Diario di guerra e di vita

Il sommergibile Macallè della Regia Marina
Regio Sommergibile Macallè

Quanto tempo dovremo rimanere qua sopra? Ci salveranno? A che distanza ci troviamo dalla terraferma?

Sei su un’isola deserta. Isola, in realtà va più verso lo scoglio. Con te ci sono altre 44 persone. Sei nel bel mezzo del Mar Rosso settentrionale. Hai vent’anni. Ah, sei appena naufragato e hai da poco scritto quelle tre domande sul tuo diario. Ultimo indizio: sei un radiotelegrafista militare sul sommergibile Macallè ed è il 1940.

Giovanni Battista Ferrando è il marinaio accovacciato
Giovanni Battista Ferrando è il marinaio accovacciato

Giovanni Battista Ferrando inizia così il suo viaggio. Con gallette, un pezzo di prosciutto, una scatola di caffè e 24 bottiglie d’acqua per 45 gole brucianti. Il Macallè era partito dal porto di Massaua, arenandosi poi sull’isolotto in questione. L’orologio della sopravvivenza scandisce le giornate: qualcuno non lascerà mai più lo scoglio. Giovanni Battista però si rifugia nel suo diario, annotando i giorni senza sapere quanti ne avrebbe riempiti. Poi, dopo il settimo, il rombo di un aereo scuote il cielo facendo piovere volantini tricolore: “A undici miglia un sommergibile dirige verso di voi”. L’equipaggio viene quindi salvato dall’esercito, risucchiando il giovane Ferrando dentro la guerra.

Ci vorranno altri 7 anni prima che Giovanni Battista possa rimettere piede a casa. 7 anni di operazioni via terra e mare, di prigionia di guerra a Beirut, dove il suo talento come radiotelegrafista viene sfruttato a più non posso, valendogli anche due croci al merito. Nel 1947 torna a Novi Ligure, sua città natale, con un bagaglio emotivo raro. Qui mette a frutto l’esperienza militare e costruisce uno dei primi televisori della città, lavorando poi all’Italsider dove si specializza nella costruzione degli altiforni, passando tre mesi negli Stati Uniti. Poi l’infarto decide di strapparlo via nel 1963.

Giovanni Battista Ferrando ha però un figlio, Mario, che una sera di vent’anni dopo sta guardando Portobello su Rai 2, la trasmissione condotta da Enzo Tortora. Lì stanno proprio parlando di Giovanni Battista e del naufragio del Macallè. Mario quindi contatta la redazione del programma e partecipa a una puntata, incontrando alcuni membri dell’equipaggio ancora in vita e portando il diario di suo padre sulla televisione nazionale, staccandolo dal fondo del dimenticatoio per raccontare un viaggio inaspettato, a tratti anche insperato, ma che ha reso suo padre l’uomo che era.

Marinai in guerra - Blu EdizioniLe pagine scritte da Giovanni Battista non smetteranno di farsi assaporare, finendo poi, nel 2002, nel libro Marinai in guerra (Blu Edizioni), che racconta cinque anni di guerra navale filtrata dagli occhi di un ragazzo. Un ragazzo che ha viaggiato mente e corpo nel secondo conflitto mondiale, imprimendolo su carta, restando tra il metallo sott’acqua e sulle spiagge brucianti, riuscendo poi a tornare a casa dando un’altra piccola gioia ai suoi concittadini, semplice e quotidiana: la televisione.

E il Macallè? Perché è finito contro quello scoglio? «Si è poi scoperto» spiega Mario Ferrando «che nel sottomarino Macallè era stato utilizzato il cloruro di metilene come solvente per vernici. Ciò che i membri dell’equipaggio non sapevano era che la sua inalazione era tossica e tendeva ad annebbiare la mente, ecco perché sono finiti contro quello scoglio, era come se fossero stati tutti ubriachi senza accorgersene».

Giovanni Battista Ferrando ha superato anche questo nel suo viaggio, con la fragile tenacia che solo un ventenne sballottato dalla guerra può dimostrare. La sua storia è una pietruzza rara da conservare in una tasca della nostra mente.

Edoardo Ferrarese

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