Modigliani e l’Art Nègre

Modigliani e l’Art Nègre

Cinquanta sculture di arte tradizionale africana, realizzate con varie tecniche e differenti materiali. Sarà questo il contributo che Bruno Albertino e Anna Alberghina, medici torinesi e appassionati collezionisti, metteranno a disposizione della mostra Modigliani e l’Art Nègre: simbolo, opere, tecnologia, che partirà il 22 giugno a Casa Modigliani, Spoleto - all’interno del Festival dei Due Mondi -, e sarà visitabile fino al 30 luglio. Ed è proprio l’art nègre quella che loro porteranno all’evento, nel tentativo di rivelare le influenze dell’arte africana sull’opera di Modigliani, nella magica atmosfera di Parigi nei primi anni del Novecento.

Figura di maternità reale Baoulé. Costa d'Avorio (Collezione privata Albertino-Alberghina)
Figura di maternità reale Baoulé. Costa d’Avorio (Collezione privata Albertino-Alberghina)

Anna, come avete selezionato le sculture all’interno della vostra raccolta?
Seguendo un criterio estetico, ovvero scegliendo i pezzi che si avvicinassero il più possibile all’opera di Modigliani, con i suoi tipici colli allungati, gli occhi sottili, i volti geometrici. Sarà l’affinità visiva a legare i due mondi. Si va delle figure Mahongwe alle raffinate maschere ritratto delle popolazioni Baoulé, che ricordano moltissimo le donne rappresentate dall’artista italiano.

Un’assonanza casuale o voluta?
La scultura africana affascinava le avanguardie artistiche di inizio Novecento, che uscivano da un’epoca naturalistica e cercavano un nuovo modo per rappresentare la realtà. Durante il soggiorno parigino, Modigliani aveva visto quelle opere nelle gallerie d’arte oppure a casa di amici, a sua volta ne ha possedute alcune e di certo ne ha tratto ispirazione. Per di più, ha conosciuto alcuni fra i più importanti collezionisti e mercanti della sua epoca, come Jacob Epstein e Paul Guillaume, seppure l’art nègre fosse così diffusa in quel periodo da essere una presenza costante nei mercati delle pulci di Parigi, dove si potevano acquistare a poco prezzo opere che oggi hanno un valore inestimabile.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne au chapeau de paille
Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne au chapeau de paille

Si trattava però di un interesse puramente estetico, senza la conoscenza di tutto ciò che oggi sappiamo…
Sì, all’epoca si ignorava il fatto che quelle opere non venissero mai create con una pura finalità estetica, ma sempre con l’obiettivo di rafforzare il legame fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. In effetti, quegli stessi manufatti che appesi ai muri delle nostre case o esposti in una galleria non rappresentano altro che oggetti decorativi accompagnavano in realtà tutti i momenti salienti della vita del clan, come matrimoni, funerali e, soprattutto, riti di iniziazione, insieme a musica, danze e al suono incalzante dei tamburi.

Eppure chi non ne ha esperienza vede questa forma d’arte come “primitiva”…
È un’idea comune, che per fortuna negli ultimi anni sta facendo spazio a un interesse rinnovato e, per certi aspetti, più colto. L’Africa delle tribù non ha lasciato una testimonianza scritta, ma a raccontarne storia e presenza sono proprio gli oggetti, riflesso di culture, riti e tradizioni. Attraverso di essi si scopre ad esempio il ruolo centrale della donna, che – in quanto generatrice di vita – assicurava la prosecuzione del lignaggio all’interno di società basate su un’economia di sussistenza, dove a garantire il benessere non c’era qualche sofisticata tecnologia, ma solamente la costante presenza di braccia giovani e forti in grado di lavorare e combattere. Così come si scopre il culto degli antenati, visti come veri e propri intermediari con un Dio considerato troppo lontano ed estraneo ai bisogni terreni, ma “raggiungibile” attraverso coloro che, in vita, avevano saputo distinguersi per i loro meriti.

Maschera Go Gè Dan. Costa d'Avorio (Collezione privata Albertino-Alberghina)
Maschera Go Gè Dan. Costa d’Avorio (Collezione privata Albertino-Alberghina)

Qual è la principale differenza fra arte “bianca” e “nera”?
Quella africana è un’arte pura e soprattutto anonima, nel senso che gli artisti non sono conosciuti nella loro identità specifica, con nome e cognome, ma rappresentano i semplici esecutori di oggetti dalla funzione specifica. Nel mondo occidentale, invece, gli artisti sono noti e le loro opere hanno uno scopo meramente decorativo, che si tratti di un quadro o di una statua, perché non hanno nulla di magico, animistico o spirituale.

Nonostante la sua “prepotenza”, l’occidente non è mai riuscito a contaminare l’arte africana?
Di certo, nel corso della storia, è capitato che gli africani individuassero nei bianchi alcuni elementi curiosi: ad esempio, gli Yoruba della Nigeria o i Baoulé della Costa d’Avorio hanno introdotto nella loro arte l’elemento del colono, per cui può accadere di trovare opere risalenti ai primi anni del Novecento che raffigurano personaggi abbigliati all’occidentale. Così come alcune figure di maternità dell’Angola sono state probabilmente ispirate dalle polene delle navi portoghesi. In ogni caso, si è sempre solo trattato di un interesse estetico, perché la forza delle culture africane è proprio stata quella di aver mantenuto la sua purezza originaria, il suo credo, il suo significato profondo.

Amedeo Modigliani, Portrait de Lunia Czechowska
Amedeo Modigliani, Portrait de Lunia Czechowska

Di tutto questo si avrà un sentore nel corso della mostra di Spoleto?
Certamente. Amedeo Modigliani ha subito il fascino dell’arte africana, portatrice di forme essenziali semplificate. Lui, allo stesso modo, ha abbandonato il modello, non ha rappresentato più nessuno in particolare ma ha puntato a un ritratto unico, che attraversasse le epoche e restasse fedele alla bellezza di un’immagine intatta dell’uomo e della sua rappresentabilità.

Paola Rinaldi

 

 

 

Modigliani e l’Art Nègre: simbolo, opere, tecnologia
a cura dell’Istituto Amedeo Modigliani

La collezione Bruno Albertino – Anna Alberghina è visibile su
www.africantribalart.it

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