Una storia del camminare

Caspar David Friedrich. Viandante sul mare di nebbia (1818)

Non sono stato affetto sempre da determinismo ambulatorio; credo di non esserlo neppure oggi, sebbene approfitti di ogni occasione per mettere in moto le gambe.
In compenso ho attraversato tutte le fasi di cui si parlerà nelle pagine dell’ebook che trovate qui al fondo: un’infanzia piuttosto pigra, nella quale lo spostamento a piedi era dettato solo dalla necessità e considerato al più un fastidio, un’adolescenza irrequieta ed esibizionista, con la scoperta del piacere di camminare e di correre risolta in una costante mania di prestazione, una maturità nella quale quel piacere è diventato un’abitudine consapevole.
Per la vecchiaia, la cui soglia è ormai alle spalle, spero solo che l’abitudine possa trovare il più a lungo possibile conforto nella salute e nell’integrità fisica, e misura nell’intelligenza.

Se di una forma di determinismo si può invece parlare, riguarda tutto ciò che tratta di letteratura di viaggio e particolarmente del racconto di viaggi a piedi.
In questo caso l’occhio del bibliomane e quello del camminatore convergono (in effetti sono leggermente strabico) e si coalizzano per scovare, soprattutto nei mercatini e sugli scaffali dell’usato, qualsiasi resoconto, diario, relazione di soggetto odeporico.
Non solo: ho anche scritto prevalentemente di viaggiatori, esploratori e alpinisti. Quasi una monomania. Infatti, Uomini strade impronte. Una storia del camminare si colloca accanto a una serie di minibiografie di personaggi accomunati dal non avere terraferma.
Teoricamente dovrei aver chiuso il cerchio, ma i piedi trasmettono in continuazione nuovi stimoli al cervello: quindi non garantisco nulla.

Non ho la presunzione di delineare una qualsivo­glia filosofia, sociologia o psicologia del camminare. Sono state scritte ultimamente sin troppe cose in pro­po­sito.
Io racconto semplicemente di uomini e di strade. Non credo che il pia­cere in­trinseco a un gesto venga esaltato dalla co­no­scenza approfondita delle sue possi­bili motivazioni: per gustare un gelato alla crema non è indi­spensabile sa­pere come funzionano le papille gusta­tive. Ogni cam­minata ha motivazioni di­verse, si svolge in uno stato d’animo diverso, solle­cita parti di­verse del corpo e della mente. Ciò che conta è che la somma finale non sia gua­stata da un eccesso di consapevo­lezza e di auto­compiaci­mento.

Per quanto mi riguarda, però, una motivazione inconscia credo abbia ac­co­munato tutte le mie scarpinate. Mio padre fece menzione una volta di un suo so­gno ricorrente, quello di correre o di camminare normalmente, e dello scon­forto che lo coglieva al ri­sveglio, quando tornava a confron­tarsi con la sua me­noma­zione. Non l’ho mai scordato e credo di aver camminato in tutti questi anni an­che per lui. Spero che in qualche modo lo abbia avvertito. Se così fosse, ogni mio passo avrebbe avuto un senso.

Paolo Repetto

Uomini strade impronte. Una storia del camminare

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