Gujarat e le etnie nomadi del Kutch

Gujarat. Donne del Kutch mostrano i loro ricami

Il Gujarat, lo Stato più occidentale dell’India al confine con il Pakistan, è una terra vibrante di tradizioni culturali. La sua storia è un ciclico susseguirsi di invasioni e catastrofi naturali che hanno forgiato, nei secoli, i popoli che vi abitano.
Il suo capoluogo economico e culturale è Ahmedabad. Fondata nel XV secolo dal Sultano Ahmed Shah che la adornò di splendidi monumenti indo-islamici, è oggi un caos indiavolato di mezzi motorizzati. Furgoni, motorini e tuk-tuk sfrecciano in una girandola infernale, sfiorandosi senza mai urtarsi, nel fragore dei clacson. Le vacche, sedute agli incroci, osservano imperturbabili l’umana follia.

Gujarat. Vacca a Sidhpur

Famosa per la produzione di tessuti, Ahmedabad ospita il Calico Museum of Textiles, una raccolta, unica al mondo, di preziosi tessuti indiani. Accanto ai ricami tribali, il tessuto più pregiato è il patola, un doppio ikat, realizzato mediante una tecnica antica, raffinata e complessa, secondo la quale il filato viene tinto con il metodo del tie and dye prima di essere posto sul telaio. Per realizzare un sari in seta, due uomini lavorano più di sei mesi, secondo la complessità del disegno. La famiglia Salvi, nella cittadina di Patan, antica capitale hindu, è l’unica a continuare la tradizione. Le ordinazioni vanno fatte con almeno un anno di anticipo e il costo è di alcune migliaia di dollari! Altrettanto pregevoli sono i tessuti stampati a mano con vecchi stampi di legno intinti in colori naturali (Ajrakh).

Gujarat - Ajrakhpur. Stampa artigianale dei tessuti
Stampa artigianale dei tessuti

Ad Ahmedabad si può, inoltre, visitare il Sabarmati Ashram, il quartier generale di Gandhi dal 1915. Da qui partì, il 12 marzo 1930, la famosa “Marcia del Sale” in segno di protesta contro il monopolio del governo inglese. Situato sulle sponde del fiume Sabarmati, è un luogo commovente e tranquillo. Vi sono conservati gli oggetti del Mahatma: gli occhiali, il telaio e un’interessante raccolta di fotografie.
Per terminare in bellezza la giornata, niente di meglio di una cena sul terrazzo panoramico del boutique hotel The House of MG. Il palazzo di Mangaldas Girdhardas, antico mercante di tessuti, offre stanze arredate con mobili originali e vecchie foto di famiglia appese ai muri, altane ombreggiate e una piscina con il soffitto decorato con fiori di loto. Nel caldo afoso di maggio, mitigato da giganteschi ventilatori che diffondono una nebbiolina profumata, mi gusto il Gujarati Thali, il piatto vegetariano tipico della regione. Una decina di camerieri in livrea si alternano e propongono scodellini che contengono piccoli assaggi di verdure e spezie, piccanti o dolci, da gustare con intingoli, riso e l’immancabile chapati, il pane piatto aromatizzato all’aglio o al formaggio. Si beve il lassi a base di yoghurt di bufala e si conclude il pasto con una squisita mousse di mango maturo. Una delizia per gli occhi e per il palato che mi riconcilia all’istante con la cucina indiana proiettandomi nella magica atmosfera dell’India.

Gujarat. Rani ki vav
Rani ki vav

Superato il tropico del Cancro, lungo la strada fra Ahmedabad e Patan, si possono ammirare due meravigliosi pozzi a gradoni. Il meglio conservato è il Rani ki vav, una straordinaria opera di ingegneria, unica nel suo genere. Il “pozzo a gradoni della Regina” non ha nulla a che vedere con il nostro concetto di pozzo. Si tratta, invece, di una gigantesca piramide “in negativo” che scende nelle viscere della terra, un susseguirsi di balconi e gallerie istoriate con statue di divinità e personaggi mitologici. Qui le carovane trovavano ristoro nelle ore calde e potevano abbeverarsi con l’acqua raccolta sul fondo.

Gujarat. Tempio del sole di Modhera
Tempio del sole di Modhera

Nei pressi di Patan, a Modhera, si può ammirare un’altra testimonianza del regno della Dinastia Solanki, il Tempio del Sole, costruito nell’XI secolo sulle sponde del fiume Pushpavati. Fu progettato in modo che i raggi del sole illuminassero, durante gli equinozi, l’immagine del Dio Sole eretta nel Sancta Sanctorum. Un passaggio segreto sotterraneo lo collegava alla città. Lasciati alle spalle gli ultimi centri abitati, il paesaggio cambia aspetto e diventa una landa disabitata, dove l’unica risorsa è l’estrazione del sale dal sottosuolo.
Il Little Rann of Kutch è l’ultimo rifugio degli asini selvatici, ospitati in una riserva naturale di 5000 kmq. Schivi e curiosi, si muovono in branchi e osservano il fuoristrada da una distanza di sicurezza per perdersi, poi, nella bruma mattutina.
Raggiungiamo, infine, le distese lunari del Great Rann of Kutch, meta principale del nostro viaggio, una piana arida e inospitale che, durante il monsone, si trasforma in una palude salata. È qui che l’India mette a nudo la sua anima più autentica.

Gujarat. Carovana di Rabari
Carovana di Rabari

Rabari, Ahir, Bhils, Meghwals, Mochi, Jats, Marwar sono solo alcuni dei gruppi etnici migrati dall’Asia Centrale dal VII secolo in cerca di pascoli e terre da coltivare.
Vivono in villaggi sparsi secondo uno stile di vita quasi medievale, come se, per loro, la storia si fosse fermata, come se le grandi zone industriali che deturpano il paesaggio non esistessero. Le capanne di fango dalle forme rotonde (bhungas) sono costruite intorno a una corte centrale. Le pareti interne sono interamente decorate con migliaia di specchietti che formano intricati disegni e i muri esterni sono coperti da dipinti colorati.

Gujarat. Le bhungas, case dipinte del Kutch
Bhungas, le case dipinte del Kutch
Donna Rabari-Gujarat
Donna Rabari

Culture a rischio, come tutte le minoranze. Culture i cui ritmi lenti stridono con un mondo che corre veloce in un’altra direzione. Tra tutti, i più affascinanti sono i Rabari, uno degli ultimi popoli nomadi del mondo. Allevatori di bestiame, soprattutto di cammelli, da più di mille anni solcano l’India nord-occidentale percorrendo antiche rotte. Si pensa che questo gruppo, dalla peculiare fisionomia persiana, sia migrato dall’altopiano iraniano per spargersi, poi, nel Gujarat e nel Rajasthan.
Il loro nome significa “outsiders”, coloro che vivono fuori dalle mura. Pur mescolandosi alle altre culture, hanno sempre mantenuto lo stile di vita tradizionale.
Gli uomini migrano con le mandrie all’inizio della stagione secca alla ricerca di pascoli (dang), per tornare, poco prima del monsone, al villaggio dove restano in attesa donne, vecchi e bambini.

Nel tempo lasciato libero dalla cura della famiglia e degli animali, le donne si dedicano al ricamo che è diventato un’importante fonte di reddito. I ricami sono l’espressione della loro creatività, del loro senso estetico e della loro identità culturale. Sono un linguaggio che codifica la tribù di appartenenza e lo stato sociale. I colori vibranti contrastano con la monocromaticità del deserto. Le bimbe imparano presto e, già in giovane età, iniziano a confezionare il loro corredo. Disegni, punti e colori sono tramandati di generazione in generazione.
Gli splendidi gioielli in argento, oro e avorio, la pittura del corpo e i tatuaggi che ricoprono collo, mani e piedi, soddisfano ancestrali e artistici impulsi di decorazione ma racchiudono anche un significato magico-religioso. Le donne portano sul capo un lungo velo nero a disegni rossi (lobadi). Il petto è racchiuso in un bustino che lascia nuda la schiena, ricoperto da minuscoli specchi (mirror work) inseriti nel ricamo come difesa contro il malocchio.

Gujarat. Pastore nomade Rabari
Pastore nomade Rabari

Gli uomini, invece, indossano ampi pantaloni bianchi, un giubbino plissettato sul dorso e un enorme turbante. Sfoggiano grandiosi mustacchi e grossi fori nelle orecchie, dove appendere gli orecchini nei giorni di festa.
I Rabari hanno integrato le credenze animiste con la religione Induista. Secondo i miti, la loro origine è legata al Dio Shiva. La loro fonte di sussistenza è il bestiame che fornisce lana, latte e carne. I matrimoni sono combinati all’interno della tribù fin dalla più tenera infanzia. Solitamente sono celebrati durante la festa di Gokulashtami, il compleanno del Dio Krishna.
Li incontro lungo la strada asfaltata che porta a Bhuj. Bimbi, animali e stoviglie in precario equilibrio sul dorso dei cammelli. Ho l’impulso di seguirli, di unirmi a loro, di lasciarmi cullare dal ritmo dondolante della carovana. Ma è solo un momento. Si allontanano inesorabili, una fugace apparizione dai contorni già ondulati nella canicola.

Un viaggio in Gujarat non sarebbe completo senza l’esperienza di una notte trascorsa in un “Heritage Hotel”. L’Orchard Palace di Gondal, di proprietà di un’antica famiglia di Maharaja, è il luogo perfetto. Ampie stanze da letto, salotti pieni di trofei di caccia, vecchie foto in bianco e nero, ricordi di viaggio, tutto evoca i fasti di un’epoca passata. Lo splendido parco, dove si conserva la collezione di auto d’epoca insieme al vagone del treno privato della famiglia, ha fatto da cornice a numerosi film di Bollywood.

Gujarat. Auto d'epoca del Maharaja di Gondal
Collezione di auto d’epoca del Maharaja di Gondal

Attraversando la Penisola del Saurashtra, ci dirigiamo verso la costa, all’isola di Diu, ex colonia ed enclave portoghese, pervasa da una rilassante atmosfera retrò con le sue case dai colori pastello, i porticati e le chiese tardo-barocche.
Lungo la strada facciamo una sosta nella Riserva naturale di Sasan Gir, istituita agli inizi del Novecento da un nababbo locale. Vi trovano rifugio gli ultimi esemplari di leone asiatico. Più piccolo del suo cugino africano, da cui si differenzia anche per il colore più scuro della criniera, il leone di Sasan Gir è un abile cacciatore. Qui ne vivono circa 400, insieme ad antilopi, cervi, stambecchi, cinghiali, leopardi e molte specie di uccelli. Un piccolo pezzo d’Africa nel cuore dell’India dove si può vivere appieno l’emozione del safari!

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Il Gujarat ha rappresentato da sempre la roccaforte storica del giainismo, il movimento religioso dell’estremismo ascetico, dei santoni nudi e della nonviolenza esasperata. I suoi adepti indossano una mascherina sulla bocca per non uccidere i microbi e puliscono la strada con una scopetta per non calpestare gli insetti. Più che una religione è una filosofia basata sugli insegnamenti di Mahavira, un asceta vissuto nel VI secolo a.C.
Il giainismo, che conta circa 10 milioni di fedeli, non riconosce l’esistenza di un Dio Creatore, insegna che ogni essere vivente è un’anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti. Molti giainisti, in India, occupano posizioni importanti nel mondo degli affari e delle scienze. Lo stesso Gandhi ne fu influenzato e integrò nella sua filosofia molti dei principi giainisti.
Predicando un’assoluta non violenza, il giainismo prevede una forma estrema di vegetarianismo. Uno dei principali templi e luoghi di pellegrinaggio si trova a Palitana, sulla collina di Shatrunjaya, nel distretto di Bhavnagar. Per raggiungerlo bisogna salire 3800 gradini. Le monache, avvolte in veli bianchi, salgono a piedi nudi, quasi correndo, anche più volte al giorno. La loro vita è un lungo percorso di espiazione. Si strappano i capelli per imparare a sopportare il dolore, si sottopongono a continue privazioni e sono in grado di controllare pulsioni e desideri terreni. Tutto ciò ha lo scopo di accelerare il raggiungimento del Nirvana e della salvezza eterna.

Gujarat. Il Tempio Giainista di Palitana
Il tempio giainista di Palitana

L’ascesa al tempio richiede più di due ore. Parto alle prime luci dell’alba mescolandomi alla folla dei pellegrini. I più anziani preferiscono usare una portantina (doli). Le barre di legno si incurvano sotto il loro peso mentre gli eroici portatori affrontano coraggiosamente lo sforzo! Il tempio è un vasto complesso di circa mille templi minori, guglie, pinnacoli, statue di marmo bianchissimo. Gli interni sono riccamente decorati. I soffitti a disegni geometrici sembrano pizzi. Ogni pietra racconta una storia millenaria. I fedeli, sostituiti gli abiti da cerimonia con semplici tuniche, si radunano per una preghiera o un canto corale. Ovunque sono sparse offerte di cibo che attirano sciami di vespe. Si respira una contagiosa aria di gioia e aspettativa, ma la mia anima è rimasta accanto agli ultimi nomadi del deserto.

Fotografie e testo di Anna Alberghina

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