

A Cape Town c’è il mare, il clima è splendido, l’aria pura e densa di fragranze mediterranee: abitare altrove, nel Paese torrido e smisurato che si estende oltre il profilo della Montagna della Tavola, è un’ipotesi inconcepibile.
Così almeno la pensano i veri capetonian, che si sentono baciati dalla fortuna.
Come dargli torto? Il fascino di Cape Town è in qualche modo inebriante, si svolge su dimensioni diverse e sfuggenti: meglio allora non avere una meta precisa, affidare i propri passi al caso e alle sensazioni.
Il profumo delle spezie vi porterà a Bo-Kaap, il cosiddetto “Quartiere Malese”: case basse dai colori vivaci, finestre a ogiva che si aprono su interni in penombra, verande come si possono vedere a Zanzibar e in Madagascar. In questa enclave islamica fuori dal tempo risiedono ancor oggi i discendenti degli schiavi e dei dissidenti politici deportati al Capo dagli Olandesi. Una comunità dall’identità spiccata, miracolosamente sopravvissuta alle peggiori bufere politiche e sociali del Sudafrica, che con tenacia resiste all’assalto di chi vorrebbe trasformare Bo-Kaap in una sorta di villaggio di lusso per ricchi annoiati, sicuramente very cool ma terribilmente anonimo.
Non è il caso, non a Cape Town dove ogni luogo emana un’identità precisa.

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Persino il Victoria & Alfred Waterfront, una sezione del porto trasformata in un enorme resort turistico. Il Waterfront è prima di tutto un grande affare commerciale, questo è evidente. Ma che non sia un’impostura, una ricostruzione fittizia della realtà a uso di un turismo facilone e di bocca buona, lo dimostrano le cifre: 15 milioni di visitatori l’anno, di cui oltre la metà sono del posto.
Sudafrica. Cape TownGran parte della vita notturna cittadina si svolge sul lungomare, un grande palcoscenico all’aperto, perennemente affollato da teatranti di strada, giocolieri, mimi e orchestrine.
Per gli intenditori ci sono locali come il Mannenberg e il Green Dolphin, dove si suona il meglio del cape jazz, genere musicale assolutamente autoctono: melodie vibranti, ipnotiche, che fondono i singhiozzi del gospel con l’aspro afro-jazz delle township.
Se il Waterfront non vi sembra abbastanza underground, avventuratevi verso il centro città, la cosiddetta City Bowl, adagiata nel magnifico anfiteatro naturale che si apre tra la Montagna della Tavola e la collina di Signal Hill. Senza fretta, seguite la folla che sciama lungo St. George’s Mall e Greenmarket Square, sempre gremite di gente intenta al passeggio e allo shopping. Senza accorgervene sarete inevitabilmente risucchiati verso Long street, vero cuore pulsante di Cape Town.
Nei fumosi locali del Mama Africa e negli innumerevoli bar e nightclub che costellano i lati della strada, la città ritrova sé stessa, ogni notte. E a tempo di musica costruisce l’utopia della Nazione Arcobaleno: una società multietnica, dove le differenze di censo e origine perdono importanza, si attenuano fino a dissolversi. Anzi, diventano ricchezza.
Perché gli stranieri portano fortuna, come recita un vecchio detto africano: non importa chi siano e da dove vengano. L’importante è che siano bene accolti. Un’attitudine che gli abitanti del Capo sanno coltivare con naturalezza.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: da quando si respira aria di libertà i turisti sono tornati in forze, contribuendo in modo significativo all’economia locale.
Non potrebbe essere altrimenti: pochi luoghi al mondo offrono una simile varietà di attrattive, per giunta concentrate in un territorio ristretto.

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Tutto è possibile a Cape Town, tutto è a portata di mano: sorvolare la città a bordo di un elicottero come partecipare a battute di pesca d’altura; organizzare una gita in barca a vela come praticare qualunque sport vi venga in mente.
I ferry che conducono a Robben Island, dove Nelson Mandela era detenuto, sono sempre pieni zeppi. E aspettatevi di fare la coda per trovare un posto sulla funivia che porta in cima alla Montagna della Tavola, mille metri di salita vertiginosa, tutta d’un fiato.
Sudafrica. Cape TownSe vi va, potrete sorseggiare un tè speziato in una delle case di Bo-Kaap, ricevuti con la cortesia che tradizionalmente si riserva all’ospite.
O andare a spasso per le strade di Khayalitsha e Guguletu, per vedere come tutto stia cambiando in meglio, anche nei quartieri più degradati.
Cape Town non ha segreti, esiste una chiave e un momento per ogni luogo.
Anche per il mitico Capo di Buona Speranza: “il più bel promontorio del mondo”, a detta di quel pirata di Drake, che senza dubbio se ne intendeva.
Per apprezzarne la grandiosa solitudine bisogna andarci all’alba, quando i primi raggi del sole tingono di giallo oro le scogliere che precipitano a picco sull’oceano. Anzi, gli oceani: l’Indiano e il freddo Atlantico, che mescolano le loro correnti da qualche parte, nel blu.
Poco importa che il punto più a sud del continente sia in realtà Capo Agulhas, un po’ più a oriente: il vero finis terrae dell’Africa è qui, non altrove, in barba alla geografia.
Il fantasma dell’Olandese Volante, avvistato più volte tra le brume della fantasia, non si scomoderebbe di certo per un capo qualunque.
Che il Capo di Buona Speranza sia un luogo speciale è indubbio: lo dimostrano le centinaia di visitatori che ogni giorno affollano il sentiero che porta al vecchio faro, raggiungibile anche con un trenino a cremagliera. Anche Clifton e Camp’s Bay, bellissime spiagge alla moda, sfigurano al suo confronto. E così Boulders Beach, un labirinto di tondeggianti massi di granito e insenature sabbiose, dove i pinguini la fan da padroni.

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Il Capo è il punto d’arrivo di tutte le strade che percorrono la penisola, ora fiancheggiando sinuose la costa, ora scomparendo improvvisamente tra la vegetazione lussureggiante.
Il succedersi dei paesaggi è continuo, soprattutto durante i mesi della primavera australe, da ottobre a dicembre: è allora che il fynbos, la fitta boscaglia che caratterizza la regione, assurge a massimo splendore.
In questo ambiente vegetale unico al mondo prosperano circa 8500 specie di piante: solo le foreste amazzoniche possono vantare una simile ricchezza di bio-diversità.
Ma nessun spettacolo della natura può competere con il fynbos in fiore, quando l’erica, le orchidee e le grandi protee macchiano di colori vivi i fianchi delle colline.
Forse è per questo che i giardini botanici Harold Porter, nei pressi della sonnolenta cittadina di Betty’s Bay, sono considerati tra i più belli del mondo.
Hermanus non è lontana: ma non fatevi tentare dall’autostrada che la collega a Città del Capo. Piuttosto seguite la strada litoranea, tenendo d’occhio il mare: a volte le balene sono vicinissime, dorsi neri e possenti che emergono per qualche attimo tra le onde.
Vengono qui ogni anno a partorire, in cerca di acque tranquille, indugiando sotto costa.
Si trattengono qualche mese, il tempo che i piccoli siano svezzati, poi ripartono per il lungo viaggio verso l’oceano Antartico.
Sia dal mare o dal cielo, in barca o in aereo, Hermanus vive sul whale-wathching: una piccola industria, che in assenza di balene non disdegna i safari (fotografici) allo squalo bianco e le visite alla colonia di foche di Dyer Island.
In fondo ben poco è mutato da due secoli fa, quando l’interno del Capo era terra incognita, palestra di avventurieri ed esploratori. I primi abitanti della zona erano gruppi di etnia San (meglio conosciuti come Boscimani), e traevano anch’essi sostentamento dal mare: le ampie caverne naturali che bucano le scogliere presso la vicina Gansbaai erano il loro rifugio. Degli originari abitanti del Capo, gli unici che potrebbero vantare il possesso di questa terra, non è rimasta traccia: espulsi, derubati, cancellati.
Sorry, questa è una storia triste, meglio lasciar perdere.
Per trovare testimonianze della cultura San bisogna spostarsi a nord, oltre le montagne, superando d’un balzo i colli coltivati a vigneto di Stellenbosh e Franschhoeck.
E ancora, attraverso una vasta pianura, giungere in vista di altri monti: antichi, erosi, modellati dall’acqua e dal vento in forme bizzarre.
I Cedarberg sono oggi disabitati, una wilderness reserve di aspra bellezza, tutt’al più frequentata da comitive di escursionisti in cerca di avventura.
Ma noi non siamo venuti qui per fare trekking: cerchiamo altri sentieri, che si snodano a mezz’aria, attraverso i confini di una topografia sacra ormai perduta. Cerchiamo rocce dipinte: animali che diventano spiriti, uomini che si trasformano in animali, visioni che assumono forme geometriche. Le pitture rupestri dei Cedarberg, opera di artisti-sciamani dimenticati, sembrano lontanissime dal Capo.
Duecento chilometri di strada diritta, senza una curva. Solo un giro di carte truccate nella truffa del tempo. Tempo di Cape Town, naturalmente.

Paolo Novaresio

Sudafrica. Franschhoeck. Fattoria vinicola
Fattoria vinicola a Franschhoeck

Fotografie di Bruno Zanzottera