Da una parte all’altra del mondo

Luca Sciortino

Quattro mesi, 10 mila chilometri e una sola regola: niente aerei. Luca Sciortino, giornalista per Panorama, scrittore e ricercatore in filosofia della scienza, è partito in una calda giornata di luglio 2016 da un’isola della Scozia ed è approdato a Tokyo il 13 novembre dello stesso anno con alle spalle un viaggio no-fly.
A quarantasette anni, nonostante un bel lavoro e tanti interessi, sente infatti che qualcosa non va e decide di ritrovare se stesso in un viaggio da Occidente a Oriente tra villaggi sperduti, pastori mongoli e contadini cinesi. Adesso ha deciso di raccontare la sua ricerca della felicità nel libro “Oltre e un cielo in più”, edito da Sperling & Kupfer e fresco di stampa, che invita a guardare al di là del nostro giardino per cercare una nuova direzione

Luca, il tuo testo inizia così: “L’idea non mi aveva mai sfiorato”. E invece sei partito…
Sì, e descrivo la mia decisione come l’apertura di tutti i rubinetti della vita, che vedevo scorrere con quel senso di pace e di timore insieme che non scorderò mai. Come molte persone, ero stanco del solito trantran quotidiano e di dover programmare ogni sera quello che avrei fatto il giorno successivo, inclusi i momenti di riposo. Così ho deciso di partire, all’improvviso, ma questa volta senza pianificare troppo…

Oltre e un cielo in più - Luca Sciortino

Sei giornalista di professione. Pensi che il tuo mestiere abbia influenzato il modo di viaggiare?
Assolutamente sì. E infatti, insieme alla mia voglia di “tornare a respirare”, c’era una spinta intellettuale, il desiderio di vedere le culture cambiare, di scoprire dove finiva l’Europa, di raggiungere l’Asia, di capire cosa potevo incontrare procedendo da Occidente ad Oriente. Sicuramente ho viaggiato con lo spirito del giornalista, perché non ho seguito le tradizionali rotte turistiche, ma piuttosto mi sono soffermato nei luoghi in cui “accade” qualcosa: i campi profughi, l’Ucraina ferita dalla guerra, le montagne del Tien Shan dove i cacciatori si affidano ancora alle aquile, le steppe mongole con i suoi pastori nomadi, le campagne della Cina con tutti i loro contrasti rispetto alle grandi metropoli.

Inoltre fai ricerca in filosofia della scienza: anche questo ti ha condizionato?
Penso che gli studi, il mestiere e gli interessi ispirino sempre il nostro sguardo sul mondo. In effetti, quando sono partito, avevo la curiosità di veder cambiare il modo di pensare nelle varie culture, le abitudini di vita, i tratti somatici. Insomma, dentro di me convivevano le grandi domande del filosofo (“Cosa c’è di costante nella natura umana?”, “E cosa invece cambia fra le varie culture?”) con l’istinto del giornalista, sempre a caccia della notizia e con la passione per i reportage. Ma in fondo è proprio questo il fascino del viaggio: raccontato da dieci persone diverse, lo stesso paese appare differente, perché ognuno ha il suo punto di vista, dovuto all’età, al percorso scolastico, al mestiere, all’esperienza, agli interessi personali, alla sensibilità individuale.

Oltre e un cielo in più - Luca Sciortino

Un esempio del tuo sguardo da reporter?
Ho voluto raggiungere Calais Jungle, l’accampamento di rifugiati e migranti nelle vicinanze di Calais, in Francia, dove mi sono imbattuto in uno scenario talmente insolito da sembrare irreale: un’enorme distesa di tende e baracche, alloggiamenti improvvisati, accalcati uno accanto all’altro, adagiati su dune di sabbia o nel fondo di avvallamenti di quella che doveva essere una spiaggia. Ho camminato fra vecchie roulotte e capanne sbilenche, sono passato accanto a un barbiere che tagliava i capelli a un cliente seduto su una cassetta di legno, ho visto i fiori disegnati sulle baracche in cui veniva distribuito il cibo, ho parlato con persone che erano arrivate in Italia in una cella frigorifera e poi avevano raggiunto Calais in auto grazie a un amico. Nel libro ho cercato di raccontare alcune di quelle storie, che ho raccolto con rispetto e umiltà, essenziali per essere testimoni anziché sciacalli.

C’è un pensiero che ti ha accompagnato nel corso del viaggio?
La frase che mi ha detto un monaco buddista: “Tu sei la via”. Nel senso che la strada si costruisce andando, proprio come nella vita. Tutti abbiamo un’idea di quello che vogliamo diventare, ma spesso i fattori contingenti possono deviarci dalle nostre inclinazioni oppure farci scoprire il vero talento. Allo stesso modo, quando viaggiamo, possiamo guardarci alle spalle, ripensare agli incontri, ai cambi di rotta, alle scoperte e vedere noi stessi, nella nostra interezza.

Oltre e un cielo in più - Luca Sciortino

Questo vale anche per la modalità con cui hai costruito il percorso?
Sì, perché sono partito con un’idea di massima, ma la vera traiettoria è venuta fuori strada facendo, non esattamente come mi aspettavo e con tante scoperte.

E perché hai deciso di farlo senza aerei?
Perché volare è una grande comodità, ma non ti permette di conoscere i contesti che attraversi. Decolli da un punto A e atterri nel punto B, saltando intere parti di mondo. E in effetti il mio libro è proprio una fotografia del continente euroasiatico, che ho potuto scattare viaggiando per la maggior parte a piedi e per il resto grazie a passaggi trovati per caso, a bordo di furgoni, treni, autotreni, autobus.

Negli ultimi anni, si è assistito a un boom di viaggi lenti. Perché, secondo te?
In realtà, penso che un conto sia affrontare un viaggio come il mio, un conto sia per esempio raggiungere il Sahara in bicicletta. Io non volevo compiere un’impresa sportiva, né semplicemente volevo viaggiare nel senso stretto del termine. La mia intenzione era quella di veder sfumare le culture, un chilometro dopo l’altro, e ricostruire la mia stessa identità dopo essermi confrontato con quella degli altri, prima sconosciuta.

Oltre e un cielo in più - Luca Sciortino

Per riuscirci, era importante partire da solo?
Come ho scritto anche nel libro, per entrare in empatia con esseri umani di differenti culture è meglio viaggiare in solitaria. Da soli si è indifesi, vulnerabili, alla mercé del mondo e questo costringe ad avere più attenzione, rispetto, cautela, ma nello stesso tempo rende gli altri meno sospettosi nei tuoi confronti. E poi quando si viaggia in gruppo si è più impermeabili nei confronti dell’esterno, mentre in solitaria può accadere di mangiare con gli uomini e le donne che si incontrano, di camminare con loro, di condividere le loro abitudini. Viaggiare è un lungo processo del pensiero, ma anche un’esplosione di stimoli che non abbiamo mai avuto, perché ci si sveglia la mattina e prima di sera si è arricchiti di novità. Questo accade raramente nella vita di ogni giorno, dove frequentiamo sempre le stesse persone, lavoriamo nello stesso posto, percorriamo le stesse strade, parliamo degli stessi argomenti, abbiamo le stesse preoccupazioni.

Hai detto che volevi scoprire dove finisce l’Europa. Esiste davvero un confine così netto, dove ti accorgi di essere andato “oltre”?
Ci sono alcuni elementi che te lo fanno percepire. Come le dimensioni, ad esempio. Fino a Budapest regna la vecchia Europa, dove tutto è contenuto, mentre quando arrivi a Kiev ti guardi attorno e vedi strade e piazze sterminate. Le stesse persone hanno il sentore di vivere in un paese enorme, straripante, e infatti è così. Puoi viaggiare per giorni senza mai arrivare alla meta. Ma sempre dopo Budapest inizi ad avvertire anche differenze culturali e storiche importanti. Diciamo che fino all’Ungheria ti senti in Europa, dopo tutto cambia. I visi invece mutano in Kazakistan, perché i tratti si fanno più asiatici, anche se forse il fascino maggiore è quello esercitato dalle popolazioni buriati della Siberia, da cui discendono gli indiani d’America.

Oltre e un cielo in più - Luca Sciortino

Essere nomade per quattro mesi ha cambiato il tuo modo di guardare ai popoli che nomadi lo sono sempre, per storia o cultura?
Il mio libro voleva proprio essere un invito a ritagliare un pezzo di vita nomade nel corso della propria esistenza: partire, andare, senza sapere esattamente come e dove arrivare. Non a caso sono affascinato dai popoli nomadi, che oggi si spostano con modalità diverse rispetto al passato, perché sono stati “contagiati” dalla tecnologia e dunque risultano più sofisticati, ma che in generale vanno sempre alla ricerca di nuove terre, non hanno uno Stato a cui fare riferimento e di conseguenza contano solamente sulla famiglia e sulla collettività. In assenza di un ente astratto, come i nostri governi, emergono i veri valori umani, l’intero gruppo partecipa alle sofferenze del singolo, c’è altruismo, condivisione, partecipazione.

Insomma, Luca, perché viaggiare?
Ne avevo parlato con Galia, la guida che mi ha condotto nell’isola di Olkhon. Lei mi aveva chiesto: “Ti piace guardare il mondo da molte finestre?”. E io le ho risposto che se non ti metti nel punto di vista degli altri non stai viaggiando, stai solo portando te stesso in giro per il mondo. Ecco, per me viaggiare è avere una direzione in cui andare, è andare oltre le tue stesse certezze, è mollare tutto per trovare finalmente te stesso. Si dice che la tristezza dell’uomo derivi dal suo senso di imperfezione: viaggiando avviene esattamente l’opposto, perché ti senti compiuto, perfetto, appagato. Magari quella magia svanirà, ma comunque alla fine ci si ritrova arricchiti. Almeno una volta nella vita vale la pena rischiare.

Paola Rinaldi

Oltre e un cielo in più - Luca Sciortino

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