Gibilterra. Fuori tempo, fuori spazio

Gibilterra - foto moisemarian/Pixabay

Da questa parte c’è una lunga fila di macchine che attende senza lamenti il permesso per entrare, lungo Avenìda Prìncipe de Asturias: qui ancora profumo di Spagna. L’altra parte per ora non è che uno sperone di roccia massiccio e imponente oltre le reti metalliche, il Monte di Tariq, trampolino per l’Africa. Il nome è del condottiero berbero che conquistò la Spagna ancor prima dell’anno Mille, uno straniero dunque, quasi a voler ricordare la sua appartenenza altra. Anche se gli inglesi oggi lo chiamano Rock of Gibraltar.

Mi presento ai controlli con il passaporto alla mano, il sistema è elettronico e non perdona, ma c’è una porta trasparente, sulla destra, decisamente più comprensiva, «It’s ok», posso passare. E la lingua in un attimo scivola dalle labbra alla gola, con un britannicissimo accento.
Prendo un bus per arrivare alla teleferica che conduce in cima, sperando di accorciare i tempi: scelta sbagliata perché Gibilterra è una lingua distesa sul mare, quindi il tour non può che allontanarsi dal centro storico e addentrarsi nella “periferia” per sbucare dalla parte opposta. I dintorni sono palazzoni smilzi, vuoti, appartamenti in costruzione, parcheggi, un paesaggio da metropoli post apocalittica, come nel libro di Cormac McCathy, La strada, (Premio Pulitzer 2007), solo che qui è pieno di turisti. Un che di inafferrabile mi costringe a distribuire il mio sguardo a pennellate, la guida non ha risposte sufficienti, ma per ora non posso che aspettarle seduta al mio posto.

Gibilterra - foto kenailuj/Pixabay

La Upper Rock Nature Reserve presenta diverse attrazioni al suo interno, per ora mi accontento di salire nel punto più alto, forse da lì sarà tutto più chiaro. La cabina sferica della funicolare ha dei finestroni che permettono alla vista di spaziare, soprattutto grazie alla pendenza del monte che sembra uno scoglio troppo cresciuto, investito di un compito troppo importante. Alla stazione di arrivo, le bertucce danno spettacolo: sono loro le vere padrone di questo posto e la noncuranza che intrattiene noi visitatori è abitudine all’uomo, non familiarità. Si lasciano avvicinare, si spulciano, si menano, ma sanno aprire le cerniere, sono avvezze ad arrampicarsi fin sopra alle teste e soprattutto rubano. Non è “carino”, è animale.

La giornata tende al sereno, ma le nuvole sono ancora basse e vaporose, portate veloci dal vento, provengono proprio da lì, dall’Africa, che non c’è ma si avverte. Da lì arrivano anche navi su navi: sbucano dalla coltre come piccoli modellini confezionati e vanno ad attraccare da quell’altra parte. Con fiducia paziente mi riparo nel bar, dove chiedo un espresso che posso pagare soltanto con il bancomat per due motivi: numero uno, un caffè qui costa due euro e sessanta; numero due, Gibilterra ha una moneta propria. Oltre i grandi vetri, mare da tutte le parti, è qui che il Vecchio Continente finisce, qui il mondo diventa più grande: il Mediterraneo si fa Oceano confondendo le tinte blu su blu. Rimango. Il tempo è impiegato dallo sguardo, non si annoia. E quando mi portano il conto da saldare sono le tre passate.

Gibilterra - foto Maria Clara Restivo

Ritorno in città, lasciandomi alle spalle la Saint Michel’s Cave, il Castello Moresco e i Great Siege Tunnels, i frammenti della storia di questo luogo straniante e sospeso. A piedi, attraverso la via principale del centro dove le vetrine dei negozi esibiscono bottiglioni di brandy e whiskey a un prezzo troppo economico e le banche sono piccoli locali con i vasi di fiori in bella vista, nessuna porta blindata, nessun controllo.
Per il resto il centro è una parentesi di Inghilterra fuori posto: le case colorate affacciano le loro finestre ampie sui pub, odore di bacon a qualsiasi ora del giorno. C’è una poliziotta che chiacchiera con un turista, la divisa è quella britannica e anche il portamento lo è. Non mancano nemmeno le cabine telefoniche; le palme – forse – sono quelle che più stridono, nel contesto.

Gibilterra - foto Maria Clara Restivo

Ordino un fish&chips e una birra in un locale che ha apparecchiato lungo la strada, di fronte a una chiesa dove la foto di Elisabetta si offre sorniona ai passanti. Il pesce è fritto bene, croccante, mi chiedo perché ancora mi stupisco. Riprendo il bus dalla stessa fermata in cui sono scesa all’andata, così il giro si completa: la cittadina ha anche un proprio aeroporto collegato con il grande Regno Unito a cui Gibilterra continua a rimanere fedele nei secoli dei secoli, nonostante i tentativi spagnoli e gli ammutinamenti personali. I turisti passano in mezzo alla pista, tagliata a metà dalla strada che collega questa parte all’altra parte. Quando la corsa è finita, mi dirigo verso il cartello blu con disegnato un pedone, accompagnato da una freccia e la scritta “SPAIN”.

Maria Clara Restivo

Gibilterra - foto Maria Clara Restivo

2. Continua

Il primo capitolo del viaggio di Maria Clara: Compiere trentun anni in Andalusia