Scoprire vita e cultura nepalesi

Un viaggio fino al cuore dell’Himalaya. Il fotografo ghemmese Renzo Andorno si prepara ad affrontare un’esperienza umana e professionale che, dal 10 al 27 ottobre, lo porterà alla scoperta della cultura nepalese (renzoandorno.com). Un percorso speciale per lui, visto che l’amore per questo Paese ricco di natura, storia e cultura gli è stato trasmesso dal padre Renato, scomparso dodici anni fa, insieme alle regole per scattare una foto d’autore. La prima fra tutte? Rispettare la natura e le persone che vengono riprese.

Nepal. Un viaggio occasionale?
Durante l’anno, organizzo in media quattro o cinque trekking fotografici per chi, come me, ha voglia di condividere luoghi ed emozioni del mondo. La mia fotocamera mi ha portato in giro più di una volta, ma quello in Nepal è un viaggio speciale. Questo Paese era nel cuore di mio padre, che per oltre quarant’anni è stato un apprezzato fotoreporter a livello nazionale e collaboratore di “Famiglia Cristiana” e RAI. Grazie al suo spirito d’iniziativa, è nata la onlus Amici del Monte Rosa (www.amicidelmonterosa.org), che ha contribuito a costruire una scuola elementare a Namche Bazar, nella valle del Kumbu, e un presidio ospedaliero a Malekhu, nel distretto di Dhading, con venti posti letto, una sala parto, una sala radiologica, un laboratorio analisi e una piccola sala di primo intervento.

L’ospedale a Malekhu, nel distretto di Dhading

Quindi, hai ricevuto in eredità la passione per il trekking e la fotografia…
Sì, da mio padre ho ereditato il gusto per l’immagine, per l’avventura e per i servizi su ambiente e cultura. Ricordo in maniera vivida soprattutto i suoi racconti sul Nepal, dove purtroppo non abbiamo mai avuto occasione di andare insieme. Dopo la sua scomparsa, ho voluto continuare la sua opera e una tappa del mio viaggio sarà proprio la scuola, dove consegnerò materiale scolastico e qualche piccolo aiuto.

Al di là del legame affettivo, cosa ti affascina del Nepal?
Partiamo dal presupposto che io adoro camminare e, in particolare, amo le escursioni in montagna. Non a caso, ho partecipato al “Camminaitalia” del 1995 e del 1999, e ho curato diverse produzioni dedicate al Monte Rosa, al Sacro Monte di Varallo, a Macugnaga, ai sentieri della Valsesia e alle quattordici spedizioni oltre gli 8000 metri dell’amico “Gnaro” Silvio Mondinelli, compagno di avventura nelle trasferte di mio padre. Il Nepal offre la possibilità di intraprendere lunghi cammini tra montagne maestose, ma ogni piccolo angolo di quel Paese regala emozioni indescrivibili. Anche gli sguardi della popolazione rimangono nel cuore, perché dentro i loro occhi si può leggere un’umiltà, una dignità e un’accettazione del “poco” che ci riportano verso il basso.

Oltre alla scuola di Namche Bazar, quali tappe prevede il tuo viaggio?
Di certo, visiteremo il monastero di Tengboche, che regala un panorama mozzafiato grazie alla sua posizione in cima a un valico. Poi, attraverseremo i villaggi abitati dagli Sherpa per giungere a Kala Pattar, una montagna nell’Himalaya nepalese di 5545 metri. Le emozioni non mancheranno.

Generalmente, quante persone ti seguono?
Cerco di comporre gruppi che non superino le dieci persone per avere modo di entrare in sintonia con loro, fornire consigli fotografici. A febbraio, con un gruppo, sono stato in Norvegia con i cani da slitta e abbiamo trascorso 24 ore su 24 alla ricerca dell’aurora boreale. Una delle meraviglie di questi viaggi è proprio l’incontro con persone che prima non si conoscevano e, all’improvviso, diventano compagni di avventure straordinarie. Tra di loro, ci sono colleghi fotografi che vogliono vivere un’esperienza diversa dai loro soliti scatti, ma anche semplici appassionati che non hanno mai usato la fotocamera.

In Paesi come il Nepal, occorre uno sguardo particolare sui luoghi e sulle persone?
Per prima cosa, è importante capire l’approccio giusto con le persone: quando si fotografano bambini o mamme in determinate condizioni, bisogna coinvolgerli e non rubare le immagini. Allo stesso tempo, ma questo vale per qualunque luogo lontano dall’Occidente, è fondamentale muoversi in punta di piedi, capire la loro cultura, comportarsi da ospiti che accettano e non giudicano.

Il trekking in Norvegia
Il trekking in Norvegia

Da quanti anni fai il fotografo?
Il mio primo servizio importante risale al 1993, esattamente vent’anni fa. Il quotidiano “La Stampa” aveva chiesto a mio padre alcuni scatti della guerra in ex-Jugoslavia, presso la città assediata di Mostar, ma in quel momento lui si trovava in Nepal per seguire un’escursione di Gnaro Mondinelli e io l’ho sostituito. Avevo 24 anni e quel mese ha cambiato tutta la mia visione del mondo. Ancora oggi, quella a Mostar rimane l’esperienza più bella, più brutta, più forte, più assurda che io abbia mai vissuto. L’impatto è stato devastante: in quella guerra si usavano armi non convenzionali e, sin dal primo giorno, ho visto uscire dalle ambulanze corpi dilaniati dalle bombe a grappolo. Lo stesso giorno è iniziata la distruzione del Ponte di Mostar e avevo la dubbia fortuna di essere presente alla distruzione di uno dei maggiori simboli della storia dei Balcani.

Ti consideri un fotografo di viaggio?
Da dodici anni, lavoro nel settore del food, dove ricercare la massima qualità delle immagini rappresenta ogni giorno una sfida. Avventurarmi in questi trekking rappresenta una sorta di intervallo, in cui sfogo la mia creatività. Sono emozioni completamente differenti, ma soprattutto è una questione di attimi: fotografando il food, puoi rimanere tutto il giorno a cercare l’inquadratura perfetta, mentre di fronte a un paesaggio o un animale si tratta di secondi. All’aperto, spesso si deve attendere quell’unico momento magico, specie nelle prime e ultime due ore di luce, quando i colori appaiono più vibranti.

Progetti futuri?
In collaborazione con il tour operator Travelsophy (www.travelosophy-to.info), avvieremo entro fine anno una pagina Facebook dove gli utenti potranno votare la loro destinazione preferita tra quelle proposte a breve, medio e lungo viaggio. La più gettonata verrà effettivamente scelta per un trekking fotografico e, a fine anno, verrà realizzato un libro che raccoglierà immagini e racconti di queste avventure, il cui ricavato sarà devoluto alla onlus Amici del Monte Rosa. Sarà un romanzo di questi viaggi, da leggere e guardare tutto d’un fiato.

Paola Rinaldi

 

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