Musica, cultura e vita in Mali

Griot - foto Irene Fornasiero
Griotte - foto Irene Fornasiero

L’anno scorso mi sono imbattuta in un post indignato sui social network. Non ricordo le parole esatte, ma la sostanza era: in Mali è ormai vietato fare musica, a causa della sharia e della guerra. In tutto il paese non si suona più e gli artisti sono costretti all’esilio dai terroristi e dall’Islam radicale.

Ero reduce la sera prima da uno strepitoso concerto a Bamako dell’edizione 2017 del Festival Acoustik Bamako, con esibizioni dei più talentuosi artisti maliani, ma anche internazionali. Durante l’intera settimana, ogni sera, cosa insolita per me che ho una vita molto tranquilla, avevo presenziato a un diverso evento culturale a Bamako, che fosse una mostra di arte contemporanea, un concerto, un festival.
Era febbraio, per antonomasia mese della cultura maliana, durante il quale, come ogni anno, si susseguono e si sovrappongono eventi culturali di ogni genere, di grande livello artistico e il cui imbarazzo della scelta farebbe venire voglia di avere il dono dell’ubiquità, per non perdersene neanche uno.

Inutile dire che l’indignazione a quel punto era la mia, verso chi scriveva il post, evidentemente senza avere la minima conoscenza diretta della realtà.
E qui è doverosa una premessa, che riporta ai tristi mesi oscurantisti del 2012, per un’invasione terrorista nel nord del paese, ma, premessa, che riporta anche a millenni di tradizione ancestrale e ricchezza culturale maliana.

Festival di Segou 2018 - foto Irene Fornasiero
Festival di Segou 2018 – foto Irene Fornasiero

La “storia” del  Mali, le sue radici, la sua identità, sono indissolubilmente legate alla musica, alla religione animista e infine al corano. Le tre cose non si escludono, anzi si sono, nel corso dei secoli, arricchite a vicenda. Non si puo’ parlare del Mali senza parlare della tradizione dei griot o djali, una sorta di cantastorie che da sempre accompagnano le grandi gesta degli eroi maliani, attraverso il susseguirsi dei tre grandi imperi storici della regione. Tramite le loro lodi cantate è stata tramandata fino al giorno d’oggi la storia orale del Mali e l’arte di fare musica. È in loro che vanno ricercate le origini dell’attuale panorama musicale maliano, uno dei più prolifici e interessanti di tutta l’Africa.

Esistono vere e proprie famiglie di griot che si tramandano il mestiere di generazione in generazione e i più grandi artisti contemporanei maliani, hanno tutti trovato i natali in una famiglia di griot. A eccezione del grande Ali Farka Tourè, il padre del blues africano, più volte Grammy Awards, che nacque in una famiglia di notabili songhai e che dovette, per sua stessa ammissione, combattere contro il volere paterno, per poter seguire la propria vocazione e ispirazione artistica. Per fortuna lo fece!

Quando si dice che l’Africa è ritmo e gli africani hanno il ritmo nel sangue, non parliamo di un clichè, ma di una verità. E in Mali il ritmo e la musica accompagnano non solo le cerimonie ufficiali, la vita sociale, il divertimento, ma anche la quotidianità e il lavoro.
Un fabbro che batte sul metallo al mercato del riciclo di Bamako, produce ritmo; a ritmo vanno le donne che pestano nei mortai di legno, o spazzano la corte con le scope fruscianti di saggina; a ritmo va un contadino che zappa la terra. Non esiste battesimo, matrimonio, fidanzamento, grain (raduno di persone di qualsivoglia natura, anche religiosa), dove non vi sia musica o un griot che improvvisa i propri canti poetici.

Griottes - foto Angelo Maugeri
Griottes – foto Angelo Maugeri

Ora immaginiamo un gruppo di terroristi che improvvisamente pretendono di mettere a tacere tutto questo. Che pretendono in nome della sharia di imporre il silenzio ai maliani, di bloccare la loro creatività artistica, di cancellare le loro radici, la loro essenza, loro stessi. Intervento militare internazionale o meno, i maliani lo avrebbero accettato? Io credo di no.

Non mi stupisce che a partire dal drammatico tentativo di imporre la sharia nel nord del paese, nel 2012, e nell’incertezza politica e securitaria attuale, gli artisti maliani siano diventati ancor più prolifici e attivi. Perchè è attraverso la musica che portano avanti la loro, di battaglia, imbracciando chitarre, kora, djembè e n’goni, al posto dei kalachnikov. La resistenza attraverso la musica, perché nella musica risiede la vera identità del popolo maliano.

E cosi, dopo un breve periodo di silenzio forzato a nord, e di quiete meditativa a sud, il Mali è tornato a fare musica e cultura, più di prima e con sempre maggior convinzione, ispirazione e motivazione. I festival hanno riaperto le porte, sempre che le avessero chiuse, i concerti risuonano in ogni dove. Nelle piazze di tutte le città principali gli amplificatori rimbombano e nei cortili riecheggiano i canti dei griot. I centri culturali di Bamako non sono mai stati cosi movimentati e frequentati, dalla scena live del Club Africa, a quella del palco di Radio Libre. Dai venerdi del Fali Fato, passando per i raduni musicali del sabato al Carrefour des Jeunes e all’Exodus e finendo con i musical e le performance teatrali del Blonba, che ha di recente inaugurato la sua nuova sede, un complesso architettonico-work in progress, molto originale.
Durante il weekend a Bamako c’è l’imbarazzo della scelta.

Festival di Segou 2018 - foto Irene Fornasiero
Festival di Segou 2018 – foto Irene Fornasiero

Riguardo ai grandi eventi a cadenza annuale o biennale, il Festival sul Niger di Segou, non solo non ha mai chiuso i battenti, ma ha mostrato una crescita artistica e organizzativa nelle ultime cinque edizioni, che rispecchia in toto la volontà di resistere attraverso la cultura. E ancora, il Bamako Jazz Festival, i vari raduni del reggae, genere musicale particolarmente caro all’Africa, il Festival di Selinguè e una decina di Festival a Siby, nel cuore del Mandè, tutti festival storici che hanno continuato a perpetuarsi, o, alcuni, sono nati proprio negli ultimi anni. Se l’unico festival che è stato costretto non tanto alla sospensione in toto, quanto all’esilio forzato per ovvi motivi, è il Festival du Dèsert di Timbuktu, evento di punta da sempre nella scena culturale maliana, è pur vero che in esilio ha preso nuova linfa vitale e si è arricchito ulteriormente, facendosi portavoce di una propaganda di pace, attraverso l’arte, il dialogo, la musica e la solidarietà. Mentre i Rencontres de la Photographie Africaine, storico raduno biennale di fotografia (non dimentichiamo che il Mali ha dato i natali a Malick Sidibè) che era stato sospeso, sono tornati nel 2015 e nel 2017, più interessanti e variopinti che mai.

Festival du Dèsert di Timbuktu - foto Andrea Paolini
Festival du Dèsert di Timbuktu- foto Andrea Paolini

Un fermento culturale, quello degli ultimi anni, che ha dato spazio e ospitato anche grandi artisti internazionali, quali Mathieu Chedid, invitato d’onore all’edizione 2017 del Festival Acoustik Bamako, a fianco a Toumani Diabate, mago della kora, Fatoumata Diawara, carismatica voce femminile del pop maliano, e il rapper Oxmo Puccino, o l’apparizione insospettabile di Damon Albarn, invitato all’edizione 2018 al fianco di Cheick Tidiane Seck, mostro sacro del jazz maliano, e Boubacar Traore detto KarKar, veterano della musica melodica maliana, abiatualmente accompagnato dalla quasi “extraterrestre” fisarmonica di Vincent Boucher.
E ancora il Festival della Cultura Dogon sul bellissimo scenario del fiume Niger a Bamako, con spettacoli di maschere e danze tradizionali, stand dell’artigianato dogon e concerti fino all’alba, di Habib Koitè o della madrina di tutti i maliani, Oumou Sangare, tra i tanti.

Per non parlare delle mostre artistiche, conferenze, pièce teatrali, cinema e concerti all’Istituto di Cultura Francese di Bamako, che ha continuato a ospitare il gotha degli artisti maliani, ma con anche delle gradite sorprese internazionali, come la bella e bravissima Joss Stone, nella sua tappa del Total World Tour, un progetto che da cinque anni la sta portando a esibirsi in tutti i paesi del mondo.

Sono sicura che se il grande Mangala Camara fosse ancora vivo, negli ultimi cinque anni sarebbe sceso in piazza tutti i giorni con la sua chitarra e la sua voce inconfondibile, al fianco di Salif Keita o di Tiken Jah Fakoly, di Amkoullel “l’enfant peul” e di Sidiki Diabate, di Fatoumata Diawara e di Pamela Badjogo, di Bassekou Kouyate, Toumani Diabate e Habib Koite, perché lui, artista rivoluzionario che ci ha lasciati troppo presto, di ribellioni se ne intendeva, ma è attraverso la sua musica e il suo genio che le attuava.
Sono altrettanto sicura che lassù, assieme ad Ali Farka Tourè, adesso sorride soddisfatto e fiero dei suoi amici.

Caterina Manca di Villahermosa
Kanaga Adventure Tours