Nemmeno troppo lontano

    di Maddalena Mariani
    Autopubblicazione
    pp. 160
    € 13,00 - in versione eBook € 5,99

    Ciao viaggiatori!
    Mi chiamo Maddalena, ho 26 anni e vivo a Milano. Sono una “nomade digitale” e mi occupo di copywriting e social media management.
    Da pochi giorni è disponibile su Amazon il mio primo libro (anche in formato eBook):
    Nemmeno troppo lontano, un racconto semiserio del mio giro della Lombardia.
    Ho affrontato questo viaggio da sola, partendo da Milano in autunno con meno di 30 € in tasca (una sorta di fondo emergenza) e una bicicletta da cicloturismo di seconda mano.
    Da allora non mi sono più fermata.

    Qui di seguito trovate i primi due capitoli. Buona lettura.

    Nemmeno troppo lontano

    ZERO
    OVVERO DI QUELLO CHE FA BENE ANCHE SE FA SCHIFO

    Bisogna riconoscerlo: sono poche le cose al mondo utili quanto l’amore, specialmente quello non corrisposto. Potete fidarvi, parlo per esperienza. Tra le straordinarie intuizioni che l’amore non corrisposto porta a far acquisire al fortunato malcapitato, spicca indubbiamente la sconcertante duttilità dell’animo umano. Si parte da un’esistenza niente affatto entusiasmante, priva di qualsivoglia picco emozionale, e ci si ritrova senza preavviso a vorticare nel dolce e morbido cielo dell’amore, dov’è impossibile distinguere i fumi dalle nuvole. Infine, inevitabilmente, ci si gode lo schianto negli abissi caldi e profondi della sofferenza. Si tratta di un percorso che la maggior parte di noi sarebbe ormai capace di percorrere a occhi chiusi, senza l’ausilio di cartina. Questa è già di per sé una competenza.

    Se poi non dovesse bastare, c’è da dire che un amore finito, specie se finito proprio male (io ho ragione tu torto, ti odierò per sempre, mia madre lo aveva detto), aiuta a portare a galla diverse apprezzabili qualità di cui siamo inconsapevolmente equipaggiati. Tralasciando l’affezione allo stalking e alle pratiche intimidatorie, può essere utile concentrarsi sulla voglia di rivincita. Rivincita sul tempo perso a fantasticare su di un futuro glitterato con la metà marcia della mela, rivincita sull’insabbiamento dei propri bisogni vitali quali pace, gioia e libertà. Rivincita su tutti i peli uccisi nel nome dell’amore, anche durante il freddo inverno. Arriva un momento in cui ci si rende conto che tutto questo scempio doveva finire.

    Eccoci quindi alla fase del meglio così. Durante questo periodo ci si sente improvvisamente vivi, rinvigoriti e incommensurabilmente, drasticamente, inevitabilmente incazzati. Torna la voglia di fare progetti che includano unicamente noi stessi e che, in modo del tutto accidentale, siano al tempo stesso capaci di ridurre in poltiglia il nero animo di chi ci ha abbandonati. A seconda del livello di nausea raggiunto durante le settimane precedenti, sono principalmente tre le strategie che il ferito può adottare nel corso di questa fase:
    1. intraprendere una relazione sesso-sentimentale con una o più persone dedite esclusivamente al culto dell’apparenza, per poi documentare il tutto e recapitarlo a casa dell’ex amato/a;
    2. trasformarsi nell’applicazione vivente dell’antica filosofia zen, rimuovendo ogni sorta di sentimento, sensazione, brivido o prurito e ignorando coscientemente i sanguinamenti copiosi sperimentati dal nostro essere, nella speranza di raggiungere presto il Nirvana ed essere in grado di sollevare il dito medio con maggior fluidità;
    3.  fare un viaggio.

    Inorridita dall’idea di avere contatti fisici o sentimentali con altri esseri viventi e vergognosamente incapace di incrociare le gambe in posizioni yogiche, mi ritrovai il giorno del mio ventitreesimo compleanno persa in un bosco, minacciata dai fulmini e inseguita dai cinghiali, con sei euro in tasca ed altrettanti giorni di viaggio alle spalle. Con me solo Alfonso, la mia bici, e una quantità notevole di barrette ai cereali, gusto frutti rossi. Era un quadro straordinariamente felice.

    UNO
    OVVERO DI QUANDO CI RIPENSI MA ORMAI È TROPPO TARDI

    Diverse sono le sensazioni che una fresca giornata di pioggia può suscitare nell’animo di un cuore sofferente. Passando dalla melanconia distruttiva che fa rimpiangere la stufa e le coperte dell’aguzzino, attraversando la stanchezza fisica ed emotiva che – seppur totalmente ingiustificata – porta a sentirsi in diritto di oziare per circa dodici ore concedendosi l’ammontare calorico di due anni d’esistenza, ci si ritrova talvolta a esclamare: “perché?”.

    Me ne stavo appunto seduta sul tavolo Ikea della mia cucina a domandarmi “perché?”. Si tratta di un bel tavolo, sufficientemente comodo nel caso si abbia bisogno di appoggiarci sopra le natiche per osservare fuori dalla finestra in cerca di una risposta divina che chiarisca le idee circa il proprio stato psichico. Dopo circa mezz’ora passata in contemplazione, convincendomi che sarebbe stato ipocrita rinnegare anni e anni di ateismo al momento del bisogno, mi decisi a impiegare le mie capacità intellettive per analizzare la situazione nel dettaglio.

    Milano. Ore sette di un cupo mattino d’ottobre. Allerta meteo in un ragguardevole numero di regioni italiane. Io: cinquanta kg di impreparazione con lo sguardo perso nel vuoto, vestita da ciclista in primavera e munita di caschetto azzurro dall’aspetto poco rassicurante. Come compagno di viaggio una bicicletta usata comprata due giorni prima da un uomo sorprendentemente resistente agli infarti. Soldi pochi, aspettative nessuna.
    L’idea di partire mi era venuta qualche giorno prima parlando da sola mentre lavavo i piatti (momento, per me, da sempre altamente catartico). Senza riportare la conversazione nella sua interezza, dirò che, dopo circa una ventina di minuti di colloquio serratissimo e, a tratti, pericolosamente vicino al surriscaldamento, io e le altre me concordammo sul fatto che sarebbe stato un peccato lasciarci morire sul divano in pelle bianca del salotto, circondate da cibo malsano e senza intraprendere frequentazioni di alcun genere con aria, acqua e sonno. Eppure, e questa era un’obiezione a cui risultava difficile ribattere, cos’altro avrei potuto fare? La vita era chiaramente un turbinio implacabile di illusione e sofferenza, le persone amate erano senza dubbio le più pericolose e il mondo ti sorride se tu gli sorridi. Un disastro. Nessuna possibilità di salvezza.
    Ragionai a lungo sulla possibilità di partire verso mete mondialmente riconosciute come fulcri della spiritualità e della rinascita emotiva, come India, Sud Est Asiatico e Las Vegas, ma dovetti presto rinunciare all’idea per via del mio conto corrente. A questo punto credo sia opportuno spendere un minuto per parlare del mio conto corrente.

    Nato nel 2008, al raggiungimento della maggiore età, il mio conto corrente è da sempre vittima di grandi catastrofi umanitarie e naturali, come ad esempio lo sconcertante susseguirsi di acquazzoni e siccità che lo colpì nel periodo in cui ero convinta di poter diventare una giocatrice professionista di poker, oppure del terremoto che lo investì quando mi dimenticai di fare richiesta di borsa di studio per l’Università, o ancora quella volta in cui mi innamorai perdutamente e l’unico modo che mi venne in mente per dimostrarlo fu prelevare con frequenza e a intervalli regolari. Il trasferimento da Genova a Milano aveva fatto sperare in un periodo di prosperità e di pace, ma i sogni di gloria vennero presto abbandonati per lasciare spazio alla ben più solida realtà delle sabbie mobili in cui tutt’ora, quattro anni dopo, muovo passi leggeri.

    Dopo aver investito l’ottanta per cento dei miei esigui risparmi nell’acquisto di bicicletta, borse da viaggio, caricabatterie portatile per il telefono, portatelefono da bicicletta, ruote di scorta, quaranta barrette proteiche ai frutti rossi, pantaloni da ciclista (estivi perché invernali costavano troppo), magliette da ciclista (invernali perché estive erano finite), calzini da tennista e scarpe da trekking, ero finalmente pronta a partire. Ma verso dove, vi chiederete? Verso quale avventura straordinaria starà proiettando questa ragazza la sua rinascita, il suo impellente bisogno di rivincita? Il giro del mondo, forse? Il tour delle nazioni europee o un più modesto giro d’Italia alla riscoperta del nostro meraviglioso Paese? Lasciatevi dire che siete fuori strada.
    C’è solo un posto dove puoi andare quando non hai un soldo in tasca, il cielo sputa come un lama e non sai se sei ancora capace di andare in bicicletta: no, non è quello. Sto parlando di un posto nemmeno troppo lontano.

    L’Italia è un paese sorprendente. Scelgo questo termine con coscienza e non senza un pizzico (facciamo una vagonata) di sarcasmo. È una terra bellissima, e lo è tutta quanta: dalla Testa Gemella Occidentale (il punto più a nord dell’Italia geografica) fino a Lampedusa (isola più sud), da Otranto (Puglia, estremità est) al Colle del Fréjus (Piemonte, estremità ovest). È talmente bella e talmente varia che davvero potresti girarla per anni e non avresti comunque avuto il tempo di scoprirne tutti i gioielli. Perché a differenza dei grandi colossi mondiali in materia di spazi aperti, prendiamo ad esempio Australia e Stati Uniti, qui da noi non ci sono punti vuoti. Ovunque si posi lo sguardo lì c’è qualcosa e quel qualcosa solitamente è piuttosto meraviglioso. Non esistono deserti, tundre, grandi pianure che puoi percorrere per settimane senza incontrare anima viva – fatta eccezione per la bassa pavese alle 6:30 di un martedì mattina, motivo per cui metà di noi tenta di scappare. Perché qui ci conosciamo un po’ tutti e anche le grandi città in realtà sono piccoli villaggi. E il villaggio più grande di tutti, o per lo meno il più economicamente centrale, è quello da cui sono partita.
    Su Milano non c’è molto da dire e non dirò proprio niente. Milano splendida o terribile, decidetelo voi. Per quanto mi riguarda, dipende dalle giornate. Un giorno la amo, il giorno dopo la odio, e forse è questo bipolarismo sentimentale che mi tiene legata a lei. Più interessante, almeno per me, è quello che ci sta intorno.

    La Lombardia è la regione più abitata in Italia con poco più di dieci milioni di abitanti, ma è la quarta per grandezza (prima di lei Sicilia, Piemonte e Sardegna). L’area che occupa è comunque molto vasta, parliamo di circa 24mila km², per una densità di 420 abitanti per km². Per avere un’idea più precisa della situazione fatevi un giro in Valle d’Aosta (39 abitanti per km²) o in Molise (70 abitanti per km²). Portatevi dietro un amico o rischierete di sentirvi tremendamente soli. Tornando alla verde regione, secondo fonti statistici pare che il 99,9% della popolazione risieda proprio a Milano, e in particolare lungo la linea gialla della metropolitana. Questo spiega il perché di tanto affollamento ogni volta che io cerchi di spostarmi da un quartiere all’altro. Ci sono 1527 comuni sparsi quà e là e distribuiti in 11 province. Chi le sa elencare tutte? Bravi. Ora quelle della Basilicata. Di 1527 comuni, 1520 sono borghi e nei restanti 7 troverete comunque qualcosa di profondamente medievale. Secondo il blasonatissimo e onnipresente club I borghi più belli d’Italia, sono 20 le tappe imperdibili in territorio lombardo per amanti del vintage geografico (19 secondo i più prudenti membri di borghilombardia.it). Partii con l’intenzione di visitarli tutti, ma capii ben presto che mi ci sarebbero volute ben più di due settimane a disposizione e almeno un paio di polmoni di scorta. Limitai la scelta in base a quello che mi sembrava il criterio più democratico: il caso. Ma il club dei Borghi non è l’unica guida che potrebbe servirvi per affrontare un viaggio del genere anzi, a voler essere sinceri, potrete fare tranquillamente a meno di qualunque guida considerando che camminando a zig zag avrete una concreta possibilità di battere la testa contro uno o più dei 171 castelli e torri presenti in Lombardia, o di posare il piede su uno dei 12 beni tutelati dal FAI (a cui mando un virtuale abbraccio per l’amore e la cura nella tutela del nostro patrimonio naturalistico e culturale). Insomma, in Lombardia dove vai vai, sei spacciato.

    Si dice che tutto quello di cui un essere umano ha bisogno è solo quello che riesce a entrare nel suo zaino. È una frase semplice che apre la strada a diverse riflessioni, più o meno serie. La prima è che ormai solo i bambini hanno quotidianamente con loro uno zaino. I bambini, eroi dell’utile, si portano sempre appresso il loro zainetto colorato e pasticciato (anche se adesso molti si fanno vedere in giro con quella specie di valigia con le ruote che assomiglia tanto al carrellino della spesa della nonna) e ci mettono i quaderni, i colori, la merenda, il coltello. Ci mettono i giochi, le scoperte, il manganello. Quello è il loro mondo.
    Allo stesso modo il viaggiatore crea con il suo zaino o, nel mio caso, le sue borse da viaggio, un rapporto di fiducia, di amore e di rispetto. Un rapporto che si basa su una semplice, inderogabile regola: quello che sta nello zaino può entrare nello zaino. E così si trova finalmente il coraggio di separarsi da quella maglietta mai messa, ma sempre adorata, che ha cambiato più volte colore dei capelli di Cindy Lauper. O da quel maglione caldissimo, che quando lo si indossa sembra di essere un fachiro dentro la Vergine di Ferro. O ancora da quelle scarpe comprate negli USA e quindi dal chiaro aspetto liberale e rivoluzionario, con cui bisogna camminare strisciando il piede perché la suola si è staccata dieci anni prima, durante la cresima. Quello che sta nello zaino, può entrare nello zaino.

    Ero partita da pochi minuti e venni colpita da una delle mie visioni. Si tratta, molto semplicemente, di immagini che mi si stampano nel pensiero. Invece di spiegarmele a parole il mio cervello mi manda la fotografia, che si fa prima. In quella occasione mi inviò l’immagine di una lumaca. Buffo animaletto molliccioso e umidiccio, la lumaca è diventata, per ovvi motivi, il simbolo del viaggio lento. Animale guida di chi usa piedi o pedali per scoprire ed esplorare, la lumaca ha su di me un fascino particolare, ma non per la lentezza, e nemmeno per la bava. Parlo della sua casa. Una casa che è guscio e riparo. Una tana, una sicurezza. È un peso da portare, calibrato perfettamente in base alle proprie forze. Il proprio mondo, sulla schiena. L’uomo avrà anche la coscienza e un’intelligenza sviluppata, avrà anche uno stomaco capace di sopravvivere (almeno per un po’) ai panini del McDonald, ma non ha la naturale perfezione dell’animale. Gli animali, quelli lasciati liberi di essere animali, sono istinto. Sanno bene cosa vogliono e vivono di quello. Conoscono le regole, perché la regola li governa, e il loro corpo ha pensato a tutto. Basta prendere in esempio le giraffe, coi loro colli che si sono allungati nei secoli per poter raggiungere il cibo sempre più scarso. Ecco, le lumache non sono da meno. L’uomo probabilmente, per avarizia, incoscienza o vanità, si andrebbe a comprare il guscio più grande, più potente e più accessoriato disponibile sul mercato. O se ne costruirebbe uno. E questo lo schiaccerebbe, lo soffocherebbe. La lumaca con il guscio giusto ci nasce, e questo è un vantaggio. Ma questo guscio non sarà mai né troppo pesante né troppo leggero. Non le verrà mai in mente di cambiarlo con uno più spazioso, perché sa bene che non sarebbe in grado di proteggerla e si allagherebbe alla prima pioggia. Il guscio è parte di lei.

    C’è un bellissimo rito animale che mi torna spesso in mente quando penso alla commovente stupidità umana: i paguri, quando viene il momento, cambiano guscio. Lo fanno perché sono cresciuti e il loro corpo non sta più nella conchiglia precedente. Avviso a chi si ostina a entrare in una 42 quando a stento andrebbe bene una 58: saltate il paragrafo. Per gli altri, dicevo, i paguri crescono. Allora si ritrovano, puntuali, su una spiaggia e si dispongono in un’ordinatissima fila: dal più grande, in testa, al più piccolo. Il più grande dà il via alla cerimonia: aveva trovato in precedenza il guscio sostitutivo e ora abbandona il vecchio per entrare con una capriola in quello nuovo. Quasi simultaneamente gli altri paguri fanno la stessa operazione con il guscio che hanno davanti, ora lasciato vuoto dall’inquilino precedente. Certo, c’è sempre il paguro sfortunato che rimane tutto nudo e senza casa perché quello davanti, alla fine, stava bene dove stava e lo ha spinto via. Ma fa parte di questa grande tragicommedia che è la vita. Che ci vuoi fare.

    I moderni Robinson Crusoe, Bear Grylls e Marco Polo non saranno d’accordo, ma per me l’organizzazione è una parte fondamentale nella preparazione di un viaggio. Credo si tratti di una fase che deve essere affrontata con lucidità, rigore e precisione. Vi ricordo che ancora oggi spagnoli e genovesi si scaldano quando si palesa la possibilità di dichiararsi compaesani di un tale Colombo, non il Tenente (e questo sarebbe comprensibile) ma quel tizio che ha detto di aver messo per la prima volta piede in un posto abitato da migliaia di anni, e si è stupito di quanto diversa fosse l’India dall’idea che si era fatto. A proposito. Se la questione a oggi non è stata ancora risolta, non vedo come potremmo fidarci della casa di Cristoforo Colombo a Genova. Non credo ci sia mai entrato nessuno, a parte i curiosissimi amici giapponesi ma, nel caso le cose dovessero cambiare, mi sentirei in diritto di far sentire la mia opinione. Dicevo: organizzazione, ecco la chiave per il successo.

    Dopo aver dedicato qualche ora a scaricare i tracciati GPS di tutte le strade che avrei dovuto seguire, mi sentivo imperdibile e invincibile. Beata innocenza. Partita da Milano Viale Brenta, luogo dalla sorprendente vitalità multiculturale, e dopo aver percorso l’infinita lunghezza di Viale Monza, imprecando il mio nome con poco fiato, raggiunsi quello che sarebbe stato il primo traguardo importante del mio viaggio in bicicletta: il bivio. Il bivio è quella cosa a cui provi a sfuggire per tutta la vita ma che prima o poi ti si piazza davanti, là dove c’era l’erba. Il bivio è lo scalpello che modella il carattere di un essere umano, il coraggio che ne tempra l’animo, la sfiga che ne distrugge la speranza. Ben consapevole di tutte queste implicazioni, mi rendevo naturalmente conto che mantenere la calma era, senza dubbio, la famosa cosa giusta da fare. Preso in mano lo smartphone ultratecnologico, mi apprestai – non senza spavalderia – a impostare il tracciato GPS di quella prima tratta di strada che avrei dovuto percorrere. Un’ora dopo mi ritrovavo al punto di partenza: capii che la tecnologia non è mai, e dico mai, più potente della iella, e che certe lezioni vanno imparate sulla propria pelle.
    Riflettevo su quale terribile disgrazia sarebbe potuta accadere al generoso ciclista responsabile del tracciato GPS circolare, quando ecco una luce infondo al tunnel: nonostante non ci fossero stoviglie da lavare, il mio cervello si era messo in moto ed era ora teatro di un’interessante conversazione tra le mie diverse personalità. Eccone un sunto:

    -  Mi sono persa.
    -  Un inizio poco convincente.
    -  La strada peggiore è sempre quella che porta maggiore felicità.
    -  Cos’ho fatto?
    -  Mangia una barretta e piangi, ti farà bene.
    - Sei una donna libera e indipendente, straordinariamente interessante e, se sopravviverai, un giorno Daria Bignardi ti intervisterà.

    Una volta recuperato l’entusiasmo, ero pronta a ripartire. La strada giusta me la suggerì un signore di circa centoquindici anni che, vedendomi immobile con gli occhi sgranati e fissi nel vuoto, sotto la pioggia torrenziale e con in bocca una barretta ai frutti rossi ormai completamente sciolta mi prese per mano e mi disse: là.
    E là io andai.

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