Viaggia, prega, ama

Natura selvaggia, benessere interiore e un incontro con il Lama di Tengboche. Sono questi i principali ingredienti dell’affascinante trekking in Nepal che il fotografo ghemmese Renzo Andorno ha realizzato nelle scorse settimane (renzoandorno.com). Con un gruppo ristretto di fotoamatori, Renzo è tornato per la terza volta nel Paese tanto amato da suo padre Renato, un apprezzato fotoreporter scomparso dodici anni fa che ha contribuito alla costruzione della scuola elementare di Namche Bazar, nella valle del Kumbu, e di un presidio ospedaliero a Malekhu, nel distretto di Dhading. “Guardando gli occhi dei bambini e la dignità di quella popolazione straordinaria, capisci gli sforzi di chi ha avviato un progetto prima di te e ti riempi di carburante per continuarlo con lo stesso entusiasmo”.

Alla scuola di Namche Bazar
2013 © ph Renzo Andorno

Non era la prima volta che visitavi il Nepal. Hai comunque trovato il modo per guardarlo in una nuova prospettiva?
La novità del mio viaggio è stato sicuramente il trekking sul Kala Pattar, nella valle del Khumbu, dove classicamente partono le spedizioni per raggiungere il campo base dell’Everest, il richiamo mitico per tutti gli alpinisti. Era un sogno che conservavo nel cassetto da anni e che, finalmente, ho potuto realizzare. Gli altri viaggi erano più conoscitivi e mi hanno permesso di scoprire le città più note, come Pokhara, Kathmandu o la zona del Parco nazionale di Chitwan, sicuramente più abbordabili rispetto ai 5.545 metri del Kala Pattar, dove lo sforzo fisico richiesto è di gran lunga superiore e i luoghi sono meno ospitali.

Bambini nella Valle del Khumbu
2013 © ph Renzo Andorno

Qual è stato l’impatto con la natura selvaggia?
I sentieri sono molto simili a quelli delle nostre montagne. A parte la lunghezza delle tappe, il percorso non è massacrante e, fino ai 5.000 metri, l’ambiente somiglia ai nostri 2.000 metri con molta vegetazione diffusa, che ovviamente poi si dirada e scompare a favore di ghiacciai e di un ambiente che richiede un abbigliamento e una preparazione atletica molto differenti. La bellezza del paesaggio è sbalorditiva, da togliere il fiato, ma l’elemento che mi è rimasto più impresso nella testa è il continuo saliscendi degli Sherpa che trasportano l’attrezzatura e le forniture necessarie per gli escursionisti.

Boudhanath Stupa
2013 © ph Renzo Andorno

Senza la loro assistenza, i trekking sarebbero impossibili o quasi…
Sì. In un solo giorno, possono effettuare più di un viaggio con incredibili pesi in spalla. Per loro si tratta di lavoro, perché quell’attività è la loro fonte di sostentamento. Da circa sessanta, settant’anni, in Nepal avviene quello che succedeva in Italia quando gli inglesi hanno iniziato a raggiungere l’Italia per scalare le catene alpine e i nostri trisnonni facevano i portatori per loro.

Monastero di Tengboche
2013 © ph Renzo Andorno

Come ci si approccia alle persone tanto lontane dalla propria cultura per fotografarle senza che loro si sentano “derubate” della loro intimità?
Penso che il segreto stia tutto nella delicatezza. È importante chiedere sempre con cortesia se è possibile scattare una foto, soprattutto nei luoghi di culto, senza mettere immediatamente la macchina fotografica tra noi e i soggetti che abbiamo individuato. Gli Sherpa conoscono perfettamente l’inglese, che ormai rappresenta la lingua internazionale e può essere utilizzata per spiegare le nostre intenzioni. Nel mio caso, dove la fotografia è una professione, la gentilezza deve essere ancora superiore, visto che l’attrezzatura è piuttosto ingombrante e potrebbe mettere più soggezione rispetto a una fotocamera compatta di piccole dimensioni.

Monkey Temple, Kathmandu
2013 © ph Renzo Andorno

Ti è mai successo di avere problemi?
Una volta, a Londra. Stavo partecipando alla New Year’s Day Parade, la tradizionale parata del 1° gennaio, e stavo fotografando un uomo che probabilmente si era addormentato ubriaco dopo i bagordi del 31 dicembre. In realtà, si è svegliato e mi ha rincorso. Fortunatamente, un poliziotto si trovava nei paraggi e lo ha arrestato.

A tuo parere, quale funzione può avere la fotografia per sostenere i diritti umani e le cause umanitarie?
Credo che possa dare messaggi positivi soprattutto quando è legata a progetti o scopi benefici. Nel mio caso, ad esempio, una onlus come Amici del Monte Rosa – fondata da mio padre Renato e Silvio Gnaro Mondinelli a favore delle popolazioni nepalesi – può giovare delle immagini che mostrano le strutture che sono sorte o cosa è stato costruito con i contributi raccolti. Dipende sempre dallo scopo finale che ci prefiggiamo quando scattiamo la foto.

Ama Dablam
2013 © ph Renzo Andorno

Chi ti ha accompagnato in questo trekking?
Come al solito, ho cercato di comporre un gruppo non troppo numeroso per avere la possibilità di entrare maggiormente in sintonia con ciascuno dei partecipanti, fornendo consigli fotografici personalizzati. In questo caso, siamo partiti in quattro (tre italiani e un argentino) e, durante il percorso, si sono aggregate altre persone che erano partite senza guida: tre ragazzi italiani, due ragazze spagnole e un australiano. Un totale di dieci.

Bambini a Namche Bazar
2013 © ph Renzo Andorno

Esperti di fotografia o semplici appassionati?
Appassionati, ma con la voglia di imparare e scoprire nuovi scorci del pianeta. Di certo, non il classico turista con la macchina usa-e-getta o quello che dimentica a casa le batterie di riserva.

Uno scatto fotografico può sicuramente descrivere un luogo meglio di mille parole: come si fa a cogliere l’attimo giusto?
Normalmente, a chi mi accompagna, fornisco dei piccoli suggerimenti senza mai tarpare le ali o mettere freni alla visione personale di luoghi e situazioni. Quando siamo in alta quota posso proporre di cambiare angolazione, di scegliere una luce migliore, ma evito sempre di dare troppe informazioni che in condizioni estreme di freddo o peso sulle spalle potrebbero risultare stressanti. Nelle città o nei luoghi più rilassati, invece, c’è spazio per maggiori ragguagli, soprattutto sui punti di principale interesse. Ma è la sera il momento in cui la comunicazione si fa più accesa e, confrontando le fotografie della giornata, è incredibile vedere le varie prospettive di uno stesso monumento o dettaglio: ognuno riesce a cogliere un aspetto diverso dello stesso soggetto.

Sadu a Pashupatinath
2013 © ph Renzo Andorno

Fotografia, ma anche viaggio puro…
Sicuramente l’aspetto più forte di questa avventura in Nepal era il viaggio in quanto tale, completamente diverso rispetto al percorso di un turista tradizionale. C’era una meta, c’era la fatica, c’era l’acqua gelida, c’era l’abbandono di tutti i comfort, c’era la condivisione di un pasto con persone sconosciute e c’era tutta quella sana riflessione fatta sulla strada del ritorno su come la meta era stata raggiunta. Viaggi come questo rappresentano soprattutto un percorso individuale e collettivo allo stesso tempo per raggiungere un luogo che la maggior parte delle persone non vedrà mai nel corso della propria vita. Una sorta di purificazione che “fa bene” e permette di vedere tutto in una nuova prospettiva, reimpostando pensieri e certezze.

Come avviene tutto questo?
Sballando completamente i propri ritmi: si cammina tutto il giorno, si cena alle 18.30 e alle 20 ci si ritrova già nel sacco a pelo. La vita è del tutto diversa rispetto a quella normale, a cui siamo abituati. Tutto questo tempo trascorso a contatto con te stesso, senza alcuna distrazione, ti aiuta a pensare e a conoscere gli aspetti più intimi e personali della tua anima. Adattandosi ai ritmi nepalesi, il cervello entra in una sorta di “modalità di risparmio energetico” che ritempra e rigenera.

Thaman a Kathmandu
2013 © ph Renzo Andorno

Il Nepal si presta bene per questo percorso interiore?
Assolutamente sì. In questo viaggio, ho finalmente capito perché mio padre lo amava così tanto e ha voluto lasciare un segno tangibile del suo passaggio costruendo la scuola elementare e il presidio ospedaliero. Si respira un’aria di benessere spirituale, di fierezza, di umiltà, di dignità che supera la povertà.

Hai visitato la scuola di Namche Bazar?
Sì, due volte. Nella prima occasione, siamo arrivati nel periodo del Dashain, la più importante festività nepalese, per cui la struttura era chiusa. Al ritorno dal campo base, invece, ho avuto modo di incontrare i bambini ed è stato un momento molto toccante. Sin da piccoli, sono molto orgogliosi di parlare inglese e vogliono dimostrare alle maestre di conoscerlo bene, per cui ci hanno sommersi di domande curiose su chi fossimo, quanto saremmo rimasti in Nepal e via discorrendo.

Il Lama a Tengboche
2013 © ph Renzo Andorno

L’episodio più forte dal punto di vista spirituale?
Al monastero di Tengboche, a circa 3.800 metri di quota nella valle del Khumbu, siamo stati ricevuti dal Lama, che non si ha sempre la fortuna di incontrare, perché decide di volta in volta a chi aprire le porte o meno. Ci ha regalato una sciarpa di “buon viaggio”, un braccialetto portafortuna e tre bacche da conservare nella giacca a vento e utilizzare in caso di mal di testa, mal di gola o qualsiasi disturbo durante il percorso. È stata un’esperienza molto intensa.

Boudhanath Stupa
2013 © ph Renzo Andorno

Nuove partenze in vista?
Silvio Gnaro Mondinelli mi ha chiesto di unirmi alla sua spedizione del prossimo aprile, portando un gruppo di trekker al campo base del Cho Oyu, la sesta montagna più alta della terra al confine tra Cina e Nepal. Via mail mi sono arrivate anche numerose richieste di persone interessate a scalare con me l’Annapurna oppure ad affrontare un safari con gli elefanti in Chitwan. Entro fine anno, partirà anche la pagina Facebook avviata  in collaborazione con il tour operator Travelsophy (www.travelosophy-to.info), che ringrazio insieme a Cho-Oyu Trekking (http://www.cho-oyutrekking.com/), il mio partner in Nepal per i viaggi. Le idee non mancano e l’entusiasmo neppure!

Paola Rinaldi

 

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