La mia anima nomade

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce”. Tra le righe di questi versi, sta il segreto di una missione che si è appena conclusa. Dopo 528 giorni, 95.450 chilometri via terra e 24 paesi attraversati, il torinese Carlo Taglia (28 anni) ha completato il suo giro del mondo senza aerei. The end? No, solo una breve sosta lungo un percorso senza arrivi. “Viaggiare mi aiuta ad arricchire l’anima”, dice. Nella sua testa, ci sono i ricordi di Nepal, India, Sri Lanka, Malesia, Thailandia, Laos, Cambodia, Vietnam, Cina, Corea del Sud, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina, Brasile, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Polonia, Ucraina, Russia. Era partito un anno e mezzo fa, dopo aver rassegnato le dimissioni da un’azienda di impianti fotovoltaici, quando aveva acquistato un biglietto di sola andata per il Nepal e ha iniziato la sua avventura.

Sei appena arrivato e vorresti già ripartire?
Per me viaggiare è uno stile di vita. Non riesco davvero a immaginare la mia esistenza se non in perenne movimento. Questa non era la mia prima avventura in giro per il mondo: a 20 anni sono partito da solo per la Spagna e ho cercato un impiego per potermi mantenere. Sono stato cuoco, muratore, barista. Dopo essere volato in Australia, sono tornato nuovamente in Spagna e poi, nel 2005, mi sono unito come volontario a una Ong che portava aiuto in Pakistan, dopo il terremoto del Kashmir.

Una vita in movimento…
Sì, ho provato a mettere radici. Rientrato in Italia, ho trovato un lavoro d’ufficio nel settore del fotovoltaico e per tre anni mi sono dedicato a questa attività. Ma, seduto alla scrivania, continuavo a covare il sogno di ripartire e trasformare il viaggio in un lavoro.

Che idea ti sei fatto degli italiani come popolo di viaggiatori?
Mi è capitato di incontrare molti israeliani, francesi, tedeschi e australiani che affrontavano viaggi avventurosi e zaino in spalla come il mio, mentre gli italiani si concentravano solamente in località particolarmente turistiche e quasi sempre con tour organizzati. In paesi come l’Australia o Israele è piuttosto consueto per i ragazzi partire come backpackers e questa diffusa cultura del viaggio si manifesta anche nelle strutture, come negli ostelli spaziosi e organizzati, o nel sostegno fornito dalle istituzioni. In Italia, tutto questo manca per una pluralità di motivi: sin dalla scuola non veniamo stimolati al viaggio e abbiamo l’abitudine generale di rimanere a casa dei genitori fino a un’età avanzata. La maggior parte degli italiani pensa al viaggio come a qualcosa di costoso, perché non riesce a concepirlo distaccato dagli hotel, dai ristoranti o dalle classiche soluzioni turistiche.

Al contrario, il viaggio “vero” qual è?
Quello che ti porta ad alloggiare in ostelli dove le camerate ospitano fino a dieci persone o più, spesso della tua stessa età, con cui puoi confrontarti continuamente. Non ho mai avuto necessità di consultare una guida turistica, perché parlando con la gente del posto ricevevo tutte le informazioni che mi occorrevano. Il viaggio economico è quello più autentico, perché meno si spende per mangiare, dormire o spostarsi, più si sta a contatto con la cultura locale. Gli hotel sono spesso luoghi internazionali che hanno poco a che fare con la tradizione. Gli stessi musei sono sicuramente interessanti, ma insegnano molto meno di una passeggiata nei quartieri popolari o tra i mercati.

Dunque, il viaggio è soprattutto confronto?
Sì, e insieme deve essere la capacità di spogliarci delle nostre abitudini per adattarci a quelle locali, dal cibo ai mezzi di trasporto. Una pizza o un piccolo lusso deve essere l’eccezione, non la norma. Gli autobus sgangherati e super economici sono stati i luoghi di incontro più importanti nei miei viaggi, dove ho conosciuto persone che mi hanno raccontato la loro storia, hanno condiviso un pasto con me oppure mi hanno ospitato.

Adesso l’obiettivo è trasformare la tua avventura in un viaggio di carta…
Sì, sto realizzando un libro a metà tra il diario e il reportage, in cui racconterò tutte le mie esperienze, le conoscenze, le avventure e le condirò con tanti dettagli e riflessioni che non ho avuto modo di esporre sul mio sito web karl-girovagando.blogspot.it/. Voglio mostrarmi per quello che ho fatto, che sono, che ho vissuto e ho sentito in questo periodo da “nomade”.

Sei tornato cambiato?
Moltissimo. Confrontandomi con la mia famiglia e gli amici, mi rendo conto di quanto questo viaggio mi abbia trasformato in una persona più serena, più sicura, senza preoccupazioni inutili. Ho una visione più nitida, meno offuscata. Quanto torni ad avere un contatto con le persone che ti conoscono da tanto tempo, hai le prime vere risposte e ti accorgi di quanto sei diverso da prima.

Qui, al contrario, è rimasto tutto immutato?
Chi non viaggia tende a cambiare meno, perché vive un percorso di crescita più lento. Le uniche ad essere davvero cambiate sono le mie nipotine: le ho lasciate bambine e le ho ritrovate ragazzine. È particolare e ti fa accorgere di quanto l’esistenza scorra velocemente. Anche per questo motivo, desidero viaggiare per avere una rapida crescita, maturare e sviluppare le mie capacità.

La cosa che ti è rimasta maggiormente nel cuore?
Ci sono così tanti ricordi, momenti e sorrisi che è davvero difficile sceglierne solamente alcuni. Dopo un viaggio come il mio, il patrimonio di emozioni è immenso come un oceano. Quello che non scorderò mai è soprattutto il confronto con le culture più lontane dalla nostra, come l’esperienza mistica che ho vissuto al fianco dei monaci in Thailandia o il periodo trascorso con un santone indiano e uno sciamano in Amazzonia. Tutte esperienze che hanno contribuito alla mia apertura mentale.

È stato difficile entrare in sintonia con loro?
Dipende. Per alcuni si trattava di una professione: i monaci ti ospitano gratuitamente o a fronte di un’offerta. Il santone indiano invece è stato un incontro fortuito fatto in un locale. Ogni situazione si crea strada facendo, ma è fondamentale porsi in maniera rispettosa verso gli altri.

Oltre ai ricordi, rimangono le amicizie?
Moltissime. Ho stretto contatti in ogni paese e, grazie a strumenti come Facebook (www.facebook.com/Girovagandoilmondo), è facile mantenere un collegamento.

Il luogo più ospitale che hai incontrato?
Credo che l’affinità con un paese o un popolo dipenda in gran parte dalla propria attitudine personale. Nel mio caso, ad esempio, ho ricordi meravigliosi in Laos, il paese meno sviluppato del sud-est asiatico, dove la gente vive in un mondo di calma e serenità, lontano dagli interessi economici. Mi è capitato spesso di essere invitato in alcune case o di cantare al karaoke con loro. Anche in Sud America ho incontrato gente eccezionale, solare, gentile, in grado di farmi sentire a casa. Sono rimasto piacevolmente sorpreso anche dalla Russia: seppure non capissero la mia lingua, mi hanno aiutato nei momenti di difficoltà.

Nonostante tutto, non hai ancora trovato un luogo in cui vorresti stabilirti e rinunciare a viaggiare.
Ho visto tanti posti straordinari, ma credo che alla lunga – a meno che non subentri un lavoro o il legame con una persona – anche un paradiso porti alla routine, alla monotonia. Ogni luogo ha tanto da dare nel breve periodo, ma per uno spirito libero come me la condizione ideale è quella del movimento. Spesso, il frangente in cui mi rilassavo maggiormente erano le ore trascorse a bordo dei mezzi locali, guardando il paesaggio scorrere dal finestrino.

Non ti spaventa l’idea che questa libertà possa trasformarsi in solitudine?
Sicuramente gestire la distanza con la mia famiglia o gli amici non è stato facile, ma ci si abitua a viaggiare da soli. In ogni caso, la solitudine non esiste in viaggio, perché si intrecciano continuamente nuovi rapporti e, in più, grazie alla tecnologia non è difficile mantenere un contatto con chi rimane a casa. Sicuramente bisogna essere predisposti per questo stile di vita. Io ho sempre cercato degli spazi di solitudine e, in essi, ho trovato la mia serenità interiore. Non so cosa farò un giorno, ma per adesso voglio continuare a investire sulla mia vita, perché viaggiare mi aiuta ad arricchire la mia anima.

È la tua ricetta per la felicità?
Sì, ma è anche un insegnamento che ho raccolto confrontandomi con tante persone più adulte di me. Parlando con loro, ho notato che a una certa età le problematiche sono piuttosto comuni. Ci sono tarli che, se non risolvi in tempo, continuano a torturarti e ti impediscono di vivere pienamente. Diciamo che vorrei lavorare il più possibile su me stesso e sui miei desideri per arrivare a quell’età senza rimpianti o vuoti interiori.

Paola Rinaldi

Abbiamo parlato di Carlo anche in Girovagando il mondo

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