Il viaggio di ritorno

Il viaggio di ritorno - Foto Chris Leipelt/Unplash
Chris Leipelt - Unplash.com

Qualche tempo fa, durante un laboratorio sulle paure che tenevo in una terza elementare, un bambino mi disse che la cosa che più di tutte lo spaventava erano i silenzi. Così, iniziammo a darci tutti un gran da fare per inventare un supereroe in grado di sconfiggerli, capace di sputare parole come palline da ping pong, con una radiolina incorporata che diffondesse musica, musica ovunque. Perché loro, i bambini, sanno bene che dietro a ogni eroe sta la sua paura e che è nella sua natura la volontà di proteggere la comunità intera.
Noi grandi, però, ce lo siamo dimenticati e sempre più quelli che chiamiamo eroi sono coloro che vivono un’altra vita, una vita possibile, verosimile certo, ma non la nostra.

Succede, ad esempio, che sul web oggi impazzino le storie di coloro che lasciano tutto per concedersi una vita in viaggio per il mondo. E succede che ne esistano varie declinazioni: la coppia di fidanzati, la ragazza sola (e per questo necessariamente impavida), il giovane uomo accompagnato dal gatto, la madre col piccolo sulle spalle. Sono loro che rappresentano – in qualche modo – un nuovo tipo di coraggio, il coraggio di lasciare tutto e partire.
Ma cosa c’è dentro a quel tutto?
Vita regalata al lavoro, tanta carriera e poca felicità? Forse. Quotidianità di stenti e lavoro precario? Forse. Desiderio di conoscere l’altro mondo, quello che inizia subito oltre il nostro? Probabile.

La trama è diversa per tutti, eppure viene da chiedersi se davvero la sfida sia quella di cambiare programma o se invece l’atto di coraggio sia il restare. O il ritornare. Sì, perché tutte queste storie mancano di una componente fondamentale per la narrazione: il finale. Sono storie di nuovi inizi, dove il viaggio non è che una viandanza fine a se stessa, uno spostarsi inquieto e disordinato, dove importa toccare più luoghi possibili, basta metterci un piede, in fondo. E urlare forte, fare sapere che andare si può.
Così si dimentica però che viaggiare è soprattutto ritornare e trovarsi davanti a ciò che avevamo sempre avuto per vederlo diverso; si perde la possibilità di utilizzare quell’esperienza, di trasformarla.

Vito Teti, antropologo, ha parlato della restanza ovvero di coloro che rimangono per cambiare, per trasformare la realtà. Sono viaggiatori del pensiero che vedono nuovi mondi quando ancora non li hanno davanti: eccoli i nuovi Ulisse, quelli per cui il viaggio non è mai il finale, ma il mezzo per trovare la strada di casa. Di loro si intravede la paura di rimanere fermi e di non conoscere abbastanza, assieme alla volontà di costruire che è forse la sfida più difficile. Pare che gli ingredienti ci siano tutti.
Mi piace pensare che, quando anche i bambini avranno paura di vedere i propri paesi svuotati, penseranno a degli eroi ancorati al terreno coi piedi di pietra, capaci di costruire con la forza del pensiero. E restare.

Maria Clara Restivo