Viaggio intorno alla notte

Masai di guardia al campo tendato Impala River Camp all’interno della Selous Game Reserve - Tanzania
Masai di guardia al campo tendato Impala River Camp all’interno della Selous Game Reserve (Tanzania) - foto Bruno Zanzottera/Parallelo Zero

Dormono i vertici dei monti e i baratri, le balze e le forre; e le creature della terra bruna, e le fiere che ai monti s’acquattano, e gli sciami, e i cetacei nel fondo del mare lucente. Dormono le famiglie degli uccelli, fermo palpito d’ali.

Notturno di Alcmane (VII sec. a.C.)


Nessuno sa nulla della notte.
Per la maggior parte di noi è un tempo vuoto, senza identità precisa, destinato al sonno e al riposo. I giorni hanno un nome, si susseguono uno diverso dall’altro: le notti no, sono anonime. Si suppongono univoche, disposte in una sequenza lineare e indefinita.
Eppure le notti non sono tutte uguali, né lo sono le ore di buio. Ogni fase della notte si differenzia dalle altre per lievissime sfumature che hanno a che fare con la freschezza dell’aria, il colore del cielo, gli odori, il sorgere e tramontare delle stelle e della luna, l’improvviso levarsi o cadere del vento.
Non a caso per gli antichi Greci e Romani la notte si divideva in quattro parti, corrispondenti alle cosiddette vigilie, termine che derivava dal susseguirsi delle veglie che ogni tre ore scandivano il turno delle sentinelle di guardia ai posti militari.

La prima parte era denominata Vespera e iniziava appena dopo il crepuscolo: momento elegiaco, ancora denso di suoni e rumori, prolungamento soffuso del giorno appena trascorso. Poi veniva la Media nox, che terminava appunto alla mezzanotte, in cui il buio è totale ma conserva ancora dolcezze di tepori e profumi: il momento in cui il corpo si rilassa e la natura riprende il sopravvento, annunciato dal canto dei grilli e delle rane.
Alla Media nox succedeva quindi il Gallicinium, l’ora del canto del gallo: notte profonda, cosmica, in cui le voci diventano sussurri e la mente è incline al ricordo e al sublime.
Infine il Conticinium, ovvero il tacere del gallo, il tempo del silenzio e dell’inquietudine che precede l’arrivo dell’alba: le ore fatali in cui nulla si muove e l’aria è immota, come se il mondo dovesse finire per sempre.

Ma oggi, nell’epoca secolare e pragmatica del trionfo del giorno, a chi importa della notte?
Intendiamoci: notte vuol dire notte insonne. Non notte da riempire con azioni, spesa per lavoro o divertimento, ma notte da contemplare. La notte è tempo di ispirazioni e di miracoli. Di notte avvenne l’ascesa al cielo di Maometto, in sella a Buraq, il destriero magico dal volto di donna che lo portò fino al cospetto della pura volontà di Dio. Di notte, notte in bianco appunto, il cavaliere medievale si preparava all’investitura, vestito di abiti candidi e purificato dalle lunghe ore di veglia, solitudine e preghiera. E ovunque nel mondo la notte appartiene agli spiriti e media il contatto tra l’uomo e il soprannaturale.

Ma sempre più, la notte è per pochi. Forse per gli amanti, poiché l’amore è cieco, si sa, e al buio ci si ritrova benissimo. Ma gli amanti sono perduti nel loro mondo immaginario e l’amore si fa tra quattro mura, raramente sotto le stelle. Certo la notte è ancora tempo vivo per i soldati, almeno quelli che come un tempo sono obbligati alle guardie notturne. Ma in questo caso passare la notte in piedi non è libera scelta, anche se la notte si fa sentire e si impone comunque da padrona.

Old Mdonya River Camp all’interno del Ruaha National Park - Tanzania
Old Mdonya River Camp all’interno del Ruaha National Park (Tanzania) – foto Bruno Zanzottera/Parallelo Zero

In verità per approfittare della notte bisogna esser liberi da ogni impegno, pratico e mentale, e ciò avviene soprattutto quando si è lontani da casa. Per questo la notte è spesso buona compagna dei viaggiatori.

Viaggiatori per mare, che non sanno risolversi a tornare in cabina e restano sul ponte, protesi sui parapetti verso un orizzonte indistinguibile, perduto tra il nero del cielo e quello del mare. Che guardano il nulla, non pensano nulla, non guardano l’orologio. Resi ciechi dalla notte, hanno però udito fine: sanno distinguere le infinite voci del vento che scompiglia i capelli, fischia e sibila e si scatena improvvisamente in folate furiose. Vento che ricorda altri venti, che battono monti e deserti lontani, teatro di altri viaggi compiuti o immaginati.

Viaggiatori che l’oscurità coglie sui treni che vanno verso il sud e verso l’est, treni lunghi e sferraglianti che promettono destinazioni mitiche e impreviste avventure. Lo sguardo è incollato al finestrino: lastra di vetro nero, sfera di cristallo in cui si materializzano ombre in movimento, profili di stazioni deserte, quinte di alberi fuggenti. È sul treno, grazie al rollio regolare del vagone sui binari, che si dispiegano quelle malinconie leggere che fanno bene al cuore. Sul treno i pensieri fluiscono liberi, illogici, creativi.
E poi ci sono le notti passate alla guida, in cammino o a dorso di cammello, un passo dopo l’altro. Ci sono notti all’addiaccio e notti tiepide. Notti brevi e notti che sembrano non finire mai. Notti dolci e notti terribili.

Ma nella mente del viaggiatore la notte è soprattutto un luogo, un posto dove ci si ferma, una tappa lungo il percorso. Spesso solo un’immagine, un frammento di mondo rimasto impigliato nello sguardo.
C’è chi della notte ricorda la cresta sinuosa di una duna illuminata dalla luna, nel bel mezzo del Sahara. Niente fuoco, né luci, buio assoluto. Tutto attorno la terra scricchiola, si contorce come fosse viva. Sono i djenoun, dicono i Tuareg, gli spiriti delle terre desolate che si ridestano. Non è così, il viaggiatore esperto lo sa bene: sono solamente i rumori della sabbia che si assesta, granello per granello, adattandosi all’improvviso cambiamento di temperatura. Ma in ogni caso non ci sono buone ragioni per lasciare il campo e addentrarsi nel vuoto minerale del deserto. Le notti sahariane, più che alla meditazione, inducono alla superstizione.

La notte può coincidere con l’immagine di una montagna del Nepal, coperta di neve e di ghiaccio. Pareti quasi verticali di roccia nuda, e al fondo la valle, profonda e solcata da sentieri invisibili. Foreste di rododendri e prati fioriti, villaggi arroccati sull’orlo di strapiombi vertiginosi, torrenti glaciali che scorrono tra enormi massi di pietra grigia, mandrie di yak al pascolo. Più in basso, nel buio, c’è tutto questo e molto altro. Ma si può scrutare l’oscurità fin che si vuole: non esiste paesaggio, la notte ha inghiottito ogni cosa. Del mondo non resta altro che il luccichio di quella montagna, immateriale quanto una visione.

Sovente la notte del viaggiatore si riduce a un cerchio nero attorno al fuoco. Accade a chi si accampa nella savana africana, carta assorbente di ogni possibile orrore ancestrale. Chi viaggia in Africa senza fronzoli non ama i tramonti. Anzi li odia e li teme. La bellezza e i colori struggenti del cielo, arrossato dal sole calante, non lo seducono. La notte in savana è inchiostro nero, cattiva, piena di insidie. È il tempo dei predatori, degli occhi verdi delle iene attorno al campo, dei fruscii tra gli arbusti, del lamento dello sciacallo e dell’ansimare asmatico del leone (quanto lontano non si sa, i leoni sono ventriloqui). Qualcuno parla di altre notti e altre avventure, di whisky caldi bevuti in bicchieri di latta, e si raccontano storie e ancora storie. Ma nelle notti africane prevale il silenzio. Si va a dormire presto, in attesa del mattino come di una liberazione.

C’è una gerarchia delle notti: ce ne sono di ordinarie e importanti. E poi ci sono le notti fatali, che coincidono con l’accadere di qualcosa – sia un evento, un pensiero o un incontro ha poca importanza – che ha deviato il corso della nostra vita. Ma quelle notti non si possono esprimere, né raccontare.

Paolo Novaresio

Rufiji River Camp all’interno della Selous Game Reserve - Tanzania
Rufiji River Camp all’interno della Selous Game Reserve (Tanzania) – foto Bruno Zanzottera/Parallelo Zero