Vita di Pi

Vita di Pi di Ang Lee
Vita di Pi, film del 2012 diretto da Ang Lee, basato sull'omonimo romanzo dello scrittore canadese Yann Martel.

Tutti abbiamo avuto un compagno di viaggio rompi… ehm, fastidioso. Uno di quelli difficili, lamentosi, sempre in grado di smorzare l’entusiasmo della comitiva. Bene, cercate di ridimensionare i vostri problemi perché Pi (Suraj Sharma) era in una scialuppa di salvataggio con una tigre. Per 227 giorni.

Questa è la storia alla base dello splendido Vita di Pi di Ang Lee. Ma non fatevi ingannare dal punto di partenza (anche se poi non è che si comincia proprio da lì), perché il film contiene uno scrigno di tesori colorati pronti ad abbagliarvi gli occhi finché non saprete riconoscerne ogni pietra, ogni alternanza cromatica che il regista taiwanese vi svela minuto dopo minuto.

Perché Vita di Pi è viaggio. Non ci sono altri modi per definire l’essenza stessa del film. È viaggio intriso di scoperta, paura, rabbia, delusione, terrore e crescita (sia spirituale che fisica). Pi ragazzo parte con i suoi genitori per ritrovarsi nella peggiore delle situazioni, costretto a sopravvivere doppiamente: contro il mare aperto e contro una tigre sulla scialuppa.

Ecco allora che le essenze dei due iniziano a fondersi, una bestia umanizzata contro un umano bestiale. Il viaggio porta in superficie gli angoli più oscuri di Pi, quelli che nemmeno lui pensava di avere, accorpando la scoperta dei luoghi alle piccole vittorie nel suo rapporto con la tigre. Come un viaggio lento ma costante i due si comprendono, mescolandosi alla spuma del mare e a tutte le meraviglie che può offrire, nonostante il pericolo della morte che incombe rapace sulle loro spalle.

Ang Lee sa bene come dosare le immagini che propone, partendo lentamente, seminando i personaggi che vedremo durante il film come molliche di pane che Pi lascia alle sue spalle. Quelle molliche che solo la sua mente potrà ritrovare, in un ritorno alle origini sofferto ma dovuto, mentre la sua età matura accetterà finalmente ciò che ha fatto.

Perché il viaggio è anche una storia che si racconta, un flusso di coscienza in grado di omettere e aggiungere quasi senza rendercene conto, una corrente dalla quale ci facciamo trascinare senza sapere esattamente dove porterà. Invece Pi lo sa bene dove finisce quel flusso, dove sfocia la sua verità raccontata al giornalista pronto a pubblicare un libro sulla sua vita. Il viaggio di Pi diventa terapia per raccontarsi, metafora enorme di un rapporto conflittuale con la bestia, essenza primigenia dell’uomo mai davvero sopita.

Per questo Ang Lee lascia la palla a noi ad un certo punto. Ci coinvolge in questo viaggio fantasticamente reale sbilanciando la nostra mente, confondendo il plausibile con il magico, in un gioco delle parti che solo Pi conosce fino in fondo. Anche noi siamo su quella scialuppa, sbalzati dalla corrente mentre tentiamo di domare una tigre e, perché no, rendercela amica. La vita di Pi è la nostra, la summa universale di tutto ciò che il viaggio anagrafico che intraprendiamo è realmente.

Si torna sempre lì, al dualismo che permea una partenza, il binomio del voler abbandonare tutto ma non riuscirci, sempre in lotta con sé stessi per… per? Dipende dalle situazioni, da cosa la vita stessa ti spinge a fare. Perché il viaggio è una lotta intestina contro il mondo. Pi l’ha imparato a sue spese, ruggendo via la rabbia e tutto il dolore di una situazione più grande di lui.
Prima o poi tocca a tutti salire su quella scialuppa. Accarezzare la tigre sarà la scelta giusta?

Edoardo Ferrarese