Ultramaratona. Inizio di un’avventura

Andare oltre. Esplorare un limite umano e profondamente intimo, ancor prima che chilometrico. Trascorrere ore, lunghe giornate e intere notti, a volte settimane sulle proprie gambe, avvolti solo dal ritmo cadenzato dei passi e del respiro, spesso in totale solitudine, attraversando ora il deserto africano, ora i ghiacci alaskani, o ancora le piste tracciate nelle immense foreste nordamericane o i sentieri che punteggiano il nostro arco alpino. Questo e molto altro, è ultramaratona.

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Anton Krupicka e Geoff Roes nella WS 2012

Da appassionato della disciplina, comprendo quanto possa essere difficile raccontare cosa sia l’ultramaratona e perché si è spinti a vivere una simile esperienza. Potrei limitarmi a spiegare che è “ultra” tutto ciò la cui distanza si misuri in una lunghezza superiore ai 42 km e 195 metri di una maratona classica: manifestazioni dunque con percorsi intorno ai 50 km, agli 80 km (o 50 miglia) fino a 161 km (100 miglia) e oltre. Come premesso però, ultramaratona è forse innanzitutto uno stato d’animo, un modo di vedere le cose, un metro della propria mente: perché è proprio quest’ultima la protagonista principale, il motore che può muovere un essere umano a compiere un simile viaggio.
Negli ultimi anni, si assiste sempre più a una crescita del numero di atleti che si schierano al via di queste particolari competizioni, e ormai si organizzano ultramaratone in ogni angolo del mondo. Eppure, anche questo movimento ha vissuto una sua origine, un suo punto di partenza. Dove si è svolta la prima ultramaratona? E chi l’ha inventata? E soprattutto: perché?

La Western States Endurance Run. Dove tutto ebbe inizio.

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Cougar Rock, passaggio per la gara a cavallo e di corsa

Nessun International Board a stabilirne regole e contenuti tecnici, come per le grandi discipline sportive dell’epoca moderna.
Niente Comitato Olimpico a riconoscerne uno status di sport ufficiale. Niente di tutto questo. L’ultramaratona è nata da una scommessa di un gruppo di amici. Squaw Valley, California orientale, ai confini con la Sierra Nevada.
È il 1955, quando cinque horsemen (difficile spiegare chi o “cosa” siano, il concetto di cowboy sarebbe assolutamente fuorviante) scelgono di dimostrare che un cavallo può giungere a percorrere 100 miglia (161 km) entro le ventiquattrore ore. L’impresa riuscì, e i cinque pionieri a cavallo percorsero così le 100 miglia che separavano il comprensorio sciistico di Squaw Valley (che cinque anni più tardi avrebbe ospitato l’VIII edizione dei Giochi Olimpici Invernali) dalla cittadina di Auburn.
Era nata ufficiosamente la Western States Trail Ride, un’ultramaratona da percorrere appunto a cavallo, conosciuta oggi come Tevis Cup e che si disputerà anche quest’anno, nella seconda metà del mese di luglio.

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Gordon Ainsleigh in una delle ultime WS

Nel 1974, quasi vent’anni dopo, un giovane Gordon “Gordy” Aishleigh, già più volte finisher (con questo termine si identifica chiunque abbia almeno una volta tagliato il traguardo) della Tevis Cup e oggi leggenda vivente dell’ultramaratona, si presenta ai nastri di partenza della WS Trail Ride senza il proprio cavallo. Dotato solo delle proprie gambe e di un pizzico di lucida follia, vuole così dimostrare che anche un essere umano può compiere quella medesima distanza entro ventiquattro ore. 23 ore e 42 minuti dopo, Gordon è ad Auburn e precede sul traguardo anche alcuni concorrenti a cavallo.

Questi sono gli albori dell’ultramaratona. Nel 1975 e nel 1976 altri due uomini ripeteranno l’impresa di Ainsleigh: Ron Kelley, che giunse al traguardo con un tempo inferiore a quello registrato dal suo predecessore, e Ken Shirk, che ottenne un tempo di poco superiore alle ventiquattro ore.

200px-western_states_endurance_run_patchÈ il 1977: con quattordici atleti alla partenza, effettuata in concomitanza con quella della Tevis Cup, prende il via la prima edizione ufficiale della Western States Endurance Run
Giunsero al traguardo in tre. Fu poi dal 1978 che, con un deciso incremento del numero di partecipanti, si decise di costituire un evento indipendente dalla Tevis Cup, da svolgersi alcune settimane prima della stessa. Quell’anno corsero in 63, e tra i partecipanti risultò anche Pat Smythe, prima donna di sempre a tagliare il traguardo della WSER, in poco meno di 30 ore.
Dagli anni ’80 in poi, la Western States Endurance Run avrà una crescita costante nella partecipazione e anche nella cura della logistica e della sicurezza degli atleti: vi verranno infatti, introdotti punti di ristoro e stazioni di controllo medico, e sul percorso si vedrà distribuito un numero sempre maggiore di volontari. Per questo ancora oggi è considerata una manifestazione tra le più prestigiose anche per il livello di eccellenza del servizio offerto ad atleti ed accompagnatori.

The Silver Buckle. La fibbia d’argento.

wser-buckle-24Non c’è posto per coppe e trofei alla Western States, ed è così da sempre. L’unico premio, il più ambito e per molti davvero la sola testimonianza tangibile dell’impresa, autentico oggetto cult e sogno per chiunque pratichi ultramaratona, è la fibbia che viene consegnata al traguardo di Auburn se si è completato il percorso entro le 24 ore di gara, un retaggio evidente dello spirito pionieristico che animò i partecipanti alle prime edizioni della Trail Ride.
Nel 2012, il genovese Davide Grazielli, col tempo di 20 ore e 20 minuti, è diventato il primo italiano di sempre a conquistare l’ambita fibbia. Quest’anno, a raccogliere il testimone di Davide quale unico ultramaratoneta del nostro paese al via, sarà il fiorentino Alberto Lazzerini. Mancano ormai pochi giorni alla partenza per la California (la WS 2013 avrà luogo nell’ultimo weekend di giugno).
Cresce l’attesa e c’è fermento anche nella comunità italiana dell’ultramaratona.

 

Emanuele Paolo Valente

 

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Timothy Olson, vincitore della WS 2012,
con il “pacer” al passaggio di Foresthill (miglio 62 della gara)

 

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