I Somba e i Kabre

Nord del Benin. Casa somba detta “tata”
Nord del Benin. Casa somba detta “tata” (Dominik Schwarz WikiMedia)

Natitingou era una non-entità geografica, in una qualche parte a nord del Benin, ai confini col Togo.
Quarant’anni fa, quando la visitai per la prima volta, era ancora meno: due file di case modello film western di serie B e uno spiazzo per il mercato.
Allora il Benin si chiamava ancora Dahomey, la patria del vudù; mi chiedo che fine avranno fatto le cerimonie dei révenants, i morti viventi e gli zombi che ravvivavano le notti di Abomey.

Siamo ai limiti meridionali del Sahel, la grande fascia subsahariana destinata, prima o poi, a integrarsi col deserto dei deserti.
L’harmattan, il vento secco che spazza il Sahara da novembre a febbraio, dipinge di ocra rossa ogni cosa, con l’assoluta indifferenza egualitaria dei potenti.
Dopo le sterminate pianure di savana semiarida del Sahel, però, Natitingou rappresenta un’inattesa novità: siamo in montagna, ai piedi della catena dell’Atakora.
Questi monti tagliano il paesaggio da nordest in direzione sudovest.
Quando vidi la catena, si era all’inizio della grande carestia che segnò in modo permanente il Sahel agli inizi degli Anni ’70.
Arrivavo da scene di desolazione assoluta e un panorama mosso, con valli e picchi rocciosi, con la vegetazione abbastanza resistente e l’aria più fresca, costituì un momento di serenità.
E fu allora che vidi, tra il fogliame, ai piedi delle rocce, le case delle fate: ero arrivato nel paese dei Somba.

Sombra e Kabre - Alberto Salza
La casa somba, detta “tata” è un castello-fortezza spesso isolato, protetto da un “campo di forze” spirituali che partono dai luoghi sacri degli antenati, posti al piano inferiore, per estendersi fino ai vertici delle torrette. (© A. Salza)

Bisogna ammettere che la nostra prima curiosità nei confronti dei Somba aveva dei connotati sessuali: venivano chiamati «les hommes trompette» per via del vistoso astuccio di zucca con cui i maschi si proteggevano il pene e che, tra l’altro, costituiva il loro unico indumento.
La nudità, così evidente e diffusa tra i pastori nilotici, è invece piuttosto rara nell’Africa dell’ovest; ma l’astuccio penico è veramente unico.

Fu perciò con grande delusione (da entrambe le parti, temo) che si svolse il primo incontro con due Somba.
Percorrevano l’unica via di Natitingou, col loro cappello della festa, fatto di paglia intrecciata e pelo di scimmia; avevano gli archi e le frecce avvelenate di strofanto; il volto e il corpo erano coperti delle tradizionali scarificazioni, le piccole incisioni sottocutanee che moltissimi gruppi etnici africani usano come decorazione di bellezza, segno di appartenenza alla tribù o al clan, o come attrazione sessuale.
Ma, con mio orrore, su tutto questo ben di Dio etnologico, indossavano il più inverosimile paio di boxer a righe biancorosse che si fosse mai visto tra i monti dell’Atakora.

Come venni a sapere in seguito, fu tutta colpa del cinema.
Un diplomatico francese, spinto dalla nostra stessa malsana curiosità per il “vestiario” somba, girò un dettagliato documentario.
Tornato in Francia, si prese la briga di farlo vedere al ministro degli Interni del neo-indipendente Dahomey.
Alla vista delle nudità somba (e aizzato quasi sicuramente dall’idiota sghignazzo del francese), l’onorevole si ricordò di aver frequentato università francesi.
Come risultato si ebbe l’immediata vestizione coatta dei Somba: braghe a righe per tutti, in memoria dell’égalité.

Furono colpite anche le case di fata.
I Somba vengono anche conosciuti come BeTammaribé (plurale di Otomari) che significa “quelli che sanno costruire”.
In effetti la tata o, più esattamente, la tèkyètè è una delle più belle e affascinanti costruzioni del continente africano.
Immaginate dei piccoli castelli turriti fatti in argilla, ma con un aspetto poco marziale, addolcito dai coni aguzzi dei tetti in paglia.
In una casa ci possono essere una decina di torri di tre metri d’altezza, collegate da un muro.
Lo spazio tra le torri (a due piani) è terrazzato e serve per le attività domestiche (cucina, deposito, ecc.).
Nelle torri più grandi ci sono le camere, in quelle più piccole i granai.
Il piano inferiore è destinato a animali e uomini, soprattutto gli anziani che non ce la fanno più a salire le ripide scalette scavate in un tronco.
Alla destra di chi entra c’è l’altare degli antenati. La destra è considerata sacra ed è riservata agli uomini.
Il mio informatore, Nda Kwagu, mi disse che almeno il 30% degli uomini somba sono in grado di costruire una casa del genere da soli con la famiglia. Gli altri ricorrono all’aiuto dei più esperti.
La struttura portante in tronchi resta comunque compito del futuro padrone.

La casa somba, pur nella sua bellezza, è e rimane una fortezza.
Probabilmente i Somba sono arrivati all’Atakora dal bacino dell’Alto Volta tra il XVI e il XVII secolo.
Entrarono subito in contrasto con i cavalieri Bariba, perfettamente organizzati per la guerra.
Si rifugiarono così tra le montagne costruendo fortini facilmente difendibili con le frecce avvelenate.
La dispersione delle case divideva gli assalitori, rendendo più facile la difesa.
La terza moglie del nonno di Nda Kwagu era salita al rango della prima perché aveva abbattuto con una gran legnata un cavaliere bariba durante un tentativo di razzia.

L’estrema dispersione e parcellizzazione dell’abitato somba (perfettamente funzionale in un ambiente ostile sia culturalmente, vedi predoni, sia fisicamente, vedi montagne e siccità) dispiacque al solito onorevole, lo stesso dei boxer a righe.
Per poter meglio sorvegliare le vergogne dei somba, venne emessa un’ingiunzione che obbligava la popolazione a costruire le case lungo la strada principale che parte da Natitingou.
Ritengo che l’idea fosse quella di agevolare il controllo: non si deve scendere dalla macchina.

I Somba risposero alla grande. L’ispezione dell’onorevole fu un successo.
Sfilando in macchina poté vedere ubbidientemente ordinate lungo la strada numerosissime tata, una accanto all’altra.
Quello che non vide (ne fui testimone io due anni dopo) era il retro delle case.
I Somba, come in un set cinematografico, avevano costruito delle «mezze case», facendo ricorso a miracoli di statica architettonica.
Alcuni bambini che sventolavano bandierine completarono l’effetto, mentre uomini e donne continuavano le attività fondamentali per la loro sussistenza.
Il ministro, come in tutti i regimi, passò, ma le braghe a righe rimasero.
Le mezze case innalzate solo per lui ormai se le è mangiate la boscaglia.

I Somba probabilmente erano dei cacciatori-raccoglitori trasformati in agricoltori.
Le loro caratteristiche fisiche e sociali li collocano nell’area paleonigritica.
Certamente la caccia ha ancora una grande influenza come integrazione alimentare, ma ormai i cicli vitali sono dettati dai ritmi del clima e dalla misera fertilità del terreno montano.
I Somba hanno sempre mantenuto le distanze dagli estranei, francesi e onorevoli ministri dahomeiani compresi.
Ma è evidente che nella gestione del loro territorio di 4500 kmq di rocce e terreno montagnoso hanno imparato molto dai loro vicini Kabre, uno dei migliori esempi di coltivazione e controllo del regime idrico dell’Africa delle montagne.

Sombra e Kabre - Alberto Salza
Lo spaccato rappresenta il territorio dei Kabre nel Togo settentrionale, un’area montagnosa che per essere produttiva richiede un’attenta gestione umana. I villaggi originariamente erano costruiti in alto, a scopo difensivo, poi sono discesi anche alla base del monte. Tutto il terreno disponibile sulle pendici è stato terrazzato e disboscato, con l’eccezione dei boschi sacri. Il flusso dell’acqua è stato regolato in alto da argini e sassi, e in basso con strutture di pietre che convogliano il torrente in un canale di drenaggio: in questo modo nuovi campi sono sorti nella zona pedemontana e in pianura. Nelle zone meno protette dalla canalizzazione l’erosione fa affiorare il substrato di laterite. (© A. Salza)

I Kabre vivono nel Togo; al contrario dei Somba, erano probabilmente autoctoni, ma ebbero gli stessi problemi con i prepotenti Bariba delle pianure.
La montagna divenne così un ambiente di sopravvivenza. Sulle pendici dei monti il problema, a differenza del resto dell’Africa, non è l’acqua, ma la terra.
Durante le violente stagioni delle piogge, tutto il terreno viene dilavato a valle, lasciando superfici sassose e poco fertili.
Occorre pertanto molto più intervento umano per organizzare il territorio in modo che le risorse siano sufficienti.
Nonostante l’ostilità ambientale la densità di popolazione tra i Kabre può arrivare alle 80 persone per kmq, un valore molto alto in Africa.
I Kabre hanno terrazzato la montagna con un lavoro tale che li ha fatti definire da Leo Frobenius, lo scienziato-esploratore tedesco che li incontrò (coi Somba) nel 1910, “i contadini di pietra”.

Le coltivazioni sono concentrate in sacche di argilla rossa che si trovano tra distribuzioni irregolari di rocce granodioritiche.
I sassi tolti dai campi servono per il terrazzamento e i muri delle case.
Soprattutto, però, è notevole il lavoro di controllo del flusso delle acque.
Si diminuisce così l’erosione e si aumenta l’influenza dell’umidità nei terreni interessati alla coltivazione.

Sombra e Kabre - Alberto Salza
Particolare importanza hanno i granai dove si raccolgono i cereali che costituiscono l’alimentazione base: il loro caricamento avviene dall’alto, per evitare ai cereali l’umidità. (© A. Salza)

Non potendosi permettere di tenere i campi a maggese, per ricostituire la fertilità del terreno, i Kabre concimano i campi di montagna: anche i rifiuti casalinghi e i resti vegetali vengono trasformati dentro appositi pozzi in composti fertilizzanti.
Oggi le condizioni belliche sono mutate e i Kabre, godendo della pace con gli uomini, se non con il clima e l’ambiente, possono anche coltivare dei campi in pianura in cui, grazie al lavoro di canalizzazione, crescono perfino alberi da frutto (come il mango).

Vivere in montagna in Africa non è facile: stupisce la bellezza delle case somba e l’ordine dei muri a secco dei Kabre in luoghi da cui parrebbe difficile far crescere alcunché.
Non posseggo dati sull’alimentazione somba o kabre.
Raccolsi però nel 1971, tra le montagne del nord del Camerun (molto simili pedologicamente all’Atakora), notizie sufficienti per poter stilare la dieta statistica giornaliera di un montanaro mafà del villaggio di Magoumaz: 380 gr di miglio; 2 gr tra riso e mais; 5 gr di bue fresco e 3 gr di secco; 9 gr di capra fresca e uno solo di secca; 2 gr tra pollame e selvaggina.
Niente burro o pane; l gr di latte e uno di olio con 2 gr di pesce secco. Ben 47 gr di fagioli, 12 gr di piselli selvatici, per arrivare a 35 gr di foglie fresche (sic) e 8 gr di foglie secche (non meglio identificate).
Portano vitamine 50 gr di zucche varie, mentre 45 gr di arachidi aiutano per grassi e proteine; 5 gr di sesamo, 5 gr di folleré (una spezia) e 2 gr di sale chiudono il pasto.
Su tutto, però, il lusso di 293 grammi di birra di miglio, la cosa più nutriente di tutta la dieta.
Quando tutto va bene, è un universo dominato dalla fatica.
Negli anni brutti, invece, semplicemente dallo spettro della fame.

Alberto Salza