Il volto del nuovo Tibet

Ruote tibetane

Lhasa, la capitale della Regione Autonoma del Tibet, residenza tradizionale del Dalai Lama, oggi è territorio cinese e può essere comodamente raggiunta in treno da Pechino.
Non si tratta, però, di un treno qualunque bensì di un treno pressurizzato come un aereo, con carrozze dotate di ossigeno e vetri anti UV in quanto l’80% della linea ferroviaria da Golmud a Lhasa corre a un’altitudine superiore ai 4000 metri.
La ferrovia del Qingzang è la strada ferrata più alta del mondo e raggiunge il livello record di 5072 metri presso il passo del Tanggula. L’idea originaria fu di Mao Zedong, alla fine degli anni ’50.
La costruzione della tratta Pechino-Golmud fu ultimata nel 1984 e la successiva, la più ostica, iniziò nel 2001 e fu completata sei anni dopo coprendo una distanza di 4200 Km.
Le difficoltà erano legate alla natura del terreno, perennemente ghiacciato, e alla presenza delle alte montagne dell’Himalaya. Il problema del permafrost, la terra gelata in profondità che durante l’estate tendeva ad ammorbidirsi compromettendo la stabilità dei binari, fu risolto mettendo a punto un sistema di raffreddamento con tubi riempiti di azoto liquido. L’intera zona, fortemente sismica, è controllata da una rete di centraline in grado di bloccare, in caso di scosse, il transito dei vagoni.
Il Governo Cinese ha presentato l’opera come un trionfo in grado di consolidare l’unità nazionale, suggellando di fatto l’inclusione del Tibet nella Repubblica Cinese e trasformando, in poco tempo, la popolazione tibetana in una minoranza etnica.

Il treno per Lhasa alla stazione di Xining
Alla stazione di Xining

Saliamo a bordo del treno a Xining, la capitale del Qinghai, e dopo 24 ore di viaggio attraverso il grandioso altopiano spazzato dai venti, eccoci a Lhasa in una stazione modernissima, presidiata dai militari.
All’uscita, centinaia di bandierine rosse sventolano nell’aria tersa del tardo pomeriggio, per fugare ogni dubbio: siamo in Cina e la Regione Autonoma dl Tibet è solo un nome sulla carta geografica.

il Tempio di Jokhang a Lhasa
Il Tempio di Jokhang a Lhasa

In Tibetano, Lhasa significa “il trono di Dio”. Sotto il regno di Songten Gampo (618-649) furono costruiti il Potala e il tempio del Jokhang per ospitare le effigi del Buddha portate in dote dalle mogli, una cinese e l’altra nepalese. Nel 1642 divenne capitale del Tibet sotto il quinto Dalai Lama, che costruì la sua residenza sulle rovine del vecchio Potala.
Nel 1950, in seguito all’invasione cinese, innumerevoli monasteri furono distrutti e decine di migliaia di Tibetani vennero uccisi. Nel 1959 il XIV Dalai Lama fu, infine, costretto a fuggire a Dharamsala, in India. Ancora oggi, la sua immagine, così come la bandiera tibetana, è bandita e considerata un simbolo sovversivo.

Preghiera in Barkhor Street
Preghiera in Barkhor Street

Durante l’occupazione cinese gran parte del patrimonio artistico fu distrutto ma il Barkhor, il Jokhang e il Potala sono stati, in gran parte, risparmiati e restano ancora oggi una preziosa testimonianza del glorioso passato.
Intorno al nucleo storico, la Lhasa moderna si sta sviluppando a un ritmo vertiginoso secondo gli schemi di una qualunque periferia urbana cinese. Nella sua corsa verso la modernità la Cina sta ricoprendo d’asfalto il proprio passato, contribuendo anche così a perpetrare un vero e proprio genocidio culturale.
Dopo le proteste del 2008, in occasione delle Olimpiadi di Pechino, oggi i Tibetani hanno cambiato strategia e hanno iniziato a manifestare il proprio dissenso con le auto-immolazioni. Più di 100 uomini e donne, ormai, si sono dati fuoco nelle strade costringendo il governo cinese a presidiare il paese e a limitare drasticamente la concessione di visti agli stranieri, onde evitare eccessiva pubblicità alla protesta.

Palazzo del Potala a Lhasa di notte
Il palazzo del Potala a Lhasa

Nonostante la massiccia presenza cinese, visitare il Potala resta un’esperienza emozionante. Dopo l’apertura della ferrovia del Qingzang, il numero di turisti ammessi ogni giorno è salito a 2300 con punte di 6000 nel periodo di alta stagione. A una quota di 3700 metri, sul versante del Marpo Ri, la “collina rossa”, il Potala ha l’aspetto di una gigantesca fortezza. Le sue alte pareti non si riflettono più nelle acque del lago, ormai ricoperto di cemento per ospitare una vastissima piazza. Patrimonio dell’Unesco dal 1994, le sue 1000 stanze sono un susseguirsi di tesori: statue, reliquari, stupa d’oro tempestati di gioielli, arredi e intarsi.

Dibattito nel Monastero di Sera a Lhasa
Dibattito tra monaci nel Monastero di Sera a Lhasa

Se siete alla ricerca del Tibet perduto, della mitica Shangri-la, riuscirete a ritrovarne un pallido riflesso nel piccolo centro storico. Nelle vie del Barkhor, lungo il perimetro del Potala e in tutti i monasteri intorno a Lhasa, i pellegrini continuano inarrestabili a manifestare la propria devozione. Arrivano dalle regioni più remote, fin dalle regioni dell’Amdo e del Kham. Le donne sfoggiano vistosi gioielli tradizionali di turchese, corallo e ambra. Gli uomini, con i lunghi capelli neri, intrecciati con fili rossi e trattenuti da un grosso anello in avorio, camminano senza posa, recitando mantra al ritmo ipnotico delle ruote di preghiera.
I penitenti si prostrano sul selciato fino allo sfinimento. Un’umanità colorata e anacronistica, che resiste in modo pacifico e silenzioso all’appiattimento culturale dei Cinesi. I monaci Buddisti stanno pian piano ripopolando i monasteri che sono stati in gran parte ricostruiti. A Sera, uno dei principali monasteri del Buddismo Tibetano, una variante del Buddismo Vajrayana, è possibile assistere al dibattito dei monaci, un’amichevole querelle su questioni teologiche, che ha luogo nel vasto cortile.
Nei dintorni di Lhasa se ne possono visitare moltissimi come Drepung e Ganden, per citare solo i più importanti. Ovunque i fedeli accendono candele e offrono i loro magri risparmi a statue coloratissime e spaventose nella speranza di migliorare il loro kharma.
Il palazzo di Norbulingka, la residenza estiva del Dalai Lama, è circondato da meravigliosi giardini fioriti. Perfetta cornice per le foto ricordo dei Cinesi in sontuosi abiti nuziali!

Yak sul lago Namtso
Yak sul lago Namtso

Ma è nel Tibet rurale che si ritrova l’autentica anima del paese. A un centinaio di km da Lhasa, a 4718 metri di quota, il lago Namtso è il più vasto della Regione Autonoma del Tibet. La sua superficie, di un azzurro quasi fosforescente, è in contrasto con il cielo plumbeo, gonfio di pioggia. Lungo le sue sponde, donne in costume tradizionale, col viso bruciato dal sole, posano per i turisti con i loro yak bianchi bardati a festa. Una moltitudine di bandierine di preghiera sventola accanto ai minuscoli eremitaggi, scavati nella falesia rocciosa, dietro a grossi mucchi di pietre “mani”. Al centro del lago vi sono cinque isolotti disabitati che sono stati utilizzati per anni come ritiro spirituale dai pellegrini.
Durante l’inverno camminavano sulla superficie ghiacciata, portando con sé cibo a sufficienza per potervi trascorrere molti mesi.

bandierine di preghiera e pietre mani
Bandierine di preghiera e pietre mani

Il nostro viaggio prosegue su piste ormai sconnesse. Ci siamo lasciati alle spalle le belle strade asfaltate della capitale. L’altopiano è punteggiato dalle tende scure dei nomadi e dalle piramidi di sterco di yak, che rappresenta l’unico combustibile. Qui la vita è scandita dai ritmi della natura. Lo yak resta la sola fonte di sostentamento per il latte, la carne e il suo manto peloso, usato per tessere i teli delle tende, nel cui interno ribolle perennemente il thè, arricchito di burro di yak e “tsampa”, la farina d’orzo: un pasto nutriente dal gusto salato, oleoso e un po’ pungente. Alcune donne ricoprono il viso con una maschera fatta con burro di yak che, indurita e sgretolata, conferisce loro un aspetto inquietante.
Presso alcuni insediamenti, nonostante i divieti dei Cinesi, è ancora diffusa la “poliandria adelfica”, dove un gruppo di fratelli sposa un’unica donna. Le motivazioni sono di tipo economico-ambientale. Nulla a che vedere con quelle edonistiche della poligamia che, da sempre, solleticano l’immaginario collettivo! In un territorio aspro e perennemente gelato, la poca terra coltivabile verrebbe così ereditata da tutto il gruppo, di generazione in generazione, anziché dal solo primogenito.

Monastero di Drigung Til
Monastero di Drigung Til

Raggiungiamo il monastero di Drigung Til, abbarbicato sul fianco della montagna. Qui si trova uno dei più importanti centri della “sepoltura celeste”, il “jhator”, l’antico rito funebre dei Tibetani, tuttora largamente praticato. Secondo la cultura buddista, il corpo è un semplice involucro. Con la morte, lo spirito si distacca e il cadavere, che non ha più alcuna funzione, viene portato al monastero e da qui su di un’alta piattaforma.
Il “tomden”, il maestro del cerimoniale, procederà alla dissezione, separando, con un affilato coltello, la carne dalle ossa che verranno pestate e mescolate con farina d’orzo.
Il tutto sarà offerto in pasto agli avvoltoi come atto finale di generosità del defunto nei confronti della natura, chiudendo così il ciclo della vita. Benché abbia soprattutto un significato religioso, questa pratica risponde anche ad esigenze pratiche. Il terreno roccioso e ghiacciato rende difficile la scavatura delle fosse e la scarsità di alberi rende poco praticabile la cremazione, riservata solo ai monaci.

Monache buddiste
Monache buddiste

Trascorriamo la notte nel monastero femminile di Tidrum. Le monache stanno festeggiando un’occasione speciale e danzano in circolo nel cortile principale. Sopra gli abiti religiosi indossano, per proteggersi dal freddo, ogni genere di indumento. Le più giovani portano dei vezzosi cappellini sulle teste rasate e mi sorridono maliziose, posando dinanzi all’obiettivo. Una piccola fonte termale, nei pressi del monastero, offre ristoro ai pellegrini giunti da lontano. Ne approfitto anch’io e mi immergo con voluttà nell’acqua bollente.

Monaco nel Monastero Tashi Lumpo a Shigatse
Monaco nel Monastero Tashi Lumpo a Shigatse

Per raggiungere il Tibet dell’ovest scegliamo una strada secondaria ma molto panoramica che ci porterà fino a Shigatse attraverso gli alti passi. Sul Karo-La Pass, avvolto nelle nebbia, i bimbi del villaggio aspettano i turisti in compagnia di un gigantesco mastino che sembra quasi un leone. L’apparizione è surreale! I panorami non cessano di incantarci: laghi verdissimi, ghiacciai e cime innevate si susseguono senza posa.
Shigatse, la seconda città del paese, non offre particolari attrattive, se si esclude il meraviglioso monastero di Tashilumpo, fondato a metà del ‘400 dal primo Dalai Lama.
Il monastero, centro storico e culturale di rilevante importanza, fu la residenza di vari Panchen Lama, la seconda maggiore carica religiosa tibetana. Oggi è abitato da circa 4000 monaci. Uno dei templi ospita una gigantesca statua di Maitreya, il Buddha del futuro, alta più di 26 metri insieme ad altri, innumerevoli tesori.

Monastero di Sakya
Monastero di Sakya

A 150 Km. da Shigatse visitiamo il monastero di Sakya, fondato nel 1073. Per raggiungere questa valle remota è necessario un permesso speciale. Sakya, “terra pallida”, trae il suo nome dall’aspetto delle grigie colline circostanti. La sua architettura medievale mongola è del tutto diversa da quella dei templi di Lhasa. Nel 2003 fu ritrovata, al suo interno, un’immensa biblioteca contenente opere religiose ma anche di letteratura, storia, filosofia, astronomia, matematica ed arte.
La maggior parte degli edifici è in rovina e porta i segni delle distruzioni della rivoluzione culturale ma il fascino del luogo è immenso. Alcuni monaci soffiano con vigore nelle lunghe trombe dal suono cupo esercitandosi per il prossimo festival religioso.
Alte montagne brulle fanno da cornice al piccolo villaggio polveroso dove le tradizioni sono molto sentite ed i pochi stranieri sono guardati con diffidenza.

Monaci si allenano a suonare le trombe
Monaci si allenano a suonare le trombe

Da Shigatse, la “strada dell’amicizia” che segue il corso del Brahamaputra ci riporterà a Lhasa e, da qui, un volo per Chengdu ci ritufferà in una megalopoli cinese, autentica selva di grattacieli. Le immagini del Tibet rimarranno a lungo impresse nella mia memoria.
Per quanto tempo ancora questo popolo mite riuscirà a resistere alle enormi pressioni del colosso cinese senza perdere la propria identità? Il mondo intero se lo domanda. Ma nessuno ha mai mosso un dito.

Anna Alberghina

Mastino tibetano
Mastino tibetano