Verso Kabul

di Mario Paluan
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Verso Kabul - ebook di Mario Paluan

Torino, agosto 1976

Piselli e pomodori pelati a pezzetti in confezioni da sei. E poi spaghetti e fusilli. Nell’entrata, un metro per due, dell’appartamento di Jimmy ci sono torce, fiammiferi, corde e quello che dovrebbe servire per il nostro viaggio verso Kabul.
La moglie di Jimmy esce dal bagno con in braccio Shamala, la loro figlia di tre anni.
«Ehi, ciao, già che sei arrivato, ci dai una mano a caricare l’auto?».
Shamala fa ciao con la manina. Nina è pelle e ossa ma graziosa. Jimmy l’ha incontrata alla fermata del tram. Le ha chiesto un indirizzo e da allora si amano. Jimmy è malese, scaltro come una volpe. Un commerciante nato: la sua vocazione gli farebbe vendere anche la suola delle scarpe.
La mia eccitazione per il viaggio che stiamo preparando da due mesi è grande. È da una settimana che non dormo perché sogno minareti, marijuana, barbe di mullah e tappeti persiani.
La meta è Kabul, su una Citroën tinta verde acqua. Io sono molto giovane e ho una gran voglia di vedere cosa c’è da quelle parti.
Piselli e pelati a pezzetti, corde, carta igienica, sono l’aspetto prosaico della faccenda; effettivamente mi sorprendo a considerare come la carta igienica sia fondamentale. Mi sto chiedendo se sessanta rotoli di carta igienica non siano pochi.
Sia chiaro che ho pagato il passaggio fino a Kabul. È un contributo alle spese e mi irrito quando la moglie di Jimmy dice guardandomi:
«Vediamo, dove riusciamo ad arrivare con questa roba, se il cibo non basta ci fermeremo».
A Kabul dobbiamo arrivare! Poi penso: «Ho pagato fino a Kabul, Kabul deve essere». È la meta più lontana, il punto sulla carta geografica che ho segnato con una stella. Più in là, Jimmy dice che ci sono l’India, il Pakistan e il Kyber Pass. Mi bastano quei nomi per gonfiarmi d’orgoglio e pensare che solo in pochi osano tentare quel viaggio in auto dall’Italia.
Jimmy dice passiamo di qui e poi andiamo là, si gira a destra e poi si va a sinistra, come si dovesse andare a far la spesa al supermercato.
Preferirei che mi parlasse di difficoltà, di pericoli, e invece lui fischia e sorride e mi invita per la seconda volta ad ammirare il suo fantasmagorico lampadario con le pale al neon, che emana una luce blu e rende le nostre facce spettrali. Mi siedo ai bordi del letto di Shamala.
Jimmy vende scarpe al mercato; dice che guadagna bene e Nina brontola perché fa il filo a ogni ragazza che passa. Le scatole delle scarpe che non stanno in garage sono impilate nella stanza da letto. Jimmy dice che farebbe affari d’oro se portasse un po’ di scarpe a Kabul. Sorvolo su quell’aspetto venale. L’unica cosa che mi interessa è arrivarci, ormai non posso tradire le attese.
Conosco Jimmy solo da sei mesi e qualche volta sono stato a cena da lui. Una sera, dopo essersi ingollato nasi goreng, una specie di riso fritto molto speziato e peperoncini rossi, mi dice: «Adesso ti insegno il colpo più micidiale del karatè».
Mi fissa negli occhi, prende la mira e con un dito mi percuote la fronte. Rimango imbambolato per un po’ e sento a malapena le sue parole.
«Mica male, non è tanto forte, se faccio più forte la testa fa fuuuitt! Scoppia e muori», dice.
Prendiamo più confidenza e una sera mi fa vedere che cosa può fare la concentrazione.
«Stai attento, guarda bene cosa faccio».
Jimmy si ficca un ago nella parte di pelle alla base tra il pollice e l’indice. Roba da baracconi, penso, ma nel dubbio fingo stupore.
«Guarda bene, stai concentrato».
Jimmy ritira l’ago dall’altro lato del lembo di pelle. Nemmeno una goccia di sangue. Nina ride e dice: «Smettila, che gli fai impressione».
Nina è una ragazza strana e nervosa, di una magrezza impressionante. Shamala è un incanto, la vestono come una bambola piena di pizzi e fiocchi e la pettinano in continuazione.
Aiuto a caricare la Citroën.
«Allora ci vediamo domani mattina. Molto presto. Porta poco, perché non c’è più posto in auto. Solo due blue-jeans e due magliette», dice Jimmy.
Durante la notte non dormo, penso alle scatole di piselli e alla carta igienica, poi controllo ancora una volta la mia mini-borsa, il passaporto, i dollari e le pillole antidiarrea, la macchina fotografica e i rullini. Tutto compreso pesa due chili.
«Allora parti davvero», dice mia madre.
«Non ti preoccupare, torno presto».
I saluti sono identici a quelli che si fanno per andare al mare durante il week-end. Se qualcuno mi fermasse per le scale, non potrei dire nient’altro che questo: «Sto andando a Kabul». Del resto cosa potrebbe dire un astronauta, in procinto di partire, alla portinaia che lo saluta in fondo alle scale?
«Arrivederci signora, sto andando sulla Luna».
Bene, credo di sentirmi come un astronauta. Non c’è modo più adatto di dire: «Vado a Kabul».
Giro l’angolo, prendo il tram e sono da Jimmy.
Le cose non sono all’altezza della situazione. Case, alberi e persone non sanno evidentemente che vado a Kabul. È una parola che mi scintilla in capo. Mi fa venire i brividi. È lontana Kabul, irraggiungibile. Non so cosa ci vado a fare, so solo che ci devo andare.
«Ma sì, ma sì, farò attenzione, non è mica mai morto nessuno a Kabul», così ho tranquillizzato mia madre.
Grecia, Turchia, Iran, sono solo delle tappe. La meta è Kabul, nome che suona come un tamburo selvaggio e mette in moto le viscere. Non è mica da tutti andarci ed è per questo che vorrei che Jimmy smettesse di minimizzare il viaggio, come se si trattasse di andare al supermercato.
È tutto meraviglioso nella mia mente. Anche Jimmy è meraviglioso, ha la pelle di bronzo tirata sui muscoli. È tagliato con l’accetta, i suoi denti scintillano sotto la luce del lampadario della camera. È un felino Jimmy. Ha dei pugnali tra i denti, ti fa venire i brividi, e Nina è tanto esile tra le sue braccia, e apparentemente sperduta. Hanno quel tesoro di figlia che è un inno alla delicatezza e alla bellezza, frutto della loro strana unione.
Scatole di piselli, latte in polvere e carta igienica. Credo proprio che non basterà. Abbiamo anche un piccolo fornello a gas. Quando finiranno le provviste, mangeremo per strada, dove capita. Continuo a ripetermi che devo fare attenzione all’acqua, di non bere quella del rubinetto per il pericolo di infezioni. Solo in bottiglia, sarà la mia regola.
Jugoslavia, Grecia, Turchia e Iran e poi l’ignoto, il buio: il richiamo dell’Oriente, duro, segreto.
Andare in India mi sembra banale. Tutti ci vanno, in aereo. Senza rischio, senza avventura, senza palle. E Kabul di nuovo risuona, magica, mistica, misteriosa. È sotto un altro cielo, governata da altri pianeti, nutrita da notti sconosciute.
Mi basta questo.
Sono già le nove e trenta e l’auto non è ancora pronta. Io sto fremendo. Ma non si dovrebbe partire alle cinque del mattino per un viaggio così?
Rimango un po’ perplesso quando Jimmy mi presenta un tipo dai lineamenti spiccatamente orientali. Deve essere anche lui malese, penso. Jimmy dice: «È mio fratello Rajendra, viene con noi».
Sorrido a Rajendra, che rimarrà muto praticamente per tutto il viaggio.

Finalmente si parte

Finalmente si parte, ma un dubbio mi tormenta. Siamo cinque in tutto, Rajendra non era previsto.
È stata una delle trovate di Jimmy. Mi ha anche detto che dormiremo in macchina, perché non ci sono abbastanza soldi. Non so dove e come dormiremo perché seduti, siamo già stretti come sardine. Si vedrà!
Dopo il primo tratto di autostrada infuocata, vorrei essere già oltre, cinquecento chilometri, settecento. Jimmy va come un treno, con la sua Citroën carica come un mulo degli alpini.
«Shamala deve fare pipì».
Anch’io devo fare pipì, ma non osavo dirlo, non voglio distrarre Jimmy. Facciamo tutti pipì. Ho la schiena bagnata di sudore.
Non voglio considerare questa parte del viaggio: attraversare tutta la Pianura Padana è come andare al bar a prendere un caffè. Infatti, non ci fermiamo nemmeno per far benzina. Dritti fino a Trieste.
A Trieste certi campanili con la sommità un po’ rigonfia mi suggeriscono l’idea della moschea. Sono rosa, d’oro e marrone. Penso alla Mitteleuropa, che non c’entra niente con l’Islam. Però è già un segnale.
Facciamo benzina e ripartiamo rifocillati da acqua e panini. Alla frontiera guardano Jimmy da capo a piedi. Rajendra dorme.
«Oh ma quante palle», sbotta Nina. Jimmy la zittisce.
Nina sembra essere con noi per caso. Sembra una che ha appena finito di lavare tazze e piatti della colazione, che ha appena smesso di stendere il bucato, e per caso ha preso un’auto per andare a Rimini.
Non contribuisce alla coreografia, allo spirito di avventura, non è per niente in tono con la parola “Kabul”.
Gli slavi ci scrutano, uno ci fa aprire il baule. La carta igienica rotola per terra.
«Tutto ok, potete proseguire».
Veloci sulle autostrade della Croazia. Siamo nell’interno, lontani dal mare. A tratti mi sembra di essere in Toscana, ma il paesaggio si fa denso, verde: non è la Toscana, è una terra più bella e selvatica. Di slavi nemmeno l’ombra, il colonnello Tito li governa a bacchetta.
A Belgrado sta diluviando, non riusciamo a proseguire, ci ripariamo sotto un ponte. Altra acqua e altra pipì a turno, uno dopo l’altro, mentre la pioggia ti sferza la faccia e ti va dritta sul pisello. Nina e Shamala dormono.
Belgrado deve essere moderna, con grattacieli grigi: la intravedo da lontano, ci giriamo attorno per imboccare altri pezzi di autostrada, per continuare verso Sud.
Da quando siamo partiti, non ho ancora udito la voce di Rajendra. Ogni tanto Jimmy gli parla in malese, e ogni frase termina sempre con un «Ahh…», come una specie di falsetto.
Piove, piove ancora, dopo la Croazia non ha più smesso. Praticamente l’intera Jugoslavia è sott’acqua. Jimmy consulta le carte e poi dice: per di qua. Ha già fatto quel tragitto fino a Tabriz, che è in Persia. Questo mi tranquillizza.
Torna il sereno, il cielo è un lenzuolo lavato di fresco, che fa quasi tenerezza e mette voglia di vedere cosa c’è più avanti, oltre questa terra bella come una foresta intatta.
La prima notte, che passiamo in uno slargo ai bordi della strada, è semplicemente atroce. Sento i camion, il rumore dei diesel che diventa frastuono e ti impedisce di prender sonno. In sostanza è come se stessimo viaggiando.
Dormire in cinque in una Citroën GS 1220 Club non è il massimo. Ho le ginocchia in bocca e una gran voglia di tornare indietro. Ma il pensiero di Kabul è più forte di tutto.
Rajendra russa e Jimmy dice che non si può far nulla, nemmeno tentare di svegliarlo, perché altrimenti gli vengono gli incubi. Shamala chiude i suoi occhioni e Nina la stringe al petto.
Jimmy dice, «Scusa un attimo», e reclina indietro un po’ il sedile. A me pare di avere le occhiaie che scendono fino all’ombelico. Bisogna meritarsela Kabul, però mica avevo pensato che la notte potesse diventare un inferno. Quaranta notti così e perderò venti chili. Tutto dire, per uno che quando è in forma è comunque sottopeso.
Faccio due passi fuori, mi accendo una sigaretta e guardo la prima notte senza luna. Cinque bizzarri passeggeri che seguono un progetto bizzarro. Mi addormento mentre albeggia e vorrei già essere oltre il Bosforo.
Jimmy chiede, «Dormito bene?», e poi si rivolge in malese a suo fratello. Prima di partire facciamo la spola per pisciare dietro un’enorme siepe di bosso.

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