Sideways – In viaggio con Jack

Sideways - In viaggio con Jack
Sideways - In viaggio con Jack. Film del 2004 diretto da Alexander Payne, con Paul Giamatti e Thomas Haden Church. Basato sull'omonimo romanzo di Rex Pickett.

Sacro e profano, cultura e ignoranza, riflessione e impulso. Potrei andare avanti ma inizierebbero a diventare troppi luoghi comuni, meglio fermarsi. Quella che non si ferma è invece la coppia formata da Miles (Paul Giamatti) e Jack (Thomas Haden Church), improbabile assemblaggio di amicizia che dà il via a Sideways – In viaggio con Jack.
Dove? California, zona vinicola nella contea di Santa Barbara.
Come? Macchina decappottabile, nemmeno a dirlo.
Imprevisti? Beh, due amici diametralmente opposti in viaggio possono non averne? Sembrerebbe brutto altrimenti. Soprattutto se quello dei due che si deve sposare (e per il quale Miles organizza l’addio al celibato on the road), Jack, agisce più con il cervello inguinale che con quello canonico.

Sideways - In viaggio con Jack

Allora eccoli lì, seduti accanto sulla classica panchina da riflessione. Che mischiata a un mare poco accogliente fa presagire nubi mentali temporalesche. Perché gran parte del viaggio è andata, gran parte del vino è stato assaggiato (ma anche bevuto) e i due amici devono fare un bilancio vitale, quello che ti chiama a un certo punto, picchiettandoti dietro la nuca con insistenza. Jack sta per sposarsi ma fatica ad abbandonare certe abitudini libertine, Miles invece è a un crocevia. Ma forse il depresso professore di letteratura esperto di vini, interpretato da Paul Giamatti, a quel crocevia c’è sempre, ci passa giorno dopo giorno ritornandoci come un drogato, incapace di accettare che, forse, quel libro tanto sudato non sentirà mai lo scorrere del cassetto.

E quindi come trovare un senso? Forse nel viaggio stesso, interpretando questa scena come un limbo decisionale che implica una nuova partenza, e che sia l’ultima o meno poco importa. Perché Alexander Payne, il regista, sa bene quanto conti salire in macchina con un amico e vedere tutto il tuo itinerario finire nel secchiello dove si sputa il vino. E sa anche bene come tratteggiare dialoghi taglienti che fanno di Miles e Jack due pezzi Tetris perfetti per incastrarsi, nonostante gli spigoli.

Questo è il senso di Sideways: accettarsi per quello che si è. Capire che si può migliorare, ma rendendosi conto che modificare la nostra natura è impossibile. Jack lo sa già, Miles inizia a comprenderlo man mano che l’amico lo infila in situazioni scomode per il suo cervello, così incasellato in sé stesso da aver bisogno di quel viaggio, più di quanto avrebbe potuto immaginare.

Il vino diventa un pretesto, un modo per abbassare le arie vagamente snob di Miles e riportarlo in contatto con la vita vera, quella delle gomme bucate, delle avventure sentimentali, di un libro da far leggere solo alla donna amata, senza rotative che sputano carta inchiostrata e strilloni che annunciano l’uscita di un nuovo capolavoro letterario. Sideways è così, ti graffia con la sua comicità lasciandoti una crosticina impossibile da non grattare.

Dopotutto questa immagine e il titolo del film collimano (tanto per sottolineare la bravura di Payne sia come regista che come sceneggiatore). Le bottiglie di vino devono essere lasciate sul fianco per invecchiare meglio (“sideways” appunto), ma allo stesso tempo chi è in crisi di mezza età deve cercare di vedere il mondo di lato, scartando dalla via “canonica” per avvicinarsi a piccole epifanie in grado di migliorare, anche solo di un soffio, la propria vita. Miles (soprattutto) e Jack sono mentalmente imbottigliati in questo fotogramma, proprio quando sembrerebbero più liberi. Perché il viaggio ha infilato il metallo nel sughero, tirando di tanto in tanto per facilitare il compito. Ma tocca a Miles (e a noi con lui) decidere se cominciare a guidare “di lato”, facendo l’ultimo sforzo per liberare il collo della bottiglia e gustarci aromi che prima non eravamo in grado di assaporare.
Sempre che il vino non sappia di tappo.

Edoardo Ferrarese