Bauli a sorpresa

Baule coloniale. Immagine di Bruna Biamino.

Bagaglio: secondo il dizionario italiano, tutto ciò che si porta con sé in viaggio. Ovvero quel poco che sta in una valigia. Pochissimo se c’è di mezzo un aereo.
E tutto il resto, gli amati oggetti quotidiani che potrebbero allietare la nostra vita all’estero? Niente da fare, restano a casa.

Agli occhi di un viaggiatore dell’inizio del secolo scorso, una barbarie. A quei tempi, almeno se si avevano i soldi, le cose andavano in tutt’altro modo: ogni oggetto aveva il proprio contenitore, realizzato su misura, elegante, pratico. I valigiai brillavano per ingegno e immaginazione, i bagagli erano vere opere d’arte. E per il trasporto c’erano ovunque schiere di volenterosi e robusti facchini.

Per forza: vorrei vedervi a sollevare da soli un baule in legno massello, che poteva trasformarsi in una scrivania portatile, ovviamente munita di ribalte, macchina da scrivere e cancelleria varia. Un noto artigiano francese ne fece una apposta per il signor Conan Doyle, allora impegnato a inventarsi le storie di Sherlock Holmes.

Vi sembra un’idea bizzarra? No, perché? Anche il famoso musicista Lèopold Stokowski possedeva un simile marchingegno, dotato di scomparti per gli spartiti e i libri, tavolino estraibile e metronomo: cioè tutto il necessario per comporre musica ovunque, seguendo l’ispirazione del momento.

Bagagli esclusivi, certo: come i cassoni da cui quasi per magia usciva un confortevole lettino pieghevole, indispensabile corredo per viaggi avventurosi. O il bauletto dove il maragià di Baroda teneva il suo servizio da tè preferito, comprendente fornellino, teiere e tazze in pregiata porcellana cinese: in tutto una dozzina di pezzi smontabili e perfettamente impilati, a prova di rottura.

Assai più comuni erano invece i grandi bauli guardaroba ad apertura verticale, con tanto di porta-abiti e cassetti per sistemare convenientemente i vestiti. Chi amava una maggiore sobrietà preferiva però la cosiddetta “valigia ideale”: al suo interno potevano trovare posto 5 completi, 18 camicie, 4 paia di scarpe, 3 bastoni da passeggio, un cappello, un ombrello e la biancheria intima. Fabbisogno minimo stimato per una settimana di viaggio.

In realtà l’elenco di bagagli speciali costruiti nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento é interminabile, quasi maniacale: oltre alle banali cappelliere, alle scarpiere, ai bauletti da toeletta e alle farmacie portatili c’erano bauli matrimoniali, bauli militari, bauli-biblioteca, bauli che funzionavano come vasca da bagno. E persino bauli da mongolfiera, fabbricati in materiale impermeabile e galleggiante, utilissimi in caso di ammaraggio forzato.

Ma la palma dell’originalità spetta senza dubbio alla kit bag fire escape, un capiente valigione in grado di ospitare al suo interno il proprietario. In caso di incendio, grazie all’apposita cinghia in dotazione, poteva essere calato in tutta sicurezza dalla finestra dell’hotel. A patto di trovare qualcuno che gentilmente sfidasse le fiamme per salvarvi la pelle.

Ma questi sono dettagli. L’importante è avere sempre con sé l’attrezzatura giusta per far fronte a ogni imprevisto. Con eleganza. Poi il resto va da sé.

Baule di stile coloniale. Courtesy Bruna Biamino/Fondazione Torino Musei.

 

 

[box] Articolo pubblicato su Panorama Travel, marzo 2011[/box]

 

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