Bagagli sul set

Mary Poppins. Immagine di Maria - © Fotolia.com

Valigie scomparse, scambiate, rubate; preparate in fretta o mai aperte; pesantissime o straordinariamente leggere. Valigie piene di soldi, custodi di oggetti misteriosi o di gadget fantascientifici. Sono le valigie del cinema, protagoniste della scena.

Non sapremo mai quali diavolerie contenesse quella di Pulp Fiction, irradiante un’inquietante luce arancione, mentre conosciamo alla perfezione cosa c’era dentro la valigetta di James Bond, apparsa nel film Dalla Russia con amore: un improbabile coltello da lancio, un fucile di precisione smontabile con mirino telescopico a infrarossi, venti caricatori, una cinquantina di monete d’oro e addirittura una bomba, camuffata da barattolo di borotalco e pronta ad esplodere in caso di effrazione. BUM! Alla faccia del ficcanaso di turno e dei cattivi della Spectre.
E come dimenticare la valigia di Frantic, al centro di un intrigo internazionale che vedeva coinvolti CIA, Mossad e non meglio precisati agenti segreti arabi? Sparatorie, sequestri di persona, morti ammazzati e vertiginose passeggiate sui tetti: un sacco di seccature, e tutto per un casuale scambio di bagagli all’aeroporto.
Ben più drammatico e tangibile, complice il bianco e nero, è il ruolo delle valigie in molti film del neorealismo italiano. Basta ricordare i poveri fagotti dei minatori siciliani che attraversano l’Italia in cerca di lavoro e fortuna, ritratti da Pietro Germi ne Il cammino della speranza. Oppure le valigie di cartone legate con lo spago di Rocco e suoi fratelli, mute testimoni di una storia amara e recente, che troppo spesso si tende a dimenticare.

I bagagli cinematografici sono un simbolo. A volte diventano il tramite per raccontare sé stessi e il mondo, delineando allo stesso tempo un nuovo modo di fare cinema, come ne Le valigie di Tulse Luper, di Peter Greenaway. Oppure possono rappresentare un destino collettivo, ineluttabile e tragico, come ne Il pianista di Roman Polanski: le inquadrature contrapposte della piazza di Varsavia, prima gremita da migliaia di valigie, poi desolatamente vuota, sono immagini di straordinaria potenza, capaci di descrivere meglio di mille altre il dramma dell’Olocausto.
Ma i bagagli in scena non esprimono solo tragedie. Riescono anche a divertire. I due marescialli, girato da Sergio Corbucci nel 1961 non è certo un capolavoro, siamo d’accordo: però il trucco del valigione senza fondo, che Totò usava per depredare gli ignari viaggiatori alla stazione, è passato alla storia. E fa ancora sorridere.
Di una comicità irresistibile e indubbia sono invece alcune sequenze di Una notte all’opera, dove Groucho Marx cerca di fare entrare nella sua cabina un gigantesco baule-guardaroba. Che ospita, guarda un po’, ben tre passeggeri clandestini e desiderosi di raggiungere a tutti i costi l’America.
Contenuto insolito, ma certo non paragonabile a quello della borsa di Mary Poppins, da cui uscivano magicamente specchi, paralumi, piante ornamentali e oggetti di ogni tipo.
Il bagaglio che tutti vorremmo avere, poichè lasciarsi trasportare nel mondo della fantasia fa bene all’anima. Almeno ogni tanto, grazie alla semplice magia del cinema.

Paolo Novaresio