Il sorpasso

Il sorpasso (Dino Risi)
Il sorpasso, film del 1962 diretto da Dino Risi con Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak.

Avete presente i viaggi senza meta? Quelli senza una logica, quel peregrinare folle come la pallina di un flipper che sfiora la buca ogni giorno. Perché se il motivo per partire non esiste allora cosa si viaggia a fare? Per scappare. Oppure perché l’apatia è infettiva, lo stare fermi rischia di aprire un cratere sul nulla della propria vita. Quindi si sfreccia via a bordo di una decappottabile su strade deserte, rimbalzando qua e là per cercare scampoli di senso, labili motivazioni per mettere quella marcia e mangiarsi una macchina dopo l’altra come una folle partita a dama.
Questo è il sottotesto de Il sorpasso, uno dei capolavori immortali della Commedia all’italiana. E premettendo “capolavoro immortale” mi metto al sicuro da ogni torto che con le mie parole potrei fargli. Gli renderò onore in ogni modo, promesso.

La persona che parte senza un perché è Bruno Cortona (Vittorio Gassman), apparentemente per abbandonare un’estiva Roma deserta. Ha bisogno di fare una telefonata quindi pesca tra le finestre aperte Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant), giovane studente di giurisprudenza rimasto nella capitale per gli esami di settembre che incombono. Bruno è invadente, gigione, capace di coinvolgere Roberto in quella che sarà l’avventura della sua vita. La reticenza del ragazzo si scioglie sorpasso dopo sorpasso, passando dall’ammirazione folle per un uomo così diverso da lui all’odio atavico per la sua sfrontatezza, magma contro il proprio gelido raziocinio. Eppure da quella macchina non scende, restando sul sedile passeggero della vita, mentre Bruno afferra tutto per le corna, torero di sé stesso.

Dino Risi sfrutta magistralmente la metafora del viaggio per stendere sulla strada la lotta psicologica tra i due protagonisti e tra le due classi sociali che rappresentano, in un Italia che va ai 130 all’ora grazie al boom economico. Tutto si gioca sulla Lancia Aurelia B24, demiurgo della pellicola, diavolo tentatore e possibilità di fuga verso… beh, per Roberto verso una nuova esistenza, rompendo gli schemi cristallizzati tipici della piccola borghesia romana lavoratrice. Bruno è il viaggio stesso, la strada che sfocia negli effimeri incontri che i due avranno lungo tutto il film. Bruno è quasi manifestazione della sua macchina, della velocità che spaventa e attira, ancor più se è tutto chirurgicamente tagliato con la commedia.

Perché se si ride e si scherza allora ogni sorpasso è una sciocchezza, ogni momento è buono per un sorriso che stempera la situazione, con i pensieri di Roberto che esprimono tutta la sua dualità, tutto quel “quanto vorrei, ma…” tipico di chi vuole viaggiare senza lasciare il letto di casa propria. E Il sorpasso non lancia la macchina verso mete esotiche inaccessibili senza ventisette vaccini, perché Bruno e Roberto girano il centro Italia, passando regione su regione lungo la via Aurelia. Nemmeno quel “breve lungo viaggio” era nelle corde del giovane studente, emblema della reticenza ad abbandonare il cantuccio domestico, chiuso nei preconcetti e nei presunti doveri che un ragazzo di buona famiglia dovrebbe avere verso la società.

Perché su quella macchina ci saremmo saliti anche noi, facendoci trascinare dalla corrente impetuosa del Bruno Cortona di turno, in grado di sbloccare la nostra parte più selvaggia, la stessa che vuole afferrare quella valigia per farci accorgere che, forse, non era poi così pesante.
Oppure lo era troppo? Scrutate il fotogramma, lo capirete da soli.

Edoardo Ferrarese