Timbuktu-Taoudenni, una delle ultime azalai

Azalai sulla rotta Timbuktu-Taoudenni (foto A. Paolini)
foto A. Paolini

Calò la luce e si alzò il vento. Il cielo di Timbuktu, la desolata città del cuore che ha un solo nome e cento grafie, si tinse di sbaffi rosa. Sporsi un occhio arrossato al di sopra della barriera di terra cruda in cui adottavo la strategia di sopravvivenza della tana: una casupola ad Abarajù, nel quartiere settentrionale dei fabbri reietti, da dove partono le carovane del sale. Mi alzai dal tappeto su cui ero stato accucciato tutto il giorno, uscii nella nebbia minerale sollevata dal vento del tramonto e andai da Saleh. La notte cadde come i muri sgretolati delle moschee di Timbuktu, che hanno pali sporgenti simili a dita di prigionieri scheletrici che vogliono la carità obbligata della legge coranica. Al buio trovai la porta di Saleh sid Ahmed, rispettato membro anziano dell’oasi di Araouane e grande capo di numerose azalai, le carovane del sale.

Saleh era disteso in anticamera, un antro appena illuminato da una lampadina senza potenza; l’unico arredamento era una stuoia. Mi accoccolai, pensando a quanto tempo si passi, nel Sahara, a livello suolo. Il corpo di Saleh era secco come un rovo, la fronte altissima e la barbetta profetica: bianca. Cominciò a narrare di carovane, muovendo le mani. Sulla sabbia del pavimento disegnò il marchio della sua sezione tribale: una “V” rovesciata, poi una “I” e un punto. Il gesto fece baluginare il suo bracciale d’argento: mi ipnotizzò. Saleh lo sfilò dal braccio; avvicinammo le teste e viaggiammo insieme lungo la bandella.

Un’estremità è arrotondata e liscia, poco oltre si incontrano losanghe diagonali, sottolineate da ondine delicate. «Queste sono le tende tra le dune», mi spiega Saleh. Proseguendo oltre ci troviamo a superare otto crocette annerite: impronte di animali sulla sabbia. «Siamo vicini ad Araouane, l’oasi a una settimana di cammino da Timbuktu». Il segno di Araouane è una croce a “X”, lungo i cui bracci corrono sottili serpentine. È il simbolo che i Tuareg usano per i luoghi abitabili, incroci di vie e di acque. È lo stesso geroglifico niut degli antichi egizi per determinare il recesso sicuro della città. Proseguendo superiamo altre tracce di animali per arrivare al centro del monile, un campo aperto con una croce arrotondata.
«Timbuktu dai quattro quartieri», dice Saleh, «con i quattro grandi pozzi scavati intorno».
Due enormi impronte annerite ci dicono che i dromedari vanno e vengono da Timbuktu da tempo immemorabile. Superiamo decorazioni e altre tende coniche per arrivare in un luogo interno: due grandi denti a lama di coltello contengono una figura che pare un albero rovesciato. È la lingua tra i denti del dromedario, l’urlo della fatica. Più in là, una teoria di crocette: quattro, tre, due, una, tese verso una sfera d’argento che chiude il bracciale.
«Sono le stelle della notte che ci portano a Taoudenni, al sale». Saleh mi diede il bracciale, affinché non mi perdessi.

Timbuktu - foto A. Paolini
Timbuktu (foto A. Paolini)

Una mappa climatica del Sahara nel tempo, mostrerebbe le isoiete (le linee della pioggia) che si allontanano progressivamente dal centro, come una pozza che asciugasse al sole. È quello che successe: i grandi laghi del Sahara centrale evaporarono lasciando vaste aree di concentrazione salina. Nel frattempo il Nord e il Sud del Sahara si separarono per la desolazione. Le popolazioni berbere, come i Tuareg, adottarono la strategia del continuo movimento, opposta a quella dell’oasi. Il sale fu la molla dinamica di tutto il traffico carovaniero del Sahara, la mediazione economica e spaziale tra Mediterraneo e Africa Nera. Il Nord possedeva stoffe, argenti, manufatti, datteri, mentre il Sud poteva proporre miglio, avorio, schiavi, noci di kola, oro.

A guardare Taoudenni, oggi, è difficile evocare qualsiasi grandezza che non sia la sofferenza dell’uomo lavoratore. Tutto è di sale, compresa la moschea. Assenti donne e bambini. Nella stagione calda, solo una ventina di persone ci vivono. Da settembre però, i minatori possono essere centinaia; a essi si aggiungono i cammellieri in un viavai continuo.

Il sale è estratto a cielo aperto. Al contrario delle saline ad acqua, come Teghiddam-Tessemt in Niger, non è in pani o barre, ma viene estratto in lastre del peso di 30-40 chili.
I minatori sono una corporazione: chi scava non trasporta e viceversa. La loro vita è regolata da una ferrea gerarchia: ci sono servi, manovali, minatori veri e propri (chi rompe e chi taglia), pochi tracciatori di gallerie e di scavo, per arrivare su fino al padrone della concessione.

Niger. Pani di sale delle saline di Bilma
Niger. I caratteristici pani di sale delle saline di Bilma

Gli utensili sono semplici: una pala a due lati taglienti per le gallerie, una piccozza per sgrossare le lastre e una lama lunga e arrotondata per staccarle. Il sale si trova sotto uno strato argilloso di qualche metro; poi, via via, la concentrazione si fa maggiore e il minerale più puro con stratificazioni di diverso colore. Secondo Saleh, ci sono quattro categorie commerciali del sale, in funzione della qualità: camara (di prima scelta), bezakukush e bindt. E quattro sono le lastre che vengono someggiate sul dromedario, dopo che i minatori hanno preparato decine di carichi per il trasporto. Quattro è un numero magico: nella fascia sub-sahariana, è la cifra del principio femminile, della creazione della vita. La nostalgia delle proprie donne, a Taoudenni è senza lacrime: basta il cispo di sale che, mi disse un amico a Timbuktu, fa bene agli occhi.

Timbuktu, in Mali, è un porto di terra. Al di là delle leggende, il suo nome significa semplicemente “il luogo dove si lasciano gli arredi delle donne” (baktawan), è il centro di gravità permanente delle transumanze.
Timbuktu è a qualche chilometro dal fiume Niger, la linea d’acqua che i Tuareg chiamano egereù. Non è un nome proprio, ma designa un’enorme quantità d’acqua (fiume, lago), qualcosa che i nomadi sahariani non vedono mai. Il mare, quello vero, si chiama “egereù di sale”. Il Sahara è anch’esso un mare. Di sabbia. E Timbuktu è un porto sulla spiaggia del Sahel, la fascia tra aridità assoluta e savana che si trova a sud del deserto. D’altronde, Sahel deriva dalla parola araba swa’hl che vuol proprio dire “spiaggia”. I rapporti tra questo porto di terra e Taoudenni sono ambigui, come tra pescatori e onde: nessuno può fare a meno dell’altro, ma si odiano.

Timbuktu - foto A. Paolini
Timbuktu – foto A. Paolini

Così, una mattina, provai a lasciare Timbuktu con una carovana. Passai molte ore in attesa tra le tende impolverate dei Bella, gli schiavi più o meno affrancati dei Tuareg. I dromedari non partono scarichi: la prima preoccupazione è il foraggio. Non c’è nulla tra Timbuktu e Taoudenni (quasi 800 chilometri), a parte l’oasi di Araouane a 250 chilometri di distanza. Fino a Taganet i cammellieri avrebbero avuto sterpi per il fuoco; poi solo sterco di dromedario. Così cominciammo a caricare balle di fieno che avremmo poi lasciato man mano che si progrediva nella marcia verso nord. Ogni tanto, nella confusione, arrivava altra merce da caricare sui due supporti (huyia) in paglia, che avrebbero costituito al ritorno il basto per il sale. «l minatori laggiù a Taoudenni non hanno nulla», mi disse Uaddad Willabat, della sezione degli Umran, con cui sarei partito. «Così portiamo provviste, dal miglio alle torce elettriche». Uaddad mise in fila 29 dromedari da carico più uno da sella. Su un carico si adagiò una donna. «Va solo fino al pozzo di Duaya», mi precisarono gli altri due cammellieri, cui si sarebbe unito un ragazzo.

Partimmo a sera, per fare il campo poco oltre. Ma fu la mattina dopo che si cominciò davvero a camminare. I dromedari, all’ambio, facevano 74 passi al minuto sul terreno sabbioso. Sul suolo più duro, accanto ai cespugli, io dovevo farne 102. Fino ad Araouane avremmo avuto acqua di pozzo (un po’ salmastra) ogni 50 chilometri; poi, le nostre sole sorgenti sarebbero state gli otri ricavati dalle camere d’aria. Dopo qualche ricco pasto con le provviste di Timbuktu e qualche capra occasionale, il cibo si sarebbe ridotto alla broda di miglio, acqua e farina di baobab che è alimento irrinunciabile del cammelliere. E il tè del deserto, dolce come la morte. «Andando ad Araouane seguiamo la pista», mi incoraggiò Uaddad. «Poi dovremo viaggiare di notte. Non per il caldo, ma per le stelle. Non ci sono riferimenti: seguiremo bil hadi, l’”indicatore”». Così conobbi il nome della stella polare. Al ritorno, con il carico di sale a sballonzolare davanti agli occhi, avremmo accostato l’occhio alla spalla sinistra per puntare due stelle basse sull’orizzonte. «Sono quasi sempre lì», mi disse Andrahmed. «Sopra Timbuktu».

Le azalai stanno riprendendo quota su piccola scala, dopo i problemi della guerriglia indipendentista dei Tuareg. Un tempo si potevano vedere anche 500 dromedari arrivare tutti insieme a Timbuktu. Oggi la media è di 20-30 animali che possono essere governati da soli due uomini. Così la carovana resta un affare di famiglia senza pagamento di salari. Una lastra di sale, acquistata a Taoudenni per 1.500-2.000 franchi CFA, viene rivenduta a Timbuktu per 4.000 (655,95 franchi CFA = 1 euro). Andrahmed portò un carico di 71 lastre: un affare da 450 euro (da cui dedurre il costo della materia prima e delle provviste) per un mese di lavoro di tre persone e di 23 dromedari, capitale a rischio. Recentemente, i minatori di Taoudenni hanno deciso di metter su una cooperativa, chiesto un finanziamento pubblico e acquistato un camion per il trasporto del sale, allo scopo di tagliar fuori i cammellieri da tanto guadagno. Con il primo carico, arrivò tanto sale a Timbuktu che i prezzi crollarono. I minatori non poterono ripagare l’autocarro e le azalai tornarono a essere l’unica alternativa per il commercio del sale.

Le carovane tra Timbuktu e Taoudenni sono le ultime nel Sahara, data la virtuale scomparsa della tagharat e della tarlamt, le carovane di primavera e d’autunno che collegavano Bilma ad Agadès, in Niger. A detta di Saleh, in Mauritania l’ultima si è mossa nel 1973: il sale di Idjil ormai non interessa più nessuno.

Le piste delle carovane tuttavia danno forma al Sahara ancora oggi. Si tratta di una rete comunicativa interconnessa, con le maglie disposte verso i punti cardinali. È una sorta di Internet commerciale, la cui globalizzazione primitiva era basata proprio sul sale. Le linee principali vanno da nord verso sud, con raccordi est-ovest a minimizzare i percorsi e i rischi. I geografi arabi, tra il X e il XII secolo, si prendono una gran briga di descrivere minuziosamente i percorsi delle carovane, allo scopo di evitare ai mercanti ogni forma di improvvisazione, foriera di disastri certi. Molte sono però le imprecisioni sulla durata delle tappe, sulle rotte e parecchi nodi hanno nomi che sembrano in codice. Il tutto dimostra come il traffico fosse ritenuto strategico e politico. In fondo, il segnale stradale che ancora oggi si legge a Zagorà, in Marocco, dice: “Timbuktu, 51 giorni”, più vago di così.

I nodi della grande rete di sabbia e solitudine sono i terminali di partenza e arrivo sul Mediterraneo e lungo il fiume Niger, e di porti (oasi) di transito, soggiorno temporaneo e allestimento delle carovane. l terminali settentrionali, nella storia, diventano le grandi capitali del Maghreb: Salé, Fès, Tlemcen, Algeri, Tunisi, Tripoli. Le città erano o sul mare o in corrispondenza dei valichi dell’Atlante: a ovest il corridoio di Tazà; al centro Tahert con le popolazioni berbere; a oriente la depressione dell’Hodna, con Biskra che fece la fortuna dei Fatimidi.

i bagagli della carovana
Bagagli della carovana

Le saline, invece, si allineano lungo il Tropico del Cancro; così le carovane raggiungevano prima i siti intermedi predesertici di Sigilmassa e Sadrata (l’attuale Ouargla), che raccoglievano merci anche in senso est-ovest. Al centro di questi due poli, per simmetria spazio-temporale, gli Ibaditi crearono la pentapoli del Mzab (nei pressi di Ghardaia): una serie di città edificate artificialmente sul letto di un fiume estinto. Poco più a sud c’erano i porti del sale: Idjil, Taoudenni, Abelassa, Bilma. La traversata nord-sud non era compiuta dalla stessa carovana, ma si scomponeva nel reticolo interportuale delle oasi, dove il carico veniva smembrato e ricaricato, per essere affidato alle popolazioni della zona. Il meccanismo ripartiva il guadagno e riduceva i rischi di furti e aggressioni. Il metodo risolveva anche i problemi posti dalla varietà ambientale del Sahara, tra dune e montagne, con l’impiego di animali da soma differenziati e conoscenza fine del terreno. Al termine del viaggio si arrivava alle mitiche città sudanesi sul Niger, il cui delta interno favoriva l’arrivo e la redistribuzione delle merci da e per l’Africa Nera: Aoudaghost, Ghana (più a nord dell’attuale stato), Djenné, Timbuctu, Gao. Si importava ed esportava di tutto, ma due erano i veri oggetti del desiderio: per gli Arabi l’oro e per le popolazioni nere il sale.

L’Eldorado africano è una leggenda, nonostante Kanku Musa di Timbuktu, nel suo pellegrinaggio alla Mecca, avesse portato con sé un’immensa carovana carica, tra l’altro, di una tonnellata d’oro che venne spesa al Cairo. Il fatto destabilizzò il rapporto di valore tra oro e argento per numerosi decenni. In realtà, la raccolta manuale dell’oro di queste zone dell’Africa è molto difficoltosa: un lavoratore può ricavare 25 grammi d’oro al mese, ma spesso meno della metà. Le produzioni “indigene”, per tutta l’Africa occidentale, non superano globalmente le due tonnellate annue.

La necessità del sale da parte delle popolazioni nere, in una quantità tale da consentire un’economia carovaniera millenaria, ha dell’incredibile. Si calcola, per un adulto che lavori nelle condizioni semiumide a sud del Sahel, un fabbisogno giornaliero di 12-15 grammi. Questo veniva già ricavato dal mare, non troppo lontano. Arrivava dai laghi salati del Nord ben prima delle carovane di dromedari, un animale che si è imposto solo nell’era cristiana. Il sale poteva essere ricavato, anche se in modo poco efficiente, dalle ceneri di alcune piante ma ci sono vaste zone dell’Africa subsahariana dove manca. Testimonianze archeologiche dimostrano come il commercio del sale fosse fiorente assai prima della desertificazione e che, quindi, fosse svincolato dai bisogni indotti dal commercio carovaniero settentrionale. In realtà, l’Africa dell’ovest aveva prodotto una seconda rete operativa millenni prima che arrivassero le merci dal Mediterraneo. E qui occorre parlare di Djenné.

In una visione antropomorfa del mondo, le genti del delta interno del Niger vedono lo spazio come una persona coricata sul dorso: la testa è a Timbuktu, la schiena lungo la falesia di Bandiagara, le braccia piegate hanno mani a San e Sofara, il sesso è a Oualata e le gambe si protendono a nord, verso i piedi di Taghazza e Taoudenni. Il cuore, però, è a Djenné, la città in terra cruda. Quando vi arrivai, andai a calpestare per prima cosa i milioni di cocci di Djenné-jeno, “la vecchia”. Qui, a partire dal secondo secolo prima di Cristo, vissero anche diecimila persone. Ho visto urne funerarie accanto a glomeruli di ferro di fonderia, olle per cereali o frutti esotici e monili d’oro e di rame simili a quelli dei faraoni, ho trovato teste di ceramica avvolte da serpenti e guerrieri di rame con il pugnale appeso al braccio. Dall’alto, pare che tutto il sistema di drenaggio porti a Djenné ogni cosa si muova nel delta. Djenné-djenno venne abbandonata nel 1300, al momento della fondazione della Djenné moderna. La città è un monumento al commercio, frutto di un’urbanizzazione che supera lo stereotipo da “villaggio di capanne” che abbiamo riguardo queste partì dell’Africa. Ebbe il suo declino quando i francesi preferirono il porto commerciale di Mopti, alla confluenza tra Niger e Bani. Qui, oggi, si vedono le lastre di sale di Taoudenni, che vengono ancora tagliate per il commercio al minuto.

Lastre di sale al porto di Mopti - foto R. Gregori
Lastre di sale al porto di Mopti (foto R. Gregori)

La rete commerciale che avvolge l’Africa Nera è meno evidente di quella sahariana; probabilmente più fitta, ma è nascosta dalle erbe e dai baobab. Il mercato di Mopti sta comunque a dimostrare un’organizzazione spaziale, urbana e commerciale tesa allo sfruttamento integrato di tutte le risorse che si trovano a nord e sud del grande fiume.

A Djenné ci andai in taxi-brousse (i taxi collettivi), così pure a Mopti. Per tornare al porto di partenza ricordai però le parole di un antico cronista sudanese che così scrisse nel 1300: «Timbuktu è il punto d’incontro di quelli che viaggiano in piroga e di quelli che vanno a dorso di cammello». Così saltai su una pinasse, la lunga barca che tutto sposta sul delta del Niger, con lento motore diesel o a forza di vele fatte di sacchi da zucchero e teli neri di plastica da immondizia. Vidi i villaggi Bozo, che sembrano meraviglie architettoniche uscite dalle mani di Henry Moore (o viceversa?). Tornai a Timbuktu. Mi dissero che stava arrivando la Parigi-Dakar. Entrai nel cortiletto dove dormivo. Due donne, avvolte in veli neri, uscirono da una tenda lì piantata. Andarono da un vicino a vedere “Il commissario Köster” in tv anche se le donne non capivano il francese. Guardavano il mondo. La mattina dopo venni svegliato da un elicottero. Sul muro di cinta sgretolato, cui erano appoggiate due lastre di sale rosato, c’erano tre tortore. Al rumore metallico si levarono in volo. Ma solo per un istante.

Alberto Salza

Tempi e ritmi della carovana

Ultimo campo, 10 gennaio 1999.
Siamo a circa 37 km da Timbuktu, di ritorno da Taoudenni con un carico di sale su 23 dromedari, tutti maschi.
Siamo in una piccola conca riparata dal vento. Sul terreno, 23 someggiature con 71 lastre di sale: le abbiamo lasciate così quando ci siamo fermati nel cuore della notte (ora non registrata per l’eccessiva stanchezza). Abbiamo dormito fino a tardi per il freddo. Dalle 9 circa stiamo prendendo il tè. Con il penultimo otre i cammellieri lavano la camicia e il velo (tiggelmust). «Per non spaventare i dromedari», dicono. Poi, come sempre senza preavviso, ricomincia il lavoro di carico.

  • Ore 10.25: inizia il recupero dei dromedari al pascolo; dopo 34 giorni ogni gobba porta il segno della lastra di sale (tafarat).
  • Ore 10.37: muovendosi con cautela sottovento e senza rumore, si mettono le prime cavezze.
  • Ore 10.50: si dispongono i dromedari accanto al carico, a partire da quello di testa; sistemiamo le masserizie del campo.
  • Ore 10.54: si sella il dromedario da monta per Andrahmed.
  • Ore 11.02: si inizia il carico dei basti, che vengono posti su una coperta davanti alla gobba.
  • Ore 11.05: si mette il primo morso al dromedario di testa.
  • Ore 11.11: carico delle lastre; in due si solleva una coppia di lastre legate una all’altra e la si posa ai lati del basto; quindi una seconda coppia (peso totale di circa 120-140 kg); a protezione delle lastre e della pelle del dromedario si mette paglia.
  • Ore 11.52: fine del carico; dopo l’operazione, ogni animale viene legato alla coda di quello che lo precede nella carovana. Due le file aperte da quello da sella e dal più esperto sulla pista.
  • Ore 12.03: si parte; a Timbuktu arriveremo a notte fonda.
Carovana del sale in prossimità dei monti dell’Air
Carovana del sale in prossimità dei monti dell’Air