Effetti personali

??? . Immagine di ??? Zanzottera

Quattro cose in valigia e via. Viaggiare leggeri, liberi, senza ingombri: cosa c’è di meglio? Beh, dipende dove si va.

Per esempio, se vi venisse mai l’idea di organizzare un viaggio di esplorazione in Africa, la lista del necessario sarebbe piuttosto corposa. Sicuramente però non paragonabile a quella approntata nel 1888 dal conte Samuel Teleki, in procinto di partire per il Kenya settentrionale.
Il suo bagaglio, noblesse oblige, pesava infatti ben 16.500 chili: in pratica, una miriade di articoli e oggetti di ogni tipo, tra cui spicca un battello smontabile in metallo, diviso in sei sezioni. Un bel giocattolino: peccato che per trasportarlo ci volessero diciotto uomini.

Vi sembra esagerato? Forse, ma anche gli altri esploratori dell’epoca non scherzavano: Burke e Wills, che qualche decennio prima avevano percorso l’Australia da sud a nord, di bagaglio al seguito ne avevano circa 21 tonnellate, compresi 270 litri di rum destinato ai cammelli, tanto per movimentare le serate.

E tale André Pilette, oltre a casse piene di ostriche in scatola, champagne, tartufi e ogni ben di dio, si portava dietro una batteria da cucina degna di un ristorante parigino.
Nel suo bagaglio figuravano anche un paio di abat-jour, un fonografo con dischi, una chaise longue, bicchieri in cristallo e addirittura una divisa per il cameriere incaricato di servirlo a tavola.

Per non parlare di Stanley, che si muoveva abitualmente con centinaia di portatori: tutti carichi come muli, ovviamente. Sembrerà folle, ma è comprensibile: nel bel mezzo delle giungle del Congo il minimalismo non paga. E poi un po’ di comfort non guasta, siamo sinceri.

Ma Sarah Bernardt, come la giustifichiamo? Lei, “la divina”, viveva nel lusso e frequentava i migliori hotel del mondo: me lo dite che bisogno aveva di portarsi appresso 57 bauli? Il New York Times del 20 novembre 1905 descrive in toni epici l’interminabile processione di facchini, incaricati di trasferire il suo bagaglio sul treno speciale per Chicago, prima tappa della sua tourneé negli Stati Uniti. La signora subì anche un controllo doganale, da cui risultò che la sua valigia personale conteneva gioielli per 35.000 dollari. Roba dozzinale, s’intende, tra cui spiccava una tiara d’oro tempestata di diamanti.

Anche Wally Simpson e il Principe di Galles viaggiavano in buona compagnia: quando la coppia tornò dalla luna di miele, qualcuno si prese la briga di contare i loro bagagli: 266 colli, tra bauli, valigie, cappelliere e pure un barile colmo di acqua fatta venire apposta da Londra.

Altri tempi, quando ostentare la ricchezza non era un peccato sociale e la quantità di valigie certificava il rango del viaggiatore. Oggi le cose vanno in tutt’altro modo. Salvo eccezioni: come le famose 110 valigie che Liz Taylor sfoggiò al suo arrivo in Francia nel 1964 e le 50 usate da Mariah Carey per un recente soggiorno settimanale in Inghilterra. O il fatto che qualche anno fa Demi Moore abbia rispedito indietro il jet privato offertole dalla Sony per presenziare a una prima cinematografica. Il motivo? L’aereo era troppo piccolo per ospitare in modo adeguato i bagagli dell’attrice: con tante scuse gliene fu mandato un altro con una stiva più capace. E ci mancherebbe: decidere il confine tra necessario e superfluo è una faccenda dannatamente personale. Come esercitare la modestia.

Piroga carica di bagagli sul fiume Niger (Mali). Courtesy Bruno Zanzottera/Parallelo Zero.