Little Miss Sunshine

Little Miss Sunshine
Little Miss Sunshine, film del 2006 diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris. Sceneggiatura di Michael Arndt.

Quanto è importante un Volkswagen T2? Il pulmino ovviamente. Beh, dipende in che periodo storico lo chiedi. Se fai un salto a Woodstock a fine Anni ’60 il gioco è facile, ma ad Albuquerque nel primi 2000 è difficile che la risposta sia simile. Eppure per la famiglia Hoover di Little Miss Sunshine è tutto, non si può concepire la vita orfana di quel mezzo di trasporto. Anzi, rettifichiamo, per la famiglia Hoover incastonata in questo fotogramma. Qua sì che è davvero più importante dell’aria che respirano. Che poi è paradossale, ma non divaghiamo.

Quel pulmino rappresenta un brandello di speranza per ogni singolo membro di una famiglia scalcinata, seghettata dalla vita, che cerca riscatto, anche nella più semplice delle maniere. Per questo partono alla volta della California, illudendosi che l’unico motivo del viaggio sia far partecipare Olive (Abigail Breslin), la bambina, a un concorso di bellezza che, guardandola un attimo con cinica oggettività, non potrebbe mai vincere. San Taddeo, quello delle cause senza rimedio, ci farebbe una fortuna con gli Hoover. Eppure tutti trovano un motivo, tutti rompono una routine fatta di insuccessi per rincorrerne un altro, forse ancora più grande, ma in grado di amalgamarli come nucleo e metterli di fronte ai loro fallimenti. O corri come un pazzo con i polmoni che urlano pietà o su quel pulmino non riuscirai a salirci.

Ogni personaggio ha la propria iliade domestica, incapace di comprendere che, se non si uniscono gli scudi, le frecce colpiscono tutta la falange. Ecco allora che Olive funge da motore comune, più del Volkswagen stesso, in grado di trascinare tutti verso… cosa? Lo devono scoprire. Dopotutto anche questo è insito nel viaggio: la scoperta. In questo caso totalmente interiore, senza foreste misteriose da esplorare o canyon rocciosi spaccati dal sole. Little Miss Sunshine insegna anche questo: saper accettare i propri limiti. Sognare in grande, sì, ma consapevoli delle possibilità che la vita ci offre. La famiglia Hoover impara lentamente come sfruttarle quelle possibilità, come smettere di piangersi addosso o voler a tutti i costi intestardirsi su una strada che non ci è concesso percorrere. Non possiamo farci niente, dobbiamo interiorizzare il fallimento e usarlo come propulsore per il futuro. Anche se significa spingere un pulmino scalcinato per farlo partire.

Ma non si spinge da soli. Ogni personaggio magistralmente scritto da Michael Arndt è un’isola, inconsapevole di essere tale. Il viaggio costruirà i ponti, la sfida comune on the road formerà l’arcipelago familiare che gli Hoover non pensavano nemmeno di stare costruendo. Ogni singolo membro abbandonerà un sogno per qualcosa in più, picchiando di faccia sul selciato della realtà ma rialzandosi con una scintilla vitale inestinguibile. Non essendo sadico eviterò di svelarvi chi rinuncerà a cosa, ma sappiate che il Volkswagen fungerà da metafora per tutta la pellicola, sussultando e sbuffando verso la meta finché reggerà anche solo un bullone. Una cosa però ve la dico: premio Oscar 2007 come Miglior sceneggiatura originale. E scusate se è poco.

Perché abbiamo tutti partecipato a un concorso di bellezza (metaforico eh, io ad esempio non farei una gran figura), finendo nel dimenticatoio dei numeri pinzati sul petto, carne da macello senza nulla che la facesse risaltare. Ma allora la domanda è: bisogna per forza elevarsi dalla massa? È così importante arrivare primi o, detto con una delle frasi più stuprate sui viaggi, non conta quello che c’è all’arrivo ma quello che provi durante la corsa?

Temo che dobbiamo guardare Little Miss Sunshine per comprenderlo e, forse, capiremo anche qualcosa in più su di noi.

Edoardo Ferrarese