Up

Up
Up, film d'animazione del 2009 scritto e diretto da Pete Docter e Bob Peterson. Realizzato da Pixar Animation Studios in co-produzione con Walt Disney Pictures.

Una cascata di palloncini erutta nel cielo blu accecante, trascinandosi dietro una casa. Le fondamenta tremano, la polvere fugge in basso, ma la gravità viene beffata all’ultimo. L’abitazione di Carl Fredricksen, un apparentemente scorbutico vecchietto, abbandona le sue radici immobiliari per scappare verso l’alto. Questa è l’immagine più emblematica di Up, capolavoro della Disney-Pixar (anche se è più corretto dire Pixar-Disney) datato 2009. Oscar al Miglior film di animazione, ma quello è ormai scontato. Eppure Up è un film estremamente adulto, con una romantica (in ogni senso) idea di viaggio capace di sciogliere il cuore a qualsiasi genitore. No, anzi, a qualsiasi persona che abbia mai amato.

Il viaggio permea Up come un k-way appiccicato alla pelle durante un temporale. Un viaggio covato da tempo ma incapace di schiudersi, soffocato dalla vita di tutti i giorni, che ruba sogni nella notte silenziosamente, quando pensi sempre che ci sarà tempo per realizzarli. Ma il tempo a volte ti spezza le gambe, così Carl si ritrova con un sogno a metà, ingrigito dagli anni, reso opaco dalla polvere come una vecchia foto.

E quindi? Ci si può rimettere in cammino anche quando le articolazioni scricchiolano? Sì, perché se si parte grazie a una motivazione così incrollabile non c’è osteoporosi che tenga. Carl deve fare quel viaggio. È l’ultima richiesta che fa alla vita, una sorta di karma al contrario che dovrebbe ripagarlo di tante sofferenze. Up ci insegna che possiamo lottare fino all’ultimo, letteralmente. Che lo spirito supera il corpo, la volontà è più forte di qualsiasi malattia e acciacco dovuta all’età.

Ma siamo sempre in un film d’animazione, quindi ecco il tocco di fantasia capace di rimanere nell’immaginario collettivo: la casa galleggiante trascinata da un’esplosione di palloncini. Carl decide di abbandonare la grigia monotonia della metropoli portandosi dietro la più grande valigia concepibile. Se non posso lasciare la mia abitazione perché sono troppo anziano che faccio? Me la porto dietro, viaggiando letteralmente con il mio bagaglio vitale, che diventa quindi alveo di difesa e motore che spinge in avanti l’ultima grande avventura che il tempo può concedermi.

Ok, ma per dove? Venezuela, Cascate Paradiso. Nome emblematico per una meta tutt’altro che facile da raggiungere. Perché Up, nonostante tutto, resta un film ancorato alla realtà, capace di tenere con i piedi per terra Carl, costringendolo (e noi con lui) a fare i conti con tutte le difficoltà di questo viaggio. E, ovviamente, se si parte su una casa volante non possono essere poche. Up insiste sul binomio piacere/difficoltà del viaggio, scegliendo una meta esotica per sottolineare la dualità di una partenza sofferta ma voluta, che deve mettere alla prova Carl fino all’ultimo, finché ogni illusione sarà crollata e lui potrà finalmente dire alla sua Ellie che quelle cascate le ha raggiunte.

Non solo, Up riprende il tema del cambiamento dovuto al viaggio stesso, già reso emblematico da una casa volante. Carl ritroverà sé stesso grazie al viaggio, ma sarà anche in grado di vedere le cose per come sono, dandogli il giusto peso. Come? Con lo sguardo vergine di Russell, bimbo scout asiatico che si ritrova sul portico di casa mentre inizia a staccarsi da terra. Russell è l’emblema dell’innocenza, del viaggiare per viaggiare meravigliandosi davanti a un fiore. I suoi occhi da bambino sono tutto quello che la vita aveva strappato a Carl, capace di vedere di nuovo attraverso il piccolo scout. La partenza dell’anziano non sarebbe stata completa senza il bambino, sempre a sottolineare le due anime che qualsiasi viaggio può avere: scoperta e riflessione, innocenza e maturità, mischiate alla perfezione per ottenere il massimo anche dalla più piccola delle epifanie.
È per caso venuta voglia di palloncini anche a voi?

Edoardo Ferrarese