Il treno per il Darjeeling

Il treno per il Darjeeling di Wes Anderson
Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited), film di Wes Anderson con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman.

Esiste immagine più emblematica? Esiste un fotogramma così caoticamente perfetto per indicare tutto il microcosmo del viaggiare? Se ne trovate un altro fatemi un fischio.
Oppure fatelo a Wes Anderson, il regista che ha creato questa splendida sintesi di cosa significhi prendere in mano una valigia e partire.
C’è tutto. Ma proprio tutto, fateci attenzione.

Si inizia con la valigia vera e propria, quel bagaglio così squisitamente retrò che catalizza subito il tuo sguardo. Sporca, forse rovinata, anche un po’ kitsch, ma capace di fissarti gli occhi lungo tutti quei piccoli dettagli che la rendono unica nel suo genere. Come le iniziali incise sopra. Grandi, sontuose, importanti. Così com’è l’attaccamento del possessore alla sua valigia, che diventa quasi un’estensione del proprio braccio, il primo vero compagno di viaggio, quello senza cui la partenza non sarebbe nemmeno concepibile.
E qui la partenza è tutto. Si parte per ritrovare sé stessi, grazie al Darjeeling Limited, il treno che Adrien Brody cerca disperatamente di raggiungere. Si parte perché lui e i suoi due fratelli possano ricongiungersi, anche forzatamente, ma con l’obbiettivo comune di ricreare un nido familiare di pascoliana memoria. Ma ovviamente le cose non vanno quasi mai come pianificato, e quindi ecco che negli imprevisti appaiono le vere epifanie.
Wes Anderson non fa altro che mettere ordine con i suoi movimenti di macchina lineari in un mondo, da lui creato, così stupendamente caotico. Il regista statunitense non tradisce mai la sua poetica, persino in questo fotogramma si nota gran parte della palette dei suoi colori, talmente pastello da risultare fanciullesca, quasi fiabesca. E proprio in questo mondo così mentalmente giovane c’è tutto, tutte le turbolenze familiari, tutti i problemi adulti, ogni singolo aspetto della vita filtrato dal caleidoscopio di colori che è la mente di un bambino.

E poi? Poi si passa al vuoto. Il vuoto reale tra Adrien Brody e il treno, a simboleggiare quel senso di pauroso mistero che ci accompagna tutte le volte che viaggiamo.
Noi corriamo, ci lanciamo verso un ignoto che potrebbe inghiottirci, verso quel vuoto che, forse, non riusciremo a riempire. Ma lo facciamo lo stesso, con il fiato corto e le gambe che bruciano, perché in quel grado di separazione c’è tutto quello che vogliamo trovare.
Ma ad aspettarci cosa c’è? Il treno in questo caso. Che, ironia della sorte, non aspetta proprio nessuno. Il cavallo d’acciaio è spietato nei suoi orari, e ci costringe a rincorrerlo sperando di saltare su al volo, racchiudendo in sé la nostra prima sfida, l’incipit della storia, quel racconto intessuto nei nostri pensieri che vorremmo sfilacciare nella realtà.

La tensione emotiva è tutta lì: nello spasmo verso l’oltre, nel voler ghermire con la punta delle dita qualcosa che, forse, non possiamo nemmeno sfiorare. Eppure quanto è più bello correre verso l’ignoto? Wes Anderson lo sa bene che dal caos nasce l’ordine.
Oppure che l’ordine è contenitore del caos. Dipende come volete guardarla.
Lui suggerisce quel brivido, il brivido del non farcela, del rischio di rimanere a terra, del vedere quel serpente metallico farsi sempre più lontano.
Ecco perché la concezione romantica del viaggio, dell’essere senziente con una valigia, è proprio questa: partire con un bagaglio a mano e pregare l’ignoto in tutte le sue manifestazioni. Che poi io non sono qui ad insegnarvi nulla, c’è già tutto nel romanzo di John Krakauer sulla splendida vita di Christopher McCandless a spiegarvi il concetto. Se siete di fretta potete sopperire con il film omonimo di Sean Penn, lo stupendo Into the Wild.

Cosa manca? Vediamo… ah, ovvio, il fascino dell’esotico. Perché uno può anche partire zaino in spalla e sogni in testa, ma se lo fa alla volta di Busto Arsizio rischia di non essere preso troppo sul serio. E quindi? Quindi l’India. Che forse è proprio l’emblema di questo concetto, del mondo così lontano dalla percezione occidentale e quindi così intrigante nel suo mistero. È sempre quella leggera componente di rischio ad accarezzarci, sussurrandoci che più è lontana da casa la destinazione più il senso del viaggio può sublimarsi.
Ed è lo stesso concetto su cui ragiona il personaggio di Owen Wilson (uno dei tre fratelli): bisogna scegliere l’India per la sua spiritualità innata e perché lì, solo lì, qualcosa di mistico li potrà riunire. Avrà ragione o si troverà sullo stesso binario del fratello, ad inseguire proprio quel treno che li deve trascinare verso questa presunta epifania?

Perché alla fine siamo stati tutti un po’ Adrien Brody, a rincorrere un’idea, un concetto, un’effimera speranza di evasione. Fare quel passo verso l’ignoto, che diventa corsa e taglia il fiato, prima o poi capita. Ma la domanda, in fin dei conti, resta solo una: quanto è importante per voi salire su quel treno?

Edoardo Ferrarese