Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata, film del 2005 diretto da Liev Schreiber, basato sull'omonimo libro autobiografico dello scrittore statunitense Jonathan Safran Foer.

Fare un viaggio nella memoria potrebbe sembrare una cosa semplice. A cena con gli amici di una vita, mentre si ricordano le stupidate fatte a scuola; un genitore che ti racconta quanto l’hai mandato ai pazzi mentre eri piccolo; un ritorno improvviso alla Proust. Più complesso è fare un viaggio nella memoria di qualcun altro. Così si apre Ogni cosa è illuminata, piccolo gioiello firmato Liev Schreiber (alla sua prima prova dietro la macchina da presa), con un viaggio nella Memoria, quella intrecciata alla Storia, che gronda sangue ancora oggi.

Jonathan Safran Foer (Elijah Wood) è un giovane ebreo americano che decide di tornare in Ucraina (terra natale della sua famiglia), per ritrovare la donna che, durante l’occupazione nazista, aveva salvato la vita al nonno. In mano solo una vecchia fotografia sbiadita, in testa una miriade di sentimenti, imbustati come gli oggetti che Jonathan raccoglie in giro e cataloga come il più pignolo degli entomologi, appendendoli poi al muro di casa in un mosaico grottesco della sua vita. E chi lo accompagna? Nonno e nipote (più una cagnetta leggermente psicopatica), proprietari di una sorta di guide tour per ricchi ebrei in cerca di un legame con il passato.

L’immagine parla da sola: c’è poca armonia, solo un senso utilitaristico spinge il gruppo ad andare avanti, ognuno chiuso nei suoi problemi. Eppure dentro quella macchina sgangherata inizierà a crearsi un flebile battito emotivo, salendo gradino dopo gradino verso una meta… no, quello dovete scoprirlo voi.

Il viaggio di Jonathan diventa quindi incontro e scontro culturale, partendo dalla difficoltà di comunicazione (solo Alex, il nipote, conosce un po’ di inglese). Ma la ricerca spasmodica di questo fantomatico paese – Trachimbrod – che nessuno sembra conoscere, avvicinerà i due ragazzi, scardinando la precisione maniacale di Jonathan con le difficoltà, riportandolo ad una dimensione più terrena, sbustandolo da quella plastica asettica che lo imprigionava.

La bellezza del viaggio di Ogni cosa è illuminata sta proprio in questa cacofonia di pensieri, questo stridere tra la quasi apatia di Jonathan e l’eruzione vulcanica di Alex, con un nonno dal grugno facile a tenere insieme la ricerca del passato, nonno che conserva uno scrigno di dolore come una valigia logora impossibile da buttare.

Ecco allora che Liev Schreiber prende la metafora della valigia spezzettandola negli oggetti raccolti da Jonathan, bagaglio inesausto e giornaliero, ossessione infinita data da una mancanza, da un senso di vuoto del suo passato che solo un viaggio del genere sarà in grado di colmare. Il regista decide di optare per silenzi e battute caustiche, amalgamando alla perfezione tre personalità (più un cane) così diverse fra loro, accomunate da questa strana e apparentemente impossibile ricerca, dove tutto sembra suggerire qualcos’altro, dove la catarsi non può che arrivare alla fine.

Il senso di un viaggio del genere, che affonda le mani nel torbido dei ricordi, è proprio nel cambiamento, nell’accettazione del proprio passato, di ciò che il nostro sangue è stato e che ha dovuto subire, sciogliendo quel grumo di lacrime pronte a esplodere come una cascata di ricordi, inscatolati nei cassetti del cervello perché troppo dolorosi da lasciare appesi al muro. Ma tutto ciò è sapientemente tagliato con ironia, per alleggerire un carico denso come la Shoah. Per questo Schreiber adotta uno stile derivato da quello di Emir Kusturica (omaggiando lui e il suo capolavoro – Underground – quando Jonathan arriva in treno). Solo un sorriso, seppur amaro, può riallacciare quel legame così violentemente spezzato.

Non vi resta altro che aprire quella bustina di plastica. Potreste trovarci dentro tutto quello di cui avevate bisogno.

Edoardo Ferrarese