India, da solo e in versi

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”

India – Complice il silenzio di Luca BuonaguidiIndia. Terra di mistero, avventura e contraddizioni, dove il fragore sposa il silenzio, la ricchezza convive con la povertà, il nuovo lascia spazio all’antico.
Un’atmosfera mitica che ha ispirato il poeta Luca Buonaguidi, pistoiese, classe 1987, che nel 2003 ha compiuto un viaggio di sei mesi – da solo e via terra – attraverso quel continente e oggi porta in giro per l’Italia i suoi ricordi, all’interno di reading in cui legge i suoi versi, nati sullo sponde del Gange e non solo.

Poesie delicatissime, raccolte nel testo “India – Complice il silenzio” (Italic Pequod), dove a parlare è l’anima dell’autore, accesa di una ritrovata serenità (ne abbiamo parlato qui).
“Sono felice. Potrei aggiungere altri dettagli ma la felicità sta nel toglierli”, scrive a Punakha.
E forse in quella felicità, bisognosa di null’altro, sta la sintesi del suo vagabondare.

Luca, hai scelto l’India: cosa pensavi di trovare e cosa, invece, hai trovato?
Diciamo che sono partito per un viaggio di sei mesi, più che per l’India.
Ho guardato il mappamondo valutando le aree del mondo più interessanti, ma anche “percorribili” in quel momento: avrei voluto visitare l’Africa, ma alcune guerre civili e intestine rendevano difficile immaginare laggiù un’esperienza di sei mesi; il Sud America mi affascinava, ma non conoscevo lo spagnolo e il budget necessario era superiore alle mie aspettative. In un certo senso, l’India è stata la conseguenza di numerose valutazioni; ne ero affascinato, ma quando sono partito non avevo quel “mito” nella testa con cui poi sono tornato.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Come si è svolto concretamente il tuo viaggio?
Dopo quindici giorni in Sri Lanka, sono volato nel sud dell’India – precisamente a Thiruvananthapuram – da cui, progressivamente, sono risalito verso nord, scegliendo il versante occidentale.
Ho poi trascorso cinque giorni in Bhutan, quasi un mese in Nepal e gli ultimi venti giorni fra Tibet e Kashmir.

Dopo tanta strada, qual è la parola che associ a quell’area del mondo?
Dignità. Nonostante siano ancora presenti larghe fasce di povertà estrema, la miseria è sempre accompagnata da uno stato d’animo di grande e coraggiosa accettazione: forse per tradizione o credo religioso, tutto viene vissuto in maniera più gioiosa rispetto a un pari occidentale.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Questo ti ha insegnato una lezione?
Sì, quella di non giudicare ciò che non capisco e tanto meno negarlo, come se tutto rispondesse a un criterio scientifico universale: “Quello che non posso spiegare non esiste”.
Soprattutto in India, ho capito che l’assenza di giudizio ti fa stare bene, allontana le paure e quasi sempre ti permette di scoprire qualcosa di inaspettato rispetto alle attese iniziali.

Tutti associano l’India alla spiritualità: è davvero impossibile rimanerne immuni e si torna diversi?
Il continente indiano è una grande lezione di tolleranza, che tocca la tua anima nella misura in cui impari ad accettare il “diverso” da te.
In quella terra è necessario arrendersi a un’entropia di fondo, che dà anima a un’anarchia che funziona: può capitare di attendere due o tre ore un treno e di arrivare comunque in tempo.
Non conosci il motivo del ritardo e neppure come sia stato possibile recuperarlo in corsa, eppure avviene. Ti devi arrendere.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Una lezione di rilassatezza non da poco…
In effetti, sono tornato a casa con una calma interiore che non pensavo di avere.
Prima ero decisamente frenetico, mentre adesso accetto che i tempi si possano dilatare, senza rincorrere ogni cosa, ogni evento, ogni situazione come se il mondo fosse in continua fuga dalle mie mani.
Ho accantonato anche la mia vena polemica, che spesso traspariva nei post pubblicati sul mio blog: ora, se qualcosa non mi piace, non ne parlo e non gli concedo spazio.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Qual è l’immagine dell’India a cui sei più legato?
Per circa venti giorni, ho alloggiato presso un ashram a Rishikesh, una struttura svincolata da ogni logica commerciale e gestita da una coppia di italiani, Manisi e Leela, che si erano trasferiti in India negli anni Settanta, dopo un lungo viaggio a piedi da cui non sono più tornati.
È stato un amico in comune a indirizzarmi da loro, presso i quali ho trascorso giornate piene, coinvolgenti, seppure “stanziali” rispetto al resto del viaggio.
Forse è lì che ho imparato la bellezza di ingranare ogni tanto la “modalità slow”, vivendo la lentezza. Sono stati loro ad aiutarmi nella comprensione “sentimentale” di tutto ciò che avevo raccolto fino a quel momento, facendomi una panoramica sull’India che non avevo ancora capito.

Che tipo di turismo si incontra in quelle zone del mondo?
Dipende, perché l’India è composta da tante parti diverse e altrettante anime.
Il sud è meno turistico e nelle città non esistono strutture ricettive adibite esclusivamente a questo, però si respira la vera essenza del Paese che, avvicinandosi al nord, va scomparendo a causa di un turismo che aumenta e diventa faticosamente sopportabile.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Perché hai scelto la poesia per raccontare questo caleidoscopio di rotte, stimoli e contraddizioni?
Non volevo scrivere un diario di viaggio e neppure una classica guida, ma desideravo tracciare una geografia sentimentale dell’India e ho scelto il mio modo naturale e istintivo per parlare dei sentimenti, la poesia. Durante il viaggio, scrivevo forse più per me stesso, ma al ritorno mi sono ritrovato questi versi fra le mani e ho pensato di condividerli.

C’è qualcosa che non sei riuscito a tradurre in versi?
Con la poesia si perde la parte narrativa di un viaggio, perché ci si limita ad evocare un sentimento, una sensazione o un’immagine, ma difficilmente si può raccontare qualcosa con dovizia di particolari.
Ecco, forse non sono riuscito a narrare i mille aneddoti che ho vissuto.

Ne racconti uno a noi?
Sul primo bus pubblico che ho preso in India, nella zona meno turistica, si è avvicinato un signore grassoccio, sulla cinquantina, che dopo qualche chiacchiera mi ha chiesto se poteva dormire sulla mia spalla.
È stato bizzarro, ma divertente: in India, le distanze fra le persone sembra accorciate rispetto al resto del mondo.
Da parte mia, ho sempre cercato di relazionarmi alla pari, vestendo con abiti locali e imparando un po’ di hindi, in modo da sostenere almeno i primi minuti di conversazione nella lingua del posto.
Credo che la curiosità mi abbia aiutato a raccogliere simpatia.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Dopo questa esperienza, ti ritieni un viaggiatore solitario o pensi che la condivisione di un percorso possa rappresentare una bella opportunità?
Caratterialmente mi ritengo un estroverso, però in quella occasione ho scelto di partire da solo per mettermi alla prova, ma anche per conoscere altri e altro.
Quando non si ha una compagnia al seguito, infatti, è molto più semplice stringere rapporti umani e avvicinare persone che altrimenti scivolerebbero silenziose vicino a te.
Nella solitudine ho trovato la mia dimensione di viaggio e della solitudine mi sono innamorato: basti dire che, prima di quell’esperienza, avevo trascorso sei anni in una casa per studenti di Firenze, sempre piena di gente, e al ritorno sono andato a vivere in un paesino di poche anime sulle montagne.
La libertà vissuta in viaggio ha lasciato un segno indelebile nella mia anima, perché mi ha restituito quell’individualità che, da troppo tempo, avevo accantonato.

E se dovessi per forza avere un compagno di viaggio, quale caratteristica dovrebbe avere?
La capacità di stare da solo anche quando si trova in compagnia, che in sostanza significa non invadere gli spazi dell’altro e saper comunicare anche nel silenzio, in cui spesso si condivide più di quanto non si faccia con le parole.

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”Tornando al libro, sta per nascere un progetto “per immagini”…
Sì, a breve uscirà un video che unisce le fotografie raccolte durante il viaggio, la lettura di alcuni brani estratti dal libro e le sonorità del musicista Christian Mastroianni, con cui è nata un’intesa meravigliosa.
Credo nella forza delle immagini da quando mi sono innamorato di un film particolarissimo, “Blue” di Derek Jarman, che consiste in un unico fotogramma di colore blu (la tonalità oltremare “International Klein Blue”, creata dall’artista francese Yves Klein) che fa da sfondo alla traccia sonora, in cui la voce del regista parla della sua vita, alternandosi ad alcuni brani musicali da lui amati.
Una sorta di requiem per se stesso, visto che la pellicola era stata girato da Jarman per raccontare il virus che lo stava uccidendo, l’HIV. Quel film mi ha fatto comprendere la potenza dell’immagine e con Christian ho messo mano al progetto.

Appuntamenti in programma?
Fra i primi ci sono quello a Cavagnolo del 29 ottobre, presso la Vineria Mirò, e un altro a Torino il 5 novembre, presso il Tucano Concept Store di Piazza Solferino.
In ogni caso, il calendario dei miei reading in giro per l’Italia è disponibile sul blog Carusopascoski.
Nel frattempo, sto lavorando a un nuovo viaggio, che già bussa nella mia testa e aspetta solamente il momento giusto per mettersi su strada e portarmi altrove, ancora una volta, come fosse la prima.

Paola Rinaldi

Immagine di Luca Buonaguidi, autore di “India – Complice il silenzio”