I Maasai. Belli, coraggiosi e narcisi

Kenya. Guerrieri Maasai
Kenya. Guerrieri Maasai. Foto Anna Alberghina

C’è un bus maasai che lascia, a ore incerte, quella sorta d’inferno in Terra che è l’autostazione di Nairobi, in Kenya. Si arrampica sulle colline Ngong per poi precipitare, dopo aver dato un’occhiata stracca alla pseudocasa di Karen Blixen, lungo una strada intorcinata che porta in fondo alla Rift Valley, dalle parti di Magadi.
Qui, un lago è coperto da una lastra di sale rosa che i Maasai – coloro che parlano la lingua maa, ecco perché si scrive con due a – estraggono, per poi, la sera, affacciarsi da balconi di case da periferia sovietica, messe a loro disposizione dalla “Soda Co. Ltd”.
È un bus che piace e ci sono salito un sacco di volte. Ha colori vivaci: sarebbero stinti per la calura della savana, ma ogni riparazione aggiunge toppe policrome di lamiera.
Steinbeck direbbe che è “la corriera stravagante”. I Maasai che ci salgono sentenziano solennemente: “L’occhio che ha viaggiato è acuto”. E così viaggiano, nella più aliena combriccola che si possa immaginare.

I Maasai, pastori nomadi di vacche – per loro l’universo è mucca e hanno centinaia di termini per definire i bovini –, ritengono di essere gli unici veri esseri umani sul Pianeta.
Di conseguenza, in totale arroganza, se ne infischiano degli altri: si vestono e comportano come gli pare. Dei primi viaggi di oltre trent’anni fa ricordo soprattutto l’odore. Le donne e i guerrieri maasai sono soliti impastarsi la pelle e i capelli con ocra rossa mista a burro rancido o grasso di capra. Ritengono sia una mistura cosmetica, oltre che fascinosa.
Di per sé, l’afrore è nauseabondo: la calura, lo spazio angusto in lamiera e il sovraffollamento tipico di ogni mezzo pubblico africano – capre e galline incorporate – fanno il resto. Un secondo elemento di alienità erano i costumi, oggi quasi perduti nei viaggi “in città”. Un maasai si sente veramente a suo agio solo se è nudo, ma accetta di coprirsi con una vecchia coperta (gli anziani) o una sorta di toga di cotonina (la chuka dei guerrieri e delle donne che, un tempo rossa, oggi è una tovaglia a scacchi). I sedili dei bus non sono fatti per i culi nudi di persone altere che vivano in zone aride, dove manca l’acqua perfino per bere. Le donne tenevano i marmocchi al seno, sepolti da una cascata di collane di perline coloratissime. I guerrieri avevano pitture e disegni sul viso, sulle gambe, sul torace. I loro capelli erano treccioline color ocra. Portavano acconciature di piume di struzzo o criniere di leone. Tutti, poi, avevano una mazza nodosa (o-rinka), una corta daga (ol-alem) e una lancia “a tre stadi” (per facilitare il trasporto e l’equilibratura dei pesi). Sedersi accanto a questa gente mi ha fatto sempre una certa impressione, mettendomi a disagio. Naturalmente, credo, era proprio quel che volevano ottenere i miei vicini di posto, intenti a sputare ovunque con precisione micidiale: pare sia una sorta di benedizione maasai.

Fu così, con sollievo, che saltai giù dal bus dalle parti di Olorgesailie, un sito preistorico. Con me scese un guerriero in gran costume, perline, lancia e tutto il resto. Come al solito, iniziò un’immediata gara di marcia in savana. Questi giovanotti maasai, dall’aspetto di legionari romani usciti dalla Numidia di duemila anni fa, con il loro naso dritto e le labbra tumide, i fianchi stretti e la pelle rossastra, le gambe snelle e lunghissime, la statura imponente per la magrezza muscolosa, questi guerrieri (il-murran) sono dotati della competitività di un fanciullo capriccioso. Ogni maschio maasai diviene un guerriero, senza possibilità di esenzione: la circoncisione è il rito di passaggio che ne fa un pre-uomo, mentre il cosiddetto moranato è il periodo di servizio alla comunità che trasforma il guerriero in uomo completo, in grado di sposarsi. Il moranato dura anni, ma ogni ragazzo maasai sogna di poter cominciare da subito, al punto che Lemiso (Nato di Notte), un mio amico sedicenne in attesa della circoncisione, si travestiva con la chuka rossa e la spada al fianco per darsi arie da guerriero e conquistare le ragazze. Naturalmente minacciai di sputtanarlo presso le fanciulle sedotte e i guerrieri autorizzati. Divenne grigio per il terrore e si offrì di servirmi in ogni modo, purché stessi zitto. «Con le ragazze, pazienza», diceva, «ma i murran mi farebbero a pezzi». Accettai con condiscendenza i suoi servigi. Dovete capirmi: vivere con i Maasai, razzisti verso bianchi e neri, è fonte di ogni sorta di frustrazione e di un assoluto abbrutimento dell’ego.

La circoncisione, rappresentata dal coltello in ferro del maestro di cerimonia, che taglierà ogni prepuzio di un’intera generazione (quella che gli antropologi definiscono classe d’età), è una tecnologia del sé, come la definirebbe Michel Foucault. L’ablazione di una parte genitale, femminile all’apparenza (ogni sorta di “buco”, tra i Maasai, è considerato generativo), dà un genere al bambino. Questi, infatti, pur avendo un sesso, non è né maschio né femmina, in quanto incapace di generare. Analoghe considerazioni vengono applicate all’ex-cisione femminile, che prevede l’ablazione della clitoride, considerata “maschile” e “sporca”. I bambini appartengono al mondo dell’antropogenesi, la “creazione” naturale dell’uomo. I guerrieri, con l’iniziazione, entrano nell’universo dell’antropopoiesi, la “fabbrica” culturale dell’essere umano. Si tratta di un percorso durissimo, che dura quattordici anni: l’intervallo tra due generazioni. Nel primo mese di preparazione, gli iniziani si vestono di una lunga pelle nera e vanno a sopravvivere nella foresta, che fornirà loro il cibo. Hanno archi con frecce spuntate, con cui abbattono uccelli multicolori. Non li mangiano, però, ma li appendono ai capelli, sulla nuca. Un maasai non rinuncerà mai all’eleganza.

Un giorno, su una montagna, incontrai due di costoro. Erano accucciati e tremavano di freddo. Non li guardai neppure, stile maasai. Uno mi chiamò per nome. Sorpreso, guardai sotto le carcasse d’uccellino. Era Kipsoi, uno studente di liceo. «Non ridere», disse, «ma dammi qualcosa da mangiare». «Ah, no», risposi piccato «il mangiare ve lo dovete procurare con arco e frecce, vero? E noi bianchi, me l’hai detto tu, da queste parti non dureremmo una notte. Le piume ti donano. Ciao». La foresta rappresenta lo stato liminale, quasi sospeso, della vita dei guerrieri. Essi devono vivere ferinamente, proteggendo e rubando bestiame, combattendo i leoni – ancora meno di trent’anni fa, si diveniva uomini affrontando, da soli, un leone con la lancia – e imitando le bestie feroci: non a caso, l’acconciatura maasai è un copricapo/maschera di criniera leonina.

I guerrieri possono avere mille ragazze, ma nessuna deve rimanere incinta. A detta delle ragazze, un metodo anticoncezionale sta nel numero pari di uomini per notte: pare funzioni. I guerrieri devono però stare lontani dalle donne sposate, compresa la propria madre. È loro impossibile farsi vedere da una qualsiasi donna mentre mangiano carne o latte. Questo serve a tenerli lontani dalle madri, ributtandoli sempre, belli e gagliardi, verso la “naturalità” preculturale della savana e della foresta. Tutti i maschi devono adeguarsi agli ideali di forza e bellezza della cultura maasai. Gli standard di riferimento sono elevatissimi: ogni classe di età elegge un suo rappresentante, il simbolo di tutto ciò che i ragazzi dovrebbero e vorrebbero essere. Costui è il più bello, il più coraggioso, il più amabile, il più poetico, e così via. È ammirato da tutti; molti, per rispetto, gli donano buoi di particolare bellezza; ogni componente la classe va da lui per avere un consiglio.

In una steppa dalle parti di Narok, il centro abitato principale della terra maasai, in una capanna ovoidale di sterco e fango, ho incontrato uno di questi superuomini. Si chiamava Kipayan e tutti volevano che lui diventasse un oloiboni, un veggente e leader spirituale. Bello era bello, coraggioso chissà. Aveva occhi bianchi e spalancati. Mi disse con voce in falsetto che non sapeva se sarebbe stato all’altezza delle aspettative della sua classe d’età. Mi parve disperato per l’ipotesi di un fallimento. Difatti, la classe d’età, l’essere circoncisi assieme in una cerimonia dai toni forti indimenticabili, crea tra i guerrieri maasai un tale vincolo che, per esempio, nel caso di sterilità di un membro sposato, un altro elemento della classe, eletto per i suoi meriti, sarà autorizzato a metterne incinta la moglie, senza che nessuno venga a sapere della di lui vergogna davanti a Dio e agli uomini, tale è considerata la sterilità da un popolo che adora la vita affrontando la morte. Kipayan, pochi giorni dopo fuggì dalla manyatta, il raggruppamento di capanne in cui vivono i guerrieri.
Mi dicono che oggi si aggiri impazzito per la savana. O forse è in città, a sognare visioni.

Vi chiederete chi abbia vinto la gara podistica tra me e il guerriero maasai: siete gentili.
Vi posso solo dire che, a un certo punto, in mezzo alle erbe della steppa, mi parve di vedere un lampo di peli gialli. Mi bloccai con difficoltà respiratorie. Il guerriero si appoggiò alla lancia, piegò una gamba e mise il piede nell’incavo del ginocchio, nella tipica postura nilotica. «Non mi dire che hai paura», profferì sputando lontano. «E non sei neppure bello», aggiunse guardandomi dalla testa ai piedi. «Non esistono uomini brutti e codardi», concluse, «Dio, Enkai, non può essere così cattivo da averti dato assieme due tali disgrazie». Da allora, tra i Maasai, mi spalmo un poco di ocra rossa. Il coraggio magari verrà.

Alberto Salza