Da sud a nord, divido la terra a metà

20 mila chilometri a bordo dei mezzi pubblici e altri 7 mila in autostop, per un totale di 27 mila chilometri. È questo il bilancio della traversata africana affrontata da Carlo Taglia, 32 anni, torinese, famoso per il giro del mondo senza aerei “inaugurato” nel 2011 e impegnato adesso nell’ultimo capitolo di quell’impresa: il tragitto da Capo di Buona Speranza, l’estremità meridionale dell’Africa, a Capo Nord, nella parte più settentrionale della Norvegia. Arrivato in Israele dopo cinque mesi durissimi, in cui si è ritrovato con il pollice alzato in mezzo al deserto e talvolta a viaggiare a bordo di autobus sgangherati, adesso Carlo attende un mercantile che a fine mese lo porterà in Italia e poi via, dritto verso Capo Nord. E come sempre viaggia da solo, senza una guida turistica in tasca, senza schede SIM attive, senza Internet, senza assicurazione sanitaria, ma con tanta fiducia. Nella vita, nel prossimo, in quello che verrà.

Carlo TagliaDal punto più a sud dell’Africa a quello più a nord d’Europa: perché questa traiettoria?
Sono partito dal Capo di Buona Speranza con l’idea di raggiungere Il Cairo, ma strada facendo ho deciso di sognare ancora più in grande, arrivando fino a Capo Nord e tagliando il pianeta in due parti, senza mai staccare i piedi da terra. Questo viaggio rappresenta il capitolo conclusivo del mio giro del mondo senza aerei, perché nella prima parte avevo attraversato Europa, Asia e Sud America; poi mi ero addentrato nel Centro America e, alla fine, era rimasta scoperta solamente l’Africa. Avevo bisogno di affrontare anche questo continente per chiudere un cerchio e completare il percorso evolutivo che ho portato avanti negli ultimi sei anni.

Perché chiudere il cerchio proprio a Capo Nord?
Da due anni, ho una compagna svedese e con lei vivo in una foresta a pochi chilometri da Hudiksvall, nella contea di Gävleborg, dove c’è una piccola comunità autogestita e agricola di sole venti persone, che si aiutano vicendevolmente. In qualche modo dovevo tornare da lei e così, facendo qualche ricerca, ho trovato un mercantile che a fine marzo partirà da Israele e mi porterà in Italia. Dopo un paio di giorni con la mia famiglia, ripartirò immediatamente e punterò dritto al centro della Svezia, dove incontrerò la mia compagna, che si unirà a me per gli ultimi chilometri, fino a Capo Nord. Concludere con lei questo giro del mondo ha un forte simbolismo per me, perché dopo potrò guardare avanti, a un futuro, a una famiglia, a tutto quello che verrà.

Quindi, hai trovato l’amore. Come l’hai conosciuta?
Circa due anni fa, durante un viaggio che stavo realizzando in Svezia con il furgone, ho incontrato per caso un ragazzo e gli ho dato un passaggio. È stato lui a portarmi in quella piccola comunità, dove mi sarei dovuto fermare una sola notte e invece mi sono innamorato perdutamente, dopo anni di solitudine. Ma oltre ad amare lei, mi piace lo stile di vita alternativo che insieme possiamo costruire, isolato nella foresta, a pieno contatto con la natura, circondato da laghi, campi, animali.

Carlo Taglia

Di sicuro, anche in Africa sei stato a stretto contatto con la natura selvaggia…
Sì, un’esperienza meravigliosa, ma anche durissima. Sono partito lo scorso 4 ottobre da Cape Town e da lì sono risalito attraverso Namibia e Botswana, dove ho percorso mille chilometri in autostop attraverso il deserto del Kalahari, dove non esistono mezzi pubblici. Un’avventura incredibile che mi portato fino allo Zimbabwe, in cui ho visitato le Victoria Falls e altri luoghi incantevoli, fino ad Harare, dove sono arrivato proprio nel giorno del colpo di Stato. Ho visto elicotteri e carri armati, ho sentito esplosioni nella notte, mi sono ritrovato in mezzo alle migliaia di persone che erano scese in strada al fianco dei militari contro il presidente Robert Mugabe. Tra l’altro, avevo finito i soldi e vista la situazione era impossibile prelevare denaro…

Come ne sei uscito?
Devo ringraziare un italiano che lavora sul posto: è stato lui a prestarmi la somma necessaria per acquistare il biglietto per un autobus diretto in Malawi. Un vero e proprio viaggio della speranza, affrontato insieme a rifugiati malawiani che per tre mesi erano stati arrestati in Zimbabwe e cercavano di raggiungere il Sud Africa senza passaporto per trovare una nuova vita. Poi, dal Malawi ho attraversato la Tanzania, dove mi sono fermato un mese e sono stato raggiunto dalla mia compagna per un paio di settimane. Il viaggio è proseguito quindi verso Uganda, Kenya ed Etiopia, tra l’altro nel giorno delle dimissioni del primo ministro, Hailemariam Desalegn, in carica dal 2012.

Un altro momento storico molto particolare.
Sì, tra l’altro in un paese molto difficile per il mio viaggio, perché ho subito qualche aggressione, proprio come in Sud Africa, dove si avverte ancora la ferita dell’apartheid ed esiste un profondo odio razziale nei confronti dei bianchi. Poi, dall’Etiopia mi sono spostato in Sudan, dove la popolazione non è abituata al turismo, non conosce l’inglese e risulta piuttosto complicato ottenere indicazioni. Non a caso, mi sono perso per 300 chilometri in mezzo al deserto e ho dovuto fare l’autostop sotto il sole cocente del Sahara, per poi trovare un passaggio nel cassone di un pick-up. Detto ciò, il Sudan è un paese molto ospitale, dove riesci ancora ad avvertire quella spontaneità che altrove è rara ed è stata scavalcata dagli interessi economici, che il turismo di massa porta con sé. Come in Egitto, ad esempio, dove sei continuamente assalito da commercianti e guide turistiche, venditori di spezie e di vestiti.

Carlo Taglia

Attraversare interamente l’Africa e sentirti straniero ti ha fatto riflettere sul fenomeno dell’immigrazione, che oggi preoccupa l’Europa?
Per la prima volta nella mia vita, ho capito cosa significa essere discriminati per il colore della pelle. Mi sono ritrovato al centro di situazioni complesse, commenti di ogni genere e infatti non vedo l’ora di rientrare in Europa. L’Africa è un continente straordinario per molti aspetti, ma la vita politica, economica e sociale è durissima, al limite della sopportazione in alcune aree, dove la popolazione subisce ogni giorno guerre, repressioni, carestie. In nessun continente mi era capitato di incontrare una realtà violenta come quella africana.

Ti sei dato una spiegazione per tutta questa instabilità?
Gli interessi economici che ruotano intorno a lobby e multinazionali degli stati neocolonialisti, come la Cina ad esempio, interessati a miniere di diamanti, petrolio e altre ricchezze.

Al di là della sicurezza, qual è stato l’aspetto più difficile di questa traversata africana?
Il cibo, perché sono vegetariano e non è stato facile trovare sempre gli alimenti adatti da inserire nella mia dieta, al punto da essere dimagrito di 6 chili. Così come non sono stati facili gli spostamenti, spesso compiuti a bordo di autobus scassati, per 20 o 30 ore consecutive, con dolori fisici e ovviamente una situazione psicologica per niente semplice, con gli occhi puntati continuamente addosso e quindi con un livello di tensione perennemente elevato.

Carlo Taglia

Non salvi proprio nulla?
No, in realtà salvo moltissimo, perché in Africa ho visto alcuni dei paesaggi più belli della mia vita, come il deserto del Namib o quello dei Danachili con le sue camere magmatiche, i laghi salati e i centinaia di geyser che emettono sali minerali capaci di dare vita a uno scenario alieno, fatto di forme surreali dai colori psichedelici, rosso, giallo, verde. Ho conosciuto tribù ancestrali davvero affascinanti, ho avvistato tanti animali selvatici e sono rimasto incantato davanti al Sahara, dalla bellezza infinita e dove ho dormito sotto il cielo stellato. Ci sono angoli di paradiso che nei momenti di difficoltà ti aiutano a stringere i denti e andare avanti.

Quindi, nel complesso, un bilancio positivo…
Assolutamente. L’Africa è stato il continente più duro di questi sei anni, ma anche quello che mi ha fatto crescere di più. Probabilmente, non ho neppure capito fino in fondo quanto mi ha dato: me ne accorgerò più avanti.

Carlo Taglia

La povertà è uguale dappertutto nel mondo?
Quando è estrema, è identica per tutti, ma a fare la differenza è la spiritualità con cui la si affronta. In India, ad esempio, questa è fortissima e la si avverte in ogni angolo: lì la povertà, come la intendiamo noi, è compensata da una ricchezza interiore senza eguali, che può essere quasi scambiata per serenità. Anche in Africa esiste una spiritualità potente, soprattutto nelle tribù, ma prevalgono i conflitti, le guerre, la lotta per il potere, la continua ricerca di nuovi terreni.

Sei anni fa, sei partito con un obiettivo: trovare la gioia di vivere. Il traguardo rimane sempre lo stesso oppure è cambiato nel corso degli anni?
Si è trasformato. All’inizio avevo necessità di curare un malessere interiore e proprio grazie al viaggio ho trovato un’immensa gioia di vivere e di trovare il mio percorso nel mondo. Adesso invece sono guidato dalla sete di conoscenza, perché voglio poter osservare il mappamondo e sapere cosa sto guardando, non soltanto immaginarlo o avere un’idea fasulla o magari parziale. Dopo aver attraversato tutti i continenti, non posso certo dire di conoscere tutto, ma di certo ho visto molto e ho un’idea generale di ogni territorio. Tutto è diverso da quello che pensiamo, dobbiamo andare a vederlo e constatarlo con mano.

Racconterai l’Africa in un nuovo libro?
Sì, lo sto scrivendo e uscirà a maggio, con il titolo “Vagamondo 3.0”. Sarà un libro molto intenso, di cui ho già cominciato la revisione della prima parte, ma ovviamente manca la seconda, che completerò sulla strada diretta a Capo Nord. Racconterò tutto quello che ho vissuto e come sono riuscito ad affrontare ogni singolo passo.

Carlo Taglia

Questione di coraggio?
Anche, ma soprattutto di fiducia, positività. In questo viaggio ho affrontato le mie paure più profonde, facendo leva sulla convinzione che nulla avviene mai per caso. Il giorno in cui sono atterrato in Africa ho trovato la luna piena, che per me ha rappresentato un messaggio molto importante, visto che osservo spesso il cielo e cerco di riconoscere nei piccoli dettagli i segnali dell’universo. Prima di partire per il mio giro del mondo non credevo a nulla, mentre strada facendo ho trovato la mia spiritualità, che oggi è fortissima.

Oggi in cosa credi?
In un grande spirito, che ognuno di noi può chiamare come vuole: energia cosmica, universo, Dio, Allah. Mi sento molto connesso con Lui e ne ascolto i segnali, che arrivano sempre puntuali. Mi è capitato di trovarmi in situazioni complicatissime, dove il mondo sembra crollarti addosso, e di incontrare la persona in grado di tirartene fuori. È da quei piccoli eventi che mi rendo conto di essere sulla strada giusta: la maggior parte delle persone le chiama coincidenze, per me invece fanno parte di un enorme puzzle che ci vede protagonisti.

Quindi, grazie a questi segnali, possiamo imparare ad affrontare la paura e non dobbiamo rassegnarci ad esserne vittime…
Certo, anche se la paura farà sempre parte di noi, perché è frutto della mente. L’importante è non congelarsi di fronte ad essa, ma mantenere la calma e la lucidità anche quando hai il cuore che batte a mille, cercando un lato positivo, che sicuramente esiste. È questione di allenamento, abitudine, consapevolezza. Bisogna salire i gradini dell’esistenza, anche quando appare una montagna, perché lassù in alto è migliore il panorama. Bisogna credere nei propri sogni, rifiutare l’abitudine, non ascoltare quello che dice la corrente, evolversi. Sempre. Ogni giorno.

Paola Rinaldi

Carlo Taglia

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