Lentamente intorno al mondo

Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati
Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati

Dal 21 agosto 2016 al 15 agosto 2017. Quasi un anno in giro per il mondo, alla scoperta di terre, popoli e culture lontane. In un giorno qualunque, Stefano Sburlati, 33 anni, e Giulia Paola Bruno, 30, di Busca (Cuneo), si sono guardati negli occhi e hanno deciso di mollare tutto per vivere un’avventura attraverso 15 paesi, spostandosi per la maggior parte via terra, senza prendere aerei. E lo hanno fatto in maniera “esperienziale”, perché hanno campeggiato fra i mongoli, praticato la meditazione vipassana, lavorato in un ostello, realizzato trekking ad alta quota.

Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati

Stefano, chi dei due ha contagiato l’altro con la passione per i viaggi?
Io e Giulia ci siamo conosciuti a novembre del 2013 e l’anno successivo abbiamo deciso di partire per l’India. Per lei era la prima esperienza on the road, mentre io avevo già alle spalle sette mesi in Australia, dove avevo lavorato tre anni prima. Siccome eravamo entrambi neofiti di viaggi così impegnativi, ci siamo aggregati a un gruppo dell’associazione “Avventure nel Mondo” e ci siamo imbarcati in questa peripezia. Inutile dire che è stata passione pura: viaggiare ci ha letteralmente conquistati e siamo rientrati solamente perché eravamo costretti a farlo.

E così un viaggio tira l’altro…
Esatto. Nell’inverno 2014, stavamo tornando dalla montagna quando lei mi ha guardato dicendo: “Sto pensando di prendere un anno sabbatico e fare un giro del mondo”. Era esattamente quello che desideravo fare da anni e la coincidenza mi è sembrata incredibile. Così le ho rivelato che girare il mondo era un progetto che avevo in cantiere dal 2010, dai tempi dell’Australia, e le ho proposto di realizzarlo insieme. Per vari motivi, legati soprattutto al suo lavoro di insegnante, abbiamo dovuto attendere il 2016, precisamente il 21 agosto, quando siamo partiti.

Qual era l’obiettivo?
Dopo il viaggio in India, abbiamo riflettuto a lungo sullo stile di vita occidentale, sempre frenetico, caotico, nervoso, alla continua ricerca di acquisti futili. Così, ci siamo domandati se davvero avessimo necessità di tutte le cose materiali che riempivano le nostre vite e abbiamo visto il giro del mondo come una sorta di “banco di prova”, perché per un intero anno l’unico armadio a disposizione sarebbe stato lo zaino.

Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati

Come vi siete spostati?
L’idea era quella di non prendere aerei e muoverci unicamente via terra, proprio come aveva fatto Carlo Taglia, piemontese come noi. In effetti, quando avevo letto la notizia del suo giro del mondo, ero rimasto colpito, perché stava facendo quello che sognavo anch’io da tempo, e infatti ho avuto modo di confrontarmi con lui, chiedendo consigli. Nel nostro caso, però, ci sono stati alcuni aggiustamenti di rotta, per diverse ragioni.

Quali?
Dopo aver percorso la Cina con treni e pullman, volevamo raggiungere il Tibet e poi passare in Nepal, ma in quel momento il confine era chiuso ai turisti a causa dei danni riportati in seguito a un terremoto. L’unico modo per passare da una parte all’altra era corrompere le guide e la polizia con “mazzette” di circa 2000 dollari a testa, senza alcuna certezza sulla buona riuscita dell’operazione e soprattutto con il rischio di avere seri guai con la giustizia cinese.

Nessuna alternativa?
Potevamo entrare direttamente in Laos, escludendo dal tragitto stati come l’India e il Nepal, a cui però non volevamo in nessun modo rinunciare. Così, seppure a malincuore, abbiamo variato il progetto iniziale, che prevedeva di procedere esclusivamente via terra, e abbiamo preso un volo da Hong Kong a Kathmandu per poi riprendere il percorso su strada. Lo stesso è avvenuto per Sri Lanka e Thailandia, dove siamo stati costretti a prendere altri due aerei perché non abbiamo trovato la nave su cui contavamo di imbarcarci, per lo meno nei tempi che dovevamo rispettare. Per il resto, abbiamo mantenuto il programma originario e soprattutto siamo riusciti a viaggiare lentamente, come volevamo fare.

Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati

“Lentamente intorno al mondo” è anche il nome del vostro blog, sottotitolato “In giro per il mondo a passi da giraffa”.
Sì, dove abbiamo condiviso i nostri momenti più belli. Strada facendo, proprio per rispettare questa lentezza, ci siamo accorti che un anno era troppo corto per visitare il mondo intero, così abbiamo attraversato quindici paesi, ma tralasciando Australia e Sud America, che potrebbero essere mete di una prossima avventura, chissà!

Dicevi che volevate allontanarvi dallo stile di vita occidentale. Ci siete riusciti?
Sì, in molti aspetti. Per esempio, quando siamo tornati ci siamo disfatti di vestiti che non usavamo più e io ho iniziato a fare volontariato presso la Caritas di Cuneo. Dopo aver visto il poco con cui vivono certi popoli, è impossibile restare indifferenti, perché forse la vera bellezza non è quella che pensiamo o che qualcuno vuole farci credere.

E qual è la vera bellezza?
All’inizio pensavamo risiedesse in cose da “vedere” e infatti la prima parte del viaggio, per lo meno fino al Nepal, ha risposto alla nostra sete di conoscenza, perché eravamo curiosi di scoprire come fosse fatto il mondo. Poi, qualcosa è cambiato e abbiamo arricchito la nostra avventura con tante esperienze.

Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati

Ce ne racconti qualcuna?
In Nepal, abbiamo realizzato un trekking a 4800 metri nella valle del Langtang, una delle zone più colpite dal terremoto nell’aprile 2015, il cui ricordo è ancora vivo nei racconti delle persone che in un attimo hanno visto sparire famigliari, amici, turisti, animali, abitazioni e guest house costruite con i guadagni di una vita. È stata un’esperienza totalizzante, una scalata fra boschi in cui vivono scimmie e aquile himalayane, pianure in cui pascolano yak e cavalli, laghi sacri e ghiacciai. In India, invece, abbiamo girato a lungo in moto per raggiungere luoghi dove non arrivavano bus o altri mezzi, abbiamo preso lezioni di cucina, vissuto in un ashram e lavorato in un ostello, io in cucina alle prese con uova strapazzate, all’occhio di bue e noodles fritti con carne di manzo, mentre Giulia ha vestito i panni della cameriera per gestire le ordinazioni e la caffetteria..

Da viaggio fisico a interiore, insomma.
Sì, soprattutto negli ashram, dove la sveglia è puntata prestissimo al mattino e la giornata si svolge fra meditazioni guidate, recita dei vari mantra, lezioni di yoga e lavori di vario genere, come cucina, giardinaggio, pulizia degli spazi comuni e cura dei cani. Qui in Italia è impossibile trovare luoghi con la medesima spiritualità: al ritorno ho provato a frequentare qualche lezione di yoga, ma non ha nulla a che fare con quel mondo quasi sospeso nel tempo. In Indonesia, a Bogor, abbiamo anche praticato una meditazione vipassana, dieci giorni di silenzio assoluto, dove uomini e donne sono separati, non si può leggere, consultare il cellulare e neppure guardare negli occhi le altre persone. Bisogna solamente meditare, dal mattino alla sera.

Non è complicato distogliere sguardo e pensieri dal mondo circostante?
Molto complicato. Si trattava di una meditazione in stile buddista, ma non religiosa, per cui era aperta a persone di qualsiasi orientamento spirituale. La grande sfida era riuscire a dominare la mente, non lasciarla “vagare” e concentrarsi unicamente sul respiro, su di sé e sulle proprie sensazioni, mentre di norma siamo abituati a lasciarci distrarre dagli input esterni, accollando spesso la colpa di ciò che ci accade a fatti indipendenti da noi. Al contrario, la meditazione vipassana sostiene che la responsabilità degli eventi sia solamente nostra, perché siamo sempre noi a decidere come reagire alle varie circostanze. Non a caso, dagli anni Settanta, viene utilizzata nelle carceri indiane per riabilitare i detenuti.

Giulia Paola Bruno e Stefano Sburlati

In questo ricco bagaglio di esperienze, quale porti nel cuore in maniera speciale?
In Mongolia, abbiamo vissuto per quindici giorni con le popolazioni nomadi del nord, 180 famiglie in tutto. Ci siamo ritrovati a 2800 metri di altezza, in mezzo alla neve, in un accampamento di quattro tende, dopo aver cavalcato delle renne per dodici ore su selle di legno. Ovviamente eravamo spaventati, faceva molto freddo, non riuscivamo a comunicare con gli altri nomadi, che non parlavano inglese. Eppure, nonostante tutto, è stata un’esperienza indimenticabile, nel bene e nel male.

Com’è rientrare nella routine dopo avventure come queste?
Le sensazioni sono contrastanti, perché da un lato vorresti proseguire, dall’altro senti la necessità di tornare a casa e riabbracciare gli affetti più cari. Ma sappiamo anche che altri viaggi ci aspettano. Nel frattempo, ogni volta che riusciamo a ritagliare qualche giorno, saliamo a bordo di un furgone degli anni Ottanta per organizzare una gita fuori porta.

Il vostro sottotitolo, insomma, è “To be continued”….
Certamente, i viaggi continueranno. E continueranno in coppia. Una modalità meravigliosa, che fortifica e mette a nudo, perché viaggiando con un’altra persona non puoi avere segreti, devi farti accettare per quello che sei, devi restare a contatto per 24 ore al giorno e quindi riveli, ma al tempo stesso scopri, pregi e difetti, l’uno dell’altro. Noi abbiamo capito di avere una grande sintonia e di certo la sfrutteremo per conoscere questa grande meraviglia che è la terra. Sempre a passi da giraffa.

Paola Rinaldi

Lentamente intorno al mondo

Stesso posto, stessa foto… 360 giorni dopo. I nostri zaini sono decisamente più belli ora. Pieni di paesaggi, albe, tramonti, mari, monti, visi, sorrisi, pianti, salite, discese, gioie e dolori. Il peso di questo bagaglio non è più realmente stimabile!

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