Per una storia della letteratura italiana di viaggio

Foto Glen Noble

I percorsi e le scoperte (letterari) di questi ultimi anni, mi hanno portato a rive­dere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio. Giudizio che avevo espresso anni prima e che ho volutamente riportato nel mio precedente articolo.
L’assenza di interesse cui mi riferivo caratterizza so­prattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione), quando gli ita­liani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui oc­cuparsi e il clima cultu­rale era tutt’altro che propizio alla rievoca­zione delle sco­perte e delle conseguenti av­venture coloniali.

Ma nella prima metà del Novecento, per ragioni opposte, questo interesse c’era stato, e lo testi­monia ad esempio un’ini­ziativa editoriale della Paravia de­dicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trat­tava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agio­grafico e intrise, soprattutto quelle degli anni Trenta, dello sciovinismo di re­gime: avevano comun­que il merito di portare all’attenzione degli adole­scenti, ma non solo, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle biografie di Co­lombo, Magellano e Cook, vicende come quelle di Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Ludovico de Varthema.
A giudicare da ciò che trovo nei mercatini dovette godere di una certa diffusione, almeno nelle librerie delle case borghesi, ed è l’unico mio motivo di rammarico per non essere nato in una famiglia benestante (in verità ce n’è un altro, legato alle riduzioni a fumetti dei grandi classici della letteratura avventurosa che anni dopo la Magnesia San Pellegrino distribuiva in omaggio ai clienti: a casa mia nessuno aveva problemi di digestione).
Rivista sotto un’altra luce, e ferme restando le differenze qualitative e quantitative rispetto a tradizioni letterarie come quelle inglese e francese, la letteratura italiana rivela in realtà un rap­porto in­tenso col tema del viaggio, soprattutto fino al XVIII secolo. Una breve carrellata lo dimostra.

Si può idealmente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico, ma per il resoconto di viaggi reali occorre attendere Petrarca. Quest’ultimo è costantemente a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee, e quindi visita Parigi, le Fiandre e i paesi della valle del Reno, ma nel frattempo attraversa anche a cavallo la selva delle Ardenne e scala il monte Ventoso (Mont Ventoux). La sua irrequietudine è documentata nelle Epistole Familiari (I, 4 e 5).
È però già possibile ravvisare un at­teggia­mento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Ca­valcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (lo confessa nel Canzo­niere). Ed è questo, tra l’altro, l’unico motivo per cui abbiamo notizia del pellegrinaggio.

Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è invece quello di Giovanni da Pian del Car­pine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viag­gio ai Tartari). Tira un po’ sul meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente attendibile. Descrive il clima e l’estensione del pa­ese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimen­tazione, l’organizza­zione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi, ecc.. Per essere un religioso medioevale, si dimostra assolutamente libero da pregiudizi.
Un quarto di secolo dopo, nel 1271, ha inizio il viaggio di Marco Polo nar­rato poi (in francese) nel Livre des merveilles, e oggi conosciuto come Il Milione. Poiché il libro non fu scritto da Marco stesso ma dettato a Rusti­chello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo. Ma il risultato non cambia. È una pietra miliare nel genere, e sorprende un po’ costatare che non ha trovato imitatori (almeno in Italia) per oltre due secoli.

Un piccolo boom della letteratura di viaggio si ha invece nel periodo rinasci­mentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Ma­chiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spa­gna), raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino Oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna). Tuttavia quando parla dei suoi viaggi reali (nelle Sa­tire) Ariosto non manifesta grandi entusia­smi.
L’elemento cruciale di novità è però la scoperta di un continente nuovo. Cominciano a fioccare i reso­conti dei viaggi oltre oceano, a partire da quelli di Cristoforo Co­lombo (Diario), di Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e di Giovanni da Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Fran­cia, 1524), destinati a diventare dei classici nel genere.
Sono altri però, molto meno noti, a lasciare le tracce più succose e intriganti del nuovo spirito nomade e avventuroso che anima il Cinquecento. Tra questi spicca il già citato Ludovico de Varthema (Itinerario dallo Egypto alla India, 1512), un incredibile avventuriero che arriva in India prima dei Portoghesi stessi, viaggiando per via di terra e attraversando tutto il mondo mussulmano. È difficile distinguere nel racconto di de Varthema le verità dalle millanterie, ma anche queste sono divertenti, comunque la gran parte delle sue avventure è testimoniata da riconoscimenti ufficiali.
Un secolo dopo il romano Pietro della Valle percorre un itinerario quasi identico (narrato nel Diario di viaggio in Persia), ma reso più complicato dal fatto che buona parte del viaggio è compiuto in compagnia della salma imbalsamata della giovane moglie. Credo sia un’esperienza unica nella storia della letteratura di viaggio.

Il grande coordinatore della nuova letteratura di viaggio è Giovan Batti­sta Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Naviga­zioni e viaggi, dove sono raccolti tutti i mate­riali editi e inediti relativi alle sco­perte del mezzo secolo precedente. Tra questi, la drammatica Relazione del primo viaggio attorno al mondo, scritta dal vicentino Antonio Pigafetta, com­pagno di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa.
La circumnavigazione è ripetuta verso la fine del secolo da un fiorentino, Francesco Carletti, che la descrive nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, (editi solo nel 1701), magari meno emozionanti del racconto di Pigafetta ma di grande interesse per le descrizioni dei popoli delle Ame­riche e dell’Asia e delle loro culture.
Nel Seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccon­tare le missioni evangelizzatrici, proprie come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’in­troduzione del Cristianesimo in Cina, 1608) o altrui come Da­niello Bartoli (Mis­sione al Gran Mogor, 1653). Per il resto, non essendosi sviluppata in Italia una cultura “libertina”, il tema del viaggio è relegato in secondo piano.

Un risveglio si ha nel secolo successivo. Gli stimoli che arrivano dall’Illuminismo, il clima cosmopolita e il desiderio di entrare nel Grand Tour invertendone la direzione inducono nuovamente i letterati italiani a muoversi. Lo fanno animati da un forte spirito critico nei confronti del proprio paese, ma non mancano di esercitarlo anche verso gli altri. E soprattutto lo riversano nei loro diari. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande di­vulgatore scientifico e viaggiatore lungo un ventennio per tutto il Nord-Europa, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Quasi contemporaneamente Giu­seppe Baretti la­scia nelle Lettere familiari a’ suoi tre fratelli (1762) delle pungenti annotazioni sui suoi itinerari attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Baretti quando è in giro non fa sconti a nessuno, ma è evidente che a stargli stretta è proprio l’Italia (e sceglierà, infatti, di rimanere in Inghilterra).
Un altro bello spirito, Vittorio Alfieri, gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Fran­cia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Da­nimarca, la Svezia, e ce ne dà conto ne la Vita scritta da esso. Ne ricaviamo poco sulla situazione dei vari paesi, ma del carattere del conte alla fine non ignoriamo più nulla.
Così come di Giacomo Casa­nova, che fa avanti e indietro per tutta la vita, battendo l’in­tero continente e raccontandolo (nella Storia della mia vita, 1798) da un punto di vista senz’altro singolare.
Meno attento a sé e più a ciò che lo circonda è Luigi Angiolini, che la­scia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghil­terra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, co­glie l’occa­sione per lamentare il degrado culturale e civile dell’I­talia a confronto con i paesi eu­ropei del Nord.
Altri, come Giovanni Battista Malaspina (Rela­zione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non man­cano di sottoline­are i ritardi italiani.

Il romanticismo nostrano, a differenza di quello europeo, non segna un ri­torno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I nostri maggiori ro­mantici magari si spostano all’estero (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Man­zoni in Francia), ma non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al foco­lare domestico, ai tetti e al campanile. Chi si sposta in ge­nere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Al­toviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo) o un emigrante.
E solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno a quest’ultimo tema. Edmondo de Amicis è l’unico autore ita­liano a raccontare, in Sull’o­ceano, un fenomeno che forza milioni di persone a  cambiare latitudine o emisfero. Fioriscono in compenso le pubbli­cazioni periodiche destinate a un pubblico di media e bassa cultura (il Giornale illu­strato dei viaggi), infarcite di esotismi da salotto e di inverosimili peripezie, ed esplode il viaggio imma­ginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari.
Tra i reso­conti genuini di viaggi di esplo­razione qualche interesse anche letterario hanno La sco­perta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi, Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e soprattutto Yemen. Un viaggio a Sana’a di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il con­fronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

Ancora nella prima metà del Novecento il racconto di viaggio rimane confinato in un genere minore. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vaga­bonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori.
In qualche caso, come per il Viaggio in India (1966) di Alfredo Todisco, sono le profonde trasformazioni intervenute nel frattempo a rendere interessante la fotografia di un mondo scomparso. In altri, come per Un’idea dell’India e Passeggiate africane di Moravia, ma anche L’odore dell’India di Pasolini, riesce fin troppo evidente come spesso nei viaggi si trovi null’altro che ciò che ci si porta.

Solo nell’ultimo scorcio del secolo il rinnovato interesse per l’ar­gomento ha portato alla creazione di veri capolavori come Danu­bio di Claudio Magris, oltre che alla emersione (o in qualche caso riemersione) di un paio di generazioni di bravi narratori di espe­rienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (In­contro con l’Asia), Ti­ziano Terzani (In Asia) e Giorgio Bettinelli (In Ve­spa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e Ales­sandro Portelli (Taccuini americani), a quelle afri­cane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane).
In altri casi si è ridestato anche l’inte­resse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Ste­fano Malatesta (Il cammello battriano, Il grande mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (a partire da Quando viaggiare era un’arte). Brilli è il grande maestro della loggia dei viaggiatori “in su le carte”, un’enciclopedia ambulante (appunto) della letteratura odeporica, e ha al suo attivo un numero straordinario di titoli.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, che nell’articolo sopra citato attribuivo soprattutto a una moda di importa­zione (e confesso che sostanzialmente ne sono ancora convinto), ha dato nel nuovo secolo frutti notevoli, non inferiori a quelli an­glosassoni. Il merito va ad autori del calibro di Pa­olo Rumiz, che con La leg­genda dei monti naviganti ha toccato le vette della mi­gliore letteratura di viaggio, raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, se­guendo a zig zag la dorsale appen­ninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola.
Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un vi­aggio attraverso i Balcani in dire­zione di Costantino­poli (È Oriente) e ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il pas­sato e l’oggi sulle orme del grande con­dottiero cartaginese, per spostarsi in­fine nuovamente fuori dell’Italia con Trans Eu­ropa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal cir­colo polare sino all’Adriatico.

Anche in Italia incontrano infine un crescente successo i “viaggiatori estremi”, in sostanza quelli che si muovono a piedi su lunghe distanze. Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata da En­rico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli psicoatleti.
Quella longitudinale, dall’Argentario al Conero, l’aveva già narrata in Nessuno lo saprà. Brizzi percorre preferibil­mente i vec­chi itinerari del pellegrinag­gio, quelli della Via Fran­cigena o del Cammino di Santiago di Compostela. Come Rumiz, e come tutti gli altri citati, sa scrivere bene. E questo è sempre un vantaggio per la letteratura, se non una condizione imprescindibile, ma per quella di viaggio può costituire anche un rischio. Perché chi ama le narrazioni di viaggio in realtà bada molto più alla sostanza che alla forma, vuole identificarsi con i luoghi e con le storie, più che lasciarsi coinvolgere dalla malìa delle parole. Oggi i viaggi vengono intrapresi sempre più solo per poterne poi scrivere, e c’è il rischio che il piacere letterario lasci poco spazio a quello della fantasia. Quando si legge per immaginare noi stessi a compiere il viaggio, un racconto troppo perfetto ci esclude, non consente di figurarci qualcosa di diverso da ciò che viene raccontato.
È quanto sembra aver capito molto bene Roberto Giardina, che in due poderosi volumi – L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici dell’Europa di ieri e di oggi e L’Europa e le vie del Mediterraneo – ha condensato un repertorio vastissimo di itinerari possibili e di suggestioni storiche da inseguire. Pochissime pagine per ciascuna tappa, descrizioni all’osso, rimandi storici a vicende e personaggi spesso sconosciuti: un liofilizzato di indicazioni che l’autore consegna al lettore come una possibilità, un ricettario con gli ingredienti essenziali. Il gusto, sembra dirgli, ora devi mettercelo tu.

Paolo Repetto