Dogon, il popolo poliglotta

Villaggio di Songho - foto BluesyPete
Toguna nel villaggio di Songho - foto BluesyPete

I Dogon sono famosi. Famoso (anche se un po’ meno dei Dogon) è Marcel Griaule, l’etnologo francese che li ha studiati a partire dal 1933. 
Ma per quali motivi gli occidentali sciamano a frotte (in senso relativo: siamo in Africa) verso i villaggi Dogon, rischiando un colpo di sole, quasi fosse un pellegrinaggio dovuto all’Africa?
L’uomo bianco che viene da queste parti ha, ancora oggi, due miti. 
Il primo trae origine dall’epoca di Rousseau e si definisce “complesso del buon selvaggio”. 
Il secondo, di tipo vittoriano, riguarda l’entropia: noi occidentali abbiamo la forsennata missione di riportare ordine dove esiste il disordine.

I Dogon, circa 240.000 individui, a partire dal dopoguerra, capitarono a fagiolo. Vivono arrampicati sulla scarpata di Bandiagara, a sud-est di Mopti, che è sul delta interno del Niger.
La scarpata è costituita dall’erosione di sedimenti siluriani e non da un fenomeno di faglia, o spaccatura, dovuta a movimenti tettonici. 
L’arenaria di Bandiagara è particolarmente resistente, dato il contenuto di silice; il clima semiarido non offre efficaci agenti di erosione (ventaccio a parte): si spiega così la natura molto ripida della scarpata.
I Dogon vivono abbarbicati alla roccia, con cui i loro villaggi si amalgamano.
Una delle ragioni per la scelta di un simile abitato è certamente la difesa: i Dogon erano circondati da popolazioni islamizzate, ostili per motivi soprattutto religiosi. 
Infatti, vengono ancor oggi chiamati habbe, che vuoi dire “pagani”. 
Inoltre, in un ambiente dove la pioggia è fenomeno raro e fondamentale per la sopravvivenza, è logico porre la propria casa vicino agli anfratti non esposti al sole, dove l’acqua si ferma più a lungo. 
Così si risparmia la poca terra fertile di pianura, che serve per l’agricoltura.

Rovine Tellem nella falesia di Bandiagara - foto Ferdinand Reus
Rovine Tellem nella falesia di Bandiagara – foto Ferdinand Reus

A questo punto entra in scena il complesso numero uno. 
All’etnologia europea e al pubblico più vasto non pareva vero: esisteva un popolo che aveva resistito (“era rimasto intatto”, si diceva, “nonostante tutto”) all’influenza islamica e viveva in splendido isolamento (in belle case, però) in una grandiosa cornice paesaggistica, arida e impervia. Per di più, i Dogon erano anche buoni e gentili, e non troppo selvaggi. In realtà, non puzzano nemmeno. Isolamento e cosiddetta purezza dei Dogon non reggono però alle metodiche di analisi scientifica. Considerando solo l’aspetto linguistico, per non insistere sugli spiacevoli canoni della genetica e dell’antropologia fisica, si notano caratteristiche che rimettono i Dogon all’interno di un vasto sistema di correlazione coi popoli vicini ma anche con quelli più lontani.

Per i Dogon la parola è un valore totalizzante della cultura. «In questo mondo la parola è di tutti», disse Ogotemmeli, il Dogon anziano e sapiente, che comunicò a Griaule le strutture di pensiero del proprio popolo. 
«Bisogna scambiarsi la parola, affinché vada e venga, essendo cosa buona prendere e ricevere forze vitali».
Per i bambini è quindi fondamentale (a livello spirituale, non solo comunicativo) apprendere il linguaggio parlato. 
Dopo i trent’anni, affermano i Dogon, è difficile dimenticare la propria lingua (la parola per eccellenza) e sarà quindi positivo imparare il maggior numero possibile di idiomi, allo scopo di scambiare non solo merci, ma anche “forze vitali”.
Così gli pseudo-isolati Dogon imparano, viaggiando e commerciando, il bambara (che i ragazzini usano come una vera e propria lingua segreta), il fulbe (che sono nemici, ma “saggezza vuole che si conosca la lingua dell’avversario”), il soninke, il samogho, il more, il songhai, il bozo, lo hausa, il wolof e, ovviamente, il francese.

Villaggio di Songho - foto BluesyPete
Villaggio di Songho – foto BluesyPete

I Dogon ritengono che tutte queste lingue siano state “rivelate” al mitico antenato Binu Seru. 
Stranamente, vi è la totale negazione della lingua bobo, una delle etnie più importanti della zona. 
La scusa è che i Bobo non sono circoncisi e che “anticamente si vestivano di foglie dato che non avevano ricevuto la tessitura e, quindi, nemmeno la parola, che è la stessa cosa”. 
Non si può sposare una donna Bobo, pena il disonore. 
La cultura Dogon non è stata certamente isolata, come piace credere agli europei, ma è definita dal territorio. 
I Bobo capitano al limite meridionale dell’area tradizionale di scambi Dogon, come i Tuareg e il deserto ne rappresentano il limite settentrionale.

Il secondo complesso nei confronti dei Dogon è più difficile e articolato da spiegare. 
Le culture africane espresse, per esempio, dalla scultura o dalla musica, ci sono sempre apparse come “primitive”, legate totalmente alla sfera istintiva e naturale perduta dall’uomo bianco nella sua corsa alla ragione e alla civiltà tecnologica. 
In questo senso la cultura africana creava disordine. Basti pensare a come artisti quali Moore, Picasso, Braque o poeti come Verlaine, si ispirassero alle maschere africane (per le quali i Dogon vanno famosi) per il lavoro di astrazione della figura umana che stavano immettendo nell’arte europea. 
Ma, per la maggior parte di noi, cubismo e astrattismo rimangono una disposizione  disordinata della realtà.

Villaggio di Songho - foto BluesyPete
Villaggio di Songho – foto BluesyPete

Stufi di ricevere le tipiche domande di “piccolo cabotaggio” che l’etnologo pone in continuazione (a me dicono sempre: «Ma le cose che chiedi le sanno anche le bambine!», il che non aiuta il mio ego scientifico), gli anziani Dogon delegarono uno di loro, possessore della “cultura totale”, a spiegare per filo e per segno le strutture di pensiero e il modo di leggere la realtà dei Dogon. 
E così, Ogotemmeli, anziano di Ogol (l’attuale Sangha), raccontò a Griaule l’universo spazio-temporale che è riportato in Dio d’acqua (leggetelo, se volete sapere notizie ben più approfondite e aggiungeteci Il mondo della parola. Etnologia e linguaggio dei Dogon della figlia di Griaule, sul rapporto tra verbo e cultura).

All’improvviso i razionali uomini bianchi si trovarono di fronte al fatto che i neri Dogon collocavano la realtà in una fittissima rete sistemica di relazioni tra miti, astronomia, linguistica, ecologia, semi e parole, terra e stelle.
A prima vista, i campi Dogon, strappati al suolo arido del Sahel, si presentano come una scacchiera di monticelli di terra, che, alla fredda analisi dell’ecologo, servono a trattenere il più a lungo possibile la poca pioggia (un po’ come nelle risaie).
Ogotemmeli, quando alla luce radente del tramonto guarda i campi, vede qualcosa di diverso: «La terra, dissodata e limitata, con le luci e le ombre, rappresenta la coperta dei morti, con le sue otto bande (quanti gli antenati primordiali) fatte di quadrati bianchi e neri, immagine, a sua volta, della facciata delle casa con le sue dieci nicchie (gli antenati più la discendenza, come le dita della mano)».

Donne al lavoro - foto MoisesFocus
Donne al lavoro – foto MoisesFocus

Il villaggio è come un uomo coricato, con la fucina del fabbro, la piazza e la casa del consiglio a nord (la testa); le case delle donne sono a est e a ovest (le mani); le case di famiglia al centro (il petto); la pietra per l’olio e l’altare di fondazione (sesso maschile e sesso femminile) con gli altari (i piedi) chiudono la figura verso sud. Per spiegare l’origine dell’universo Ogotemmeli si servì di un paniere rovesciato, rotondo in basso e quadro in alto. 
«È come il granaio, che è una donna stesa sul dorso (rappresentante il sole) con le gambe e le braccia alzate per sostenere il tetto (il cielo)».
Un analista di sistemi ha difficoltà a raccapezzarsi nella rete che collega la realtà quotidiana con la cosmogonia Dogon.

Il grande sogno si era avverato.
Gli africani uscivano dal regno dell’istinto (per non dire animalità) per entrare gloriosamente nel mondo della logica e della filosofia. 
I Dogon sono così diventati un mito loro stessi. Forse loro malgrado.
È difficile valutare quanto il contadino medio Dogon conosca il proprio sistema filosofico, anche se tutti concordano con le interpretazioni di Ogotemmeli. 
I Dogon sono meritatamente famosi in Europa. Ma, per motivi diversi (spesso imperscrutabili sono le vie del pensiero africano) anche in Mali. 
Sono considerati i migliori coltivatori di cipolle. E le esportano dappertutto in Africa.

Alberto Salza

Abitazioni intorno alla falesia di Bandiagara - foto BluesyPete
Abitazioni intorno alla falesia di Bandiagara – foto BluesyPete