Bagagli VIP

Dimmi che bagaglio hai e ti dirò chi sei, recita il vecchio adagio. C’è chi ama viaggiare leggero e chi mette in valigia tutto ciò che può, chi bada all’essenziale e chi non riesce a rinunciare ai propri vizi, a costo di portarsi dietro gli oggetti più bizzarri.

Come la pagoda-posacenere d’argento appartenuta a Winston Churchill: ben imballata in una scatola apposita, seguiva l’illustre statista in tutti i suoi spostamenti. E non è finita: accanito fumatore, Churchill si era fatto fabbricare pure una speciale maschera a ossigeno bucata, in modo da poter assaporare i suoi amati sigari anche in volo. Strano forse, ma certamente consono al personaggio.

Assai più incongruo, o almeno ben diverso da ciò che ci si aspetta, è il bagaglio che accompagnava Bruce Chatwin nelle sue peregrinazioni attraverso il mondo. Dimenticatevi la romantica figura del viaggiatore solitario, il nomade senz’altro fardello che una vecchia macchina da scrivere Olivetti e una pila di taccuini Moleskine sgualciti. Tutta letteratura. Secondo una recente, e dissacrante, biografia, Chatwin viaggiava in realtà con montagne di roba al seguito: oltre a un guardaroba degno di Greta Garbo, il suo fabbisogno quotidiano comprendeva pacchi di medicine, varie bottiglie di champagne e adeguate scorte di cibarie pronto uso, cereali per la prima colazione inclusi.

Al confronto il bagaglio di Kapuscinsky appare a dir poco miserabile: a sentir lui, una volta tornò dall’Africa con un solo paio di jeans, una padella e una cassa zeppa di libri. Troppo poco per non insospettire i doganieri polacchi, che continuavano a chiedergli dove fossero finite le altre valigie.

I libri erano la fissa anche di Aldous Huxley, scrittore e gran viaggiatore, che si muoveva con un’enorme baule contenente addirittura l’edizione completa dell’Enciclopedia Britannica.

E se qualcuno avesse aperto il bagaglio del Dottor Livingstone, in procinto di attraversare l’Africa da costa a costa, avrebbe avuto la sorpresa di trovare ben 73 volumi divisi in tre voluminosi fagotti: un peso non indifferente per un viaggio di quel genere, tanto che Livingstone fu costretto dalle proteste dei portatori a liberarsi del carico durante il cammino.

Stessa sorte seguì il cavalletto da pittura di Jean Cocteau, che nel 1936 decise di trasformare in realtà il giro del mondo in ottanta giorni ipotizzato nel famoso libro di Verne. Il marchingegno, che si apriva “con malvagità scorpionesca”, fu abbandonato senza rimpianti a Singapore.

Piuttosto strambo appare anche il contenuto della borsa in pelle di tasso usata da Goethe durante il suo famoso viaggio in Italia: oltre che di indumenti ed effetti personali era infatti zeppa di campioni geologici, ovvero un’eterogenea collezione di rocce e sassi raccolti alla rinfusa lungo la strada. A quale scopo fossero destinati non è chiaro.

Terribilmente normale e ordinatissimo appare invece il contenuto della valigia di Freud, composto semplicemente da qualche abito di buon taglio, un completo di seta leggera e l’immancabile bastone da passeggio. D’altra parte il padre della psicoanalisi odiava viaggiare, si recava alla stazione ore in anticipo e spesso perdeva il treno. Ovvio che il suo bagaglio rispondesse a uno schema prefissato: ottimo metodo per eludere l’ansia della partenza. Lui, il padre della psicoanalisi, su queste faccende la sapeva lunga.

Immagine di copertina © Oleksandr Moroz – Fotolia

[box] Articolo di Paolo Novaresio, pubblicato su Panorama Travel, dicembre 2011.[/box]