Samburu e Turkana: due etnie, due mondi

Kenya. Donne Samburu
Donne Samburu

«Per me era il più arido, caldo, soffocante, incivile, incolto, privo d’acqua, rinsecchito angolo del mondo». Così T.R. Cambridge, giovane ufficiale britannico, descriveva nel 1917 l’area che circonda il lago Turkana, nel nord del Kenya. L’immagine vale ancora oggi. Eppure circa trecentomila persone ricavano da vivere da centomila kmq di sassi e stentate erbacce spinose. Sono i pastori nomadi.

Kenya. Giovane Samburu
Giovane Samburu

Labria è l’amico che mi guida a piedi e da anni, attraverso questa desolazione. È un incrocio tra Samburu e Rendille, che, con i Turkana, costituiscono le principali etnie che vivono intorno al lago Turkana. Ha la mania dei proverbi, coi quali mi avvelena le giornate: odio la saggezza, soprattutto a 50 gradi.
«Lo stomaco crea amicizia», mi dice quando vuole del tabacco o si è mangiato la parte migliore della capra che, da sciocco europeo previdente, avevo tenuto da parte per i tempi grami. Ma quando gli chiesi come facevano a campare in un ambiente così ostile, Labria mise in evidenza le caratteristiche tipiche dei pastori: individualismo e cura del bestiame. «Vedi, noi abbiamo un proverbio», la mia mano scattò verso il coltello da combattimento, «ah, grazie, tagliami quel pezzetto di grasso succulento, se non lo vuoi tu; un proverbio, dicevo, che suona così: ‘il ladro è intelligente, ma il padrone delle capre lo supera’». Rimase evidentemente sorpreso dalla mia mascella cascante e dalla faccia attonita, perché si sentì in dovere di spiegarsi. «Queste pietre, e la pioggia che non viene, e i leoni, e le malattie sono come dei ladri che vqgliono impossessarsi del bestiame. Ma i Samburu sono più furbi».

I Samburu sono circa ottantamila e rappresentano il lato elegante delle culture pastorali del Kenya. Sono molto simili ai famosissimi Masai, di cui sono parenti stretti, sia per lingua, sia per cultura e aspetto fisico. Per loro, come per tutti i pastori, l’Universo è mucca. Hanno centinaia di termini specifici per indicare il bestiame in funzione di numerose variabili: colori, forme e aspetto di corna, mantello, orecchie, zampe, ecc.
l Samburu passano la loro vita ad accudire il bestiame: è quasi una forma di simbiosi, in cui una specie non può fare a meno dell’altra.

Kenya. Donna Samburu
Donna Samburu

Stranamente, data la penuria cui sono costretti dall’ambiente, i Samburu rinforzano il loro concetto di nobilità di se stessi e del bestiame attraverso una serie di tabù alimentari, che a noi appaiono illogici. Raramente cacciano, se non in condizioni di estrema carestia. l cinghiali e le zebre (dato il numero e le abitudini voraci, sono un’autentica peste per il manto erboso) sono scartate perché hanno, per quanto concerne i Samburu, un numero dispari di dita: ricordano la mano dell’uomo (sic!).
In quasi tutta l’Africa il cannibalismo è creduto appannaggio degli uomini bianchi. Il pesce viene scartato (fa venir scemi), come i polli e le uova (fanno nascere bambini calvi, se non sono stato preso in giro dall’informatore). Il massimo disgusto l’ho ottenuto dicendo che mi piacciono le escargots à la parisienne: credo che oggi i Samburu abbiano una pessima considerazione delle abitudini alimentari degli antropologi, per non parlare della mia miseria cronica in quanto non posseggo neppure una capra.

Kenya. Giovane Samburu
Giovane Samburu

Uno scambio di battute, inserito negli anni ’30 tra i documenti della Carter Land Commission, svoltosi tra gli amministratori britannici e gli anziani, chiarisce la filosofia samburu nei confronti del bestiame, che diventa strategia di sopravvivenza.
Amministratore: «Se il tuo bestiame continua ad aumentare e l’erba finisce, cosa farai?».
Anziano: «Se l’erba finisse, terrei ancora il mio bestiame. Non voglio che muoia. Voglio badare alle mie mucche. Sono la nostra vita. Come il governo ama gli scellini, noi Samburu amiamo le mucche».
Amministratore: «Preferiresti avere 300 capi sani o 500 che muoiono di fame?»
Anziano: «Preferirei averne mille, di mucche affamate, fino al giorno in cui Dio ci darà erba. Se un uomo ha molti animali e alcuni muoiono, qualcuno gli rimane. Ma se un uomo ha poco bestiame, e questo gli muore, allora non ha più nulla».

I pastori mangiano pochissima carne e praticamente solo in contesto rituale. Hanno scoperto che il bestiame è in grado, al contrario degli uomini, di trasformare la cellulosa in proteine nobili. È più conveniente usare la mucca, o la capra, o il dromedario, come macchina per produrre cibo che come montagna di bistecche (risorse non rinnovabili). I Samburu praticano quindi il salasso sul loro bestiame migliore: ‘Il sangue si rifà’. Il sangue, ben amalgamato, è mescolato al latte, con qualche goccio di orina per la conservazione (accelera la acidificazione del latte e impedisce la proliferazione di batteri nocivi). Il gusto non è eccezionale, ma il tutto è molto nutriente. Oltretutto, in questo modo, il cibo non richiede luoghi di stoccaggio ed è semovente, condizione fondamentale per la sopravvivenza dei nomadi, soprattutto dove l’acqua è scarsissima e le permanenze in luoghi fissi molto brevi.

Samburu e Turkana
Delimitazione territoriale indicativa dei due popoli

Se i Samburu modellano il loro comportamento, (anche quello dell’individuo biologico), secondo una filosofia che armonizza Dio, uomini, animali e ambiente, i Turkana rappresentano il pragmatismo.
l Turkana (duecentomila individui) sono l’altra faccia del pastoralismo nella zona: non vanno tanto per il sottile. Ho visto un vecchietto dal nome impronunciabile («Chiamami Michael», mi disse, ma io lo chiamo Leone per le sue abitudini alimentari di predatore) farsi un brodo con degli zoccoli praticamente in via di fossilizzazione. D’altra parte era l’unica cosa che trovammo da mangiare.

Kenya. Uomo Turkana
Uomo Turkana

l Turkana sono dei terrapiattisti: il mondo ha un bordo, oltre il quale si cade nel vuoto. Anche le stelle sono poste su un piano; un gruppo di anziani era entusiasta dei satelliti artificiali: la sera potevano radunarsi con il naso all’aria, aspettando probabilisticamente la collisione del satellite con una stella. La riapparizione del satellite dopo l’orbita non turbava la loro visione dell’universo: era semplicemente una seconda pallina gentilmente lanciata dagli uomini bianchi per divertirli, in una sorta di flipper galattico. La mancata esplosione interstellare finiva inevitabilmente per deludere il senso di guerra cosmica, così caratteristico della cultura Turkana. Per i Turkana l’Universo potrà essere piatto, ma il territorio in cui seguono le povere mandrie di dromedari, capre e vacche è un dedalo di forre, un saliscendi di vulcani, un ammasso di rocce laviche, il tutto cosparso di sabbia. E proprio lì riescono a far vivere se stessi e tre milioni e mezzo di capi di bestiame.

Kenya. Donna Turkana
Donna Turkana

In un ambiente del genere, un Turkana è in grado di percorrere sessanta km in un giorno ‘per andare a trovare i parenti’ (e scroccare tabacco). Oltre, naturalmente, ai durissimi incessanti spostamenti delle greggi in cerca di acqua e foraggio. Non stupisce che i Turkana abbiano ben ventitré termini per dire ‘camminare’.

l Turkana sono onnivori, ma la base dell’alimentazione è data dal bestiame. Due vacche da latte possono mantenere un uomo per un giorno; lo stesso possono fare quattro capre, otto pecore o una sola cammella da latte. Un centinaio di capi bastano a mantenere un gruppo famigliare di una mezza dozzina di persone, dato che solo il 18% del bestiame è lattifero in un dato periodo dell’anno. Le donne integrano la dieta con la raccolta di vegetali e un po’ di polenta. Per campare in un ambiente del genere, i Turkana hanno sviluppato due tipiche strategie comportamentali: smisurato orgoglio, accompagnato da una grande fiducia nelle capacità personali, e una totale indifferenza agli altri. Non è raro vedere gli asini da soma che si scavano da sè le buche dei fiumi secchi per poter bere. Il loro proprietario, Lepukei, mi disse: «Se hanno sete, possono ben darsi da fare».

Kenya. Donna Turkana
Donna Turkana

È dai Turkana che ho imparato (un po’) a sopravvivere nel semideserto, anche se è molto difficile penetrare nel loro mondo. Per i Turkana macchine fotografiche, taccuini e domande dirette sono anatema. Ai loro occhi un antropologo non è in grado di procurarsi da vivere: riescono a farti sentire non solo insignificante, ma anche assolutamente ridondante nel loro habitat. Con questo egotico atteggiamento a rullo compressore i Turkana stanno occupando tutta l’area intorno all’ex lago Rodolfo a spese delle altre tribù: Pokot, Dassanetch, El Molo, Rendille e, ovviamente i tradizionali nemici Samburu.
l Samburu disprezzano totalmente i Turkana: ai loro occhi sono come bambini cattivi, in quanto non circoncisi. Non sono dei veri uomini.

Ai Turkana non interessa l’opinione degli altri: l’importante è razziare bestiame. E così, per evitare guai, quando mi sposto nelle zone impervie e desolate della Suguta Valley, la propaggine meridionale, ormai asciutta, del lago Turkana, mi faccio accompagnare da Labria e da Michael, (Samburu e Turkana, con un po’ di Rendille per soprammercato) per non sbagliarsi in caso di incontri coi predoni. L’unico problema è dato dalle continue gare di sopravvivenza cui, in un razzista torneo triangolare all’italiana, devo sottostare per stabilire chi è il migliore. Alla fine di una giornata da incubo su una colata di lava alla ricerca di fossili, Labria mi disse: «Noi abbiamo un proverbio: l’occhio spacca le pietre». E Michael: «Ah, sì? E noi diciamo: cammina con le gambe, non con la lingua».
Penso che prima o poi li consegnerò a una banda di Pokot, affinché gli taglino la gola. E vincerò il torneo.

Alberto Salza

Kenya. Guerrieri Samburu
Guerrieri Samburu

Foto Anna Alberghina