Bengkala, villaggio della lingua dei segni

Bali, una delle isole indonesiane più visitate dai turisti, è un crocevia di lingue e culture. L’idioma più parlato è l’inglese (almeno tra i non nativi), mentre pochi stranieri conoscono l’indonesiano e, ancor meno, il balinese, la lingua locale. Un linguaggio che tuttavia davvero soli in pochi sanno è quello di una tribù che vive nella giungla a nord dell’isola, il kata kolok, un idioma che ha una straordinaria peculiarità: non essere mai stato pronunciato.
Si tratta infatti di una lingua dei segni, ma indipendente da quella internazionale o indonesiana: noto anche come “il linguaggio dei sordomuti”, il kata kolok è la principale forma di comunicazione nel villaggio di Bengkala, nel nord dell’isola, dove un’altissima percentuale di abitanti soffre di ipoacusia.

Da oltre sette generazioni, infatti, la maggior parte dei nascituri del villaggio nasce già non udente, tanto che ad oggi ben 42 dei circa 3000 abitanti di Bengkala sono sordi fin dalla nascita. Un numero impressionante, se paragonato con il resto del mondo: negli Stati Uniti, per esempio, su 1000 nati solo due o tre sono sordi o comunque presentano problemi all’udito. Come si spiega questo fenomeno? La causa dell’elevata percentuale di sordità è un gene recessivo, il DFNB3, che per l’appunto è presente nel villaggio da sette generazioni. Prima che fosse scoperta la ragione scientifica del problema, i locali credevano che Bengkala fosse stato colpito da una maledizione. La leggenda narra infatti di una battaglia tra due maghi, che poi si sono maledetti a vicenda imponendosi la sordità.

Nonostante il termine “Bengkala” significhi “posto dove nascondersi”, in realtà gli abitanti affetti da sordità non sono assolutamente ostracizzati dalla comunità. Anzi: sono coloro che non hanno alcun problema uditivo a essersi adattati allo stile di vita dei non udenti, tanto da insegnare ai propri figli il kata kolok proprio come se fosse una seconda lingua. In questo senso, si crea una condizione di uguaglianza che permette a tutti i bambini di sentirsi uguali. Del resto, insegnare il linguaggio dei non udenti può essere anche  vantaggioso, oltre  a  rappresentare un  gesto  etico molto  importante:  dato che il 10% della popolazione di Bengkala è portatore del gene recessivo responsabile della sordità, questa si può sviluppare non solo alla nascita ma anche durante la crescita e l’età adulta. Meglio quindi essere organizzati fin dai primi anni di vita, imparando una forma di comunicazione alternativa.

A Bengkala, l’essere sordi non è qualcosa che riguarda il singolo, bensì tutta la comunità, tanto che in questo villaggio la differenza tra essere normodotato e non udente è davvero sottile o, meglio, è più sottile qui che in altre parti del mondo. Ma se comunicare, all’interno della comunità di Bengkala, non è un problema, lo diventa quando ci si deve confrontare con il mondo esterno. Gli abitanti del villaggio che soffrono di ipoacusia, infatti, non sanno come esprimersi con coloro che non conoscono il kata kolok e dunque alcune operazioni, come ad esempio vendere beni o servizi, diventa molto difficoltosa se non impossibile. Tutto ciò ha come conseguenza un impoverimento generale della popolazione. La maggioranza degli abitanti di Bengkala, infatti, è composta da contadini poveri che vivono della coltivazione di mango, banane e guava, allevano mucche e maiali e qualche animale da cortile. Persino vendere i loro prodotti al mercato locale per questi contadini è un’impresa titanica, potendo comunicare solo a gesti.

La situazione, tuttavia, sta lentamente cambiando: le ultime generazioni, infatti, sono più aperte al mondo esterno e cercano mezzi di comunicazione alternativi. Tra smartphone, social media e linguaggio dei segni internazionale, per gli adolescenti sordi di Bengkala esprimersi con gli altri sta diventando più semplice. Una situazione agevolata anche dall’istituzione di un nuovo collegio per non udenti nella vicina città di Jimbran, dove gli studenti sordi hanno la possibilità di imparare la lingua dei segni indonesiana e facilitare così l’integrazione con i non-abitanti di Bengkala.

La singolarità di Bengkala rappresenta comunque un valore aggiunto a livello culturale. Nel villaggio, per esempio, si balla una danza molto particolare, chiamata “jager kolok” o “danza dei non udenti”, un modo creativo per esprimere il ritmo (e, senza musica, è sicuramente un’impresa difficile) pur non avendo una base sonora. Testimonianza che si può fare arte in ogni frangente. Incluso un villaggio dove la maggioranza della popolazione è sorda.

A cura di Starkey Italia