Africa Mbaya

Camerun Nord- Indovina a Rhumsiki

“Mbaya”, in swahili corrente, significa “cattivo”, non per intenzione ma per natura o fatale condizione. “Africa Mbaya” è il titolo di una canzone che sto scrivendo.

Tra le tante patologie spirituali del secolo scorso e tra i luoghi comuni dei safari in Kenya si citava sempre il “mal d’Africa”, quello che tanti giovanotti oggi confondono con la vecchia Malaria, da sempre stanziale, o con la  giovane Ebola, sempre più globe-trotter.
È invece de “l’Africa del male” che vorrei parlare, con disarmante semplicità.

Camerun Nord - Oudjilla

Nord Camerun – Oujilla (Foto Bruno Zanzottera)

Si sa che perfino le cose apparentemente positive in Africa diventano un disastro. L’estrema cooperazione e reciprocità tra famiglie e clan, ad esempio, è una condanna per le aspirazioni e le ambizioni del singolo.
Finché si condivide la miseria, va tutto bene (si fa per dire), ma se qualcuno, per fortuna o intraprendenza, riesce ad accumulare qualche risorsa in più è fregato. Deve condividerla con il gruppo.
Questo proto-comunismo, che dal paleolitico persiste nel continente, impedisce la formazione di una classe media che, infatti, in Africa non esiste. Ecco perché la classe politica dominante è così spesso avida, corrotta e spietata; finché può non molla l’osso. O straricchi o strapoveri, o tutto o niente.

Se in un empito di umanità, o per senso di colpa, regalate dieci euro a un pastorello (l’equivalente di un suo mese di lavoro) provocherete una catastrofe.
Lui torna a casa e dice al padre “tu sei scemo, meglio frequentare i bianchi che le capre”; nel frattempo si avvicinano tutti i parenti e si dividono il suo malloppo.
Conclusione: il padre perde il prestigio e il figlio perde i soldi.

Camerun Nord - Donne Hidé Mercato di Tourou

Nord Camerun – Donne Hidé al mercato di Tourou (Foto Bruno Zanzottera)

Un amico antropologo (sul campo, mica all’università) mi spiegava che i fondi inviati in Africa per costruire scuole hanno un feedback devastante, non solo per la cultura ma anche per l’economia africana.
Il pastore o il contadino di solito mandano alla scuola della missione i figli più gracili e meno intelligenti (da noi un tempo si mandavano in seminario); gli altri, sempre di meno, devono imparare il lavoro.
Risultato: quelli che si sono istruiti migrano nella capitale, dove fanno la fame o delinquono, con l’ambizione di diventare ministri, e non tornano più alla terra.
Effetti: la terra va in malora per mancanza di braccia, aumenta la delinquenza e l’incapacità assoluta impera tra i politici.

All’occidente non è mai interessata la vita quotidiana e sociale dell’Africa, ma piuttosto lo stile e il folklore.
Non a caso importanti pittori e scultori del Novecento si sono rifatti alla sua arte dalla spiritualità animista, tormentata e drammatica.
Non a caso le parole “anima” e “carne” in molte lingue del continente hanno lo stesso etimo o addirittura coincidono (niama, da cui per onomatopea il “gniam-gniam” nei fumetti e forse il “magniamo” romanesco).

Camerun Nord- Indovina a Rhumsiki

Nord Camerun – Indovina a Rhumsiki (Foto Bruno Zanzottera)

Quando noi europei abbiamo scoperto che non era proprio il paradiso atteso, all’Africa abbiamo detto addio; con un congedo post-coloniale davvero precoce, ingrato e snobistico (perfino autolesionista, se ci pensiamo).
I Mau-Mau in Kenya hanno trucidato in tutto 30 bianchi, ma la loro guerra di liberazione è costata la vita a 5.000 compatrioti, per lo più di etnie “altre”. E così è stato un po’ ovunque, dal Tanganika al Congo belga.
Ce ne siamo andati quasi subito, dicendo “fate pure”. Adesso ci provano i cinesi, e non è bello per noi. Siamo diventati solo occasionali consulenti, turisti, operatori umanitari; questo è il guaio. Lì non facciamo più di tanto.

Gli africani ci hanno fatto capire che l’Africa non è terra né cosa nostra. Per un po’ ci hanno pagato bene qualche servizio, qualche diga, qualche Land Rover e ci hanno mandato in cambio qualche percussionista, qualche indossatrice o calciatore. Ma ora è l’oriente che si fa strada; facendo strade, appunto, vendendo a poco le loro auto riciclate e ottenendo concessioni di pesca industriale sotto costa a cui Greenpeace non bada più di tanto.

Tanzania del Sud

Tanzania del Sud – Mercato del pesce sulla spiaggia di Kibirizi (Foto Bruno Zanzottera)

Noi abbiamo forse fatto meglio, ma il meglio costa troppo a tutti e, come diceva Voltaire, spesso è nemico del bene.
Gli africani han deciso di farsi i fatti loro, con tutta la pigrizia e l’ingenuità di cui sono capaci, ma anche con tutto l’orrore di cui un tempo eravamo noi gli indiscussi maestri.
E all’orrore noi non rispondiamo neanche più come Kurtz nel cuore di tenebra conradiano (in Congo) e nell’apocalisse coppoliana (in Vietnam).
Lasciamo che lì – in Africa – si perpetuino genocidi senza esserne apparentemente coinvolti, mentre altrove interveniamo invece con zelo, per paura che ci fottano il petrolio e il consenso etico politico.

Ma nel nero più epocale ora ci sono finiti i bianchi, non i neri. Loro sono più antichi geneticamente e più giovani socialmente, si salveranno in qualche modo; noi chissà.
Al loro scomodo paradiso (perduto) abbiamo preferito comunque il nostro inferno più confortevole, condito di assurdità cui siamo però assuefatti e rassegnati.
Andate in Africa per qualsiasi ragione non turistica e vi renderete subito conto che lì la vita è una pigra e inutile lotta contro il non-senso.
Come diceva una ragazza africana un po’ ubriaca e incontrata per caso in una bettola del Kenya: “Voi bianchi avete perso la vostra anima e adesso venite a cercare la nostra”. Avrebbe dovuto aggiungere: “Pagatela almeno! ”.

Tanzania del Sud

Tanzania del Sud – Trasporto di ananas e banane a Kigoma (Foto Bruno Zanzottera)

Ma è vero, abbiamo cacciato o rubato gli spiriti dell’Africa, prima deportandone i popoli e poi importando ai superstiti il figlio di un dio immateriale, inchiodato per le sue parabole belle quanto inadeguate al luogo; mentre l’oriente più vicino se la gioca ancora più sporca, propinando agli africani un altro dio da pregare faccia a terra, beninteso con l’AK47 al fianco.
Gli africani sono inguaribili tribalisti, razzisti più convinti e sinceri di noi (credeteci).
Nell’islam ci hanno trovato qualcosa di interessante: un libro e una storia scritta, elementi più che mai necessari alla post-modernità, capace di generare un facile consenso alle loro faide masochiste.
È un sistema che legittima meglio l’eterno massacro dei loro “prossimi” (vedi la recente Nigeria). Come in un condominio, i prossimi si odiano di più perché si conoscono meglio. È anche più facile eliminarli.
Ma a questo odio in Africa c’è una motivazione in più: i carnefici si vendicano di essere ancora vivi, cioè in una condizione ancora più orrenda e insensata delle vittime.
Questo nelle strade di Nairobi, punteggiate da jacarande viola e ulcerate da rifiuti umani o nei bordelli di Kinshasa.

Ma questa è vita, insensata, carognosa e primordiale, ma pur sempre vita, ci vien da dire.
Dunque io in Africa ci voglio sempre tornare, come molti altri, a riempire una platea popolata di presunti storici o antropologi, faccendieri o puttanieri, annoiati o pensionati.
Siccome lì è comparsa e si è evoluta l’umanità, forse l’Africa rappresenta il vero paradigma dei problemi, delle bellezze e dei misteri esistenziali, cioè la condizione esaltante e impietosa della nostra stessa vita, “quella dannata malattia sessualmente trasmissibile che presenta un esito sempre mortale ”.

Non vorrei toccarvi il cuore con sentimenti e problemi superflui, ma riuscire invece ad allargarlo, il cuore, dipanando un po’ di tenebre con il sorriso disarmante che l’Africa dispensa sempre.
Non è difficile amarla subito, l’Africa.
Diciamolo: è inutile.
Ecco il mal d’Africa.

Enzo Maolucci

Tanzania del Sud

Tanzania del Sud – Masai di guardia nella Selous Game Reserve (Foto Bruno Zanzottera)