Diciotto anni dopo

Diciotto anni dopo, film del 2010 diretto da Edoardo Leo.
Diciotto anni dopo, film del 2010 diretto da Edoardo Leo.

Quanto è dura non vedere il proprio fratello per diciotto anni? Probabilmente non sono la persona più adatta a cui chiederlo, essendo figlio unico. Ma è quello che vivono Mirko (Edoardo Leo) e Genziano (Marco Bonini). Il primo, balbuziente nelle parole come nella vita, è rimasto a Roma; il secondo invece è un uomo d’affari emigrato a Londra. Oltre al legame sanguigno cosa resta a tenerli uniti? La morte del padre, evento scatenante di Diciotto anni dopo.

Ma allora perché viaggiano assieme in macchina? Beh, guardateli bene, sono sì nella stessa auto, ma non sono assieme. Sembra che qualcosa li abbia messi lì a forza, girando la rotella dietro la loro decappottabile d’epoca e spingendoli dove non sarebbero mai voluti andare. Quel qualcosa è il testamento del padre, impossibile da ignorare, nonostante diciotto anni di rabbia covata, di livore fintamente sopito per… no, non ve lo dirò, guardate il film e scopritelo.

Perché Edoardo Leo (qua al suo esordio dietro la macchina da presa), mette in scena una storia che sa di vecchio dandole nuova vita, spruzzando il dramma di commedia e creando un viaggio on the road sempre in bilico, sempre sull’orlo di finire per un guasto al motore di famiglia. Eppure eccoli entrambi lì, dopotutto come si fa a dire di no a un padre morto? Difficile che la coscienza dia il permesso. Ma sarà proprio il superare quella pietruzza di diffidenza iniziale che porterà Mirko e Genziano a riavvicinarsi, lottando come belve uno contro l’altro, insultandosi, urlandosi addosso ogni cattiveria possibile. In fin dei conti sono fratelli.

In Diciotto anni dopo il viaggio è tutto, mai come qui motore primo e ultimo della storia, dei legami familiari che anche dopo tutto questo tempo si possono ritrovare, tirando quel filo che li unisce nonostante la vita l’abbia sotterrato nella polvere. Ma dove si va? Da Roma a Scilla, in Calabria, ripercorrendo i paesi della gioventù, i ristoranti dove si andavano a mangiare le cozze con mamma e papà, le strade assolate dove la macchina sembra una bara di fuoco. Diciotto anni dopo è il classico tuffo nel passato che ti fa riprendere ossigeno nel futuro, anche se all’inizio il processo brucia i polmoni. Ma alcuni dolori servono, e questo il film lo insegna bene, inculcandoci il mantra del “va anche bene così, può succedere”.

E come lo fa? Con ironia, con sagace brio che taglia i momenti drammatici alleggerendoli, cercando di trovare il sorriso nel dolore, anche quando sembra impossibile. Diciotto anni dopo mette in scena tutta l’ironia di un viaggio tragicomico, una lotta contro i mulini a vento che, forse, si può anche vincere.

Perché Mirko e Genziano dovranno confrontarsi con Cate (Eugenia Costantini), autostoppista d’altri tempi fuori dalle righe, che porterà ancora più attrito nella coppia fraterna. Ma da quell’ennesimo confronto i due troveranno altri punti in comune, altro sangue misto sparso lungo il viaggio che si può recuperare. Oppure lasciar andare via, perdonando e perdonandosi, nella lotta contro una macchina vecchia come il motivo che li ha separati, in grado però di portarli esattamente dove serve.

Questo è il viaggio di Diciotto anni dopo, fare quello sforzo apparentemente enorme che si rivela poi essere una scelta attesa da tutta una vita, che solo una partenza con il vento sul viso può sbloccare.
Diciotto anni, che sarà mai?

Edoardo Ferrarese