NYT vi fa partire per un viaggio intorno al mondo

Braden Barwich - Unplash.com

Pensateci un attimo, basta anche solo una frazione di secondo: domani il New York Times vi fa partire per un viaggio intorno al mondo. Sì ma che bisogna fare?
Raccontare i posti, far sentire il profumo del viaggio, intrigare. 52 luoghi da visitare nel 2018, categoricamente on the road, da restituire poi via foto, video e parole, dato che il NYT li consiglierà poi ai viaggiatori del futuro.
Ah, non disperate, la scadenza per presentare la domanda era il 31 ottobre, siete esenti da qualsiasi dilemma morale.

Sì perché, in teoria, tutti potevano tentare questa “follia”. O meglio, tutti coloro che avevano un anno libero, già dimestichezza con i viaggi, esperienza con il blogging e che conoscessero l’inglese come Shakespeare, più un’altra manciata di lingue. Quindi ecco che c’è una sorta di curriculum implicito, di quelli che o hai già o sei fregato.

Però dovete tutti ammettere che la tentazione è lì che vi accarezza, a patto che il NYT vi abbia preso. Pagati per viaggiare e per raccontare. Dai, non sentite lo zaino già in spalla e l’esperienza più incredibile della vostra vita che vi urla “uscite di casa”? Perché anche i più pantofolai come il sottoscritto hanno un attimo in cui si chiedono “e come sarebbe farlo davvero?”. Poi la realtà picchia forte però, perché la selezione per un viaggio mastodontico del genere è serrata peggio degli Hunger Games.

Luis Llerena - Unplash.com
Luis Llerena – Unplash.com

Anche se il tentativo del curriculum non costava niente, no? Certo, una delle grosse discriminanti è l’attività social. Il NYT sa benissimo di dover assumere un comunicatore, un catalizzatore di voci, creatore di follower, in grado di brandire Twitter e Instagram come alabarde digitali pronte a smuovere le masse. Lavori di questo tipo richiedono una sottomissione totale al dio Zuckerberg, con una vita lavorativa sempre postata, perché altrimenti come fa la gente a voler andare dove sei stato tu? Ormai fa parte delle regole del gioco, e lo si accetta. Anche se quando guardo una puntata di Black Mirror, la fiction sugli effetti collaterali delle nuove tecnologie, vorrei bruciare il computer e nascondermi in una grotta.

Sicuro quindi che il target del NYT è ovviamente “giovane”, rivolto a chi è pronto a mollare tutto da un momento all’altro affidando un anno della propria vita al racconto del viaggio. Quindi la domanda è: saremmo tutti pronti (noi giovani, o finti tali, s’intende) a lanciarci in questa avventura? Forse no. Forse siamo talmente assuefatti alla vita quotidiana che mettere tutto in pausa così non ce lo potremmo permettere, anche se potrebbe portare a chissà quale altro sbocco lavorativo.
Il NYT sa benissimo che indire una “competizione” del genere li porterà già ad avere gente pronta a mettersi in discussione, facilitandogli il lavoro preliminare.
Quindi il gioco delle parti potrebbe giovare a entrambi. Perché non succede che un signor nessuno viene assunto dal NYT per un lavoro del genere, ma se succede…

Ora scusate ma ho il tè che bolle, le pantofole ai piedi e una coperta sul divano che mi aspetta.

Edoardo Ferrarese

Josh Wilburne - Unplash.com
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