Canto per l’Africa

In Africa spazio e tempo non sono entità coordinate.
Tutto dipende dall’uomo: sono gli uomini che decidono e sanciscono lo scorrere del tempo, il dilatarsi o il restringersi dello spazio.
Spazio e tempo non esistono senza il passo, il gesto, la parola.
Il deserto non è immaginabile senza le tracce della carovana; la foresta è illeggibile senza il sentiero; ed è il belato della capra che rende visibili i cespugli spinosi della boscaglia, a uno a uno.
Venti chilometri possono essere un giorno di cammino, ma anche una settimana, se ci si ferma a chiacchierare lungo la strada.
Più cose possono accadere nello stesso attimo, oppure nulla può accadere mai.
Niente è definitivo né casuale, neppure la vita e la morte.
Gli antenati vivono nella mente e nei corpi dei viventi; i viventi non potrebbero esistere senza il sostegno e la guida degli antenati.
Così l’Africa si ricrea ogni mattina: come una musica, un canto che sale con la luce dell’alba dalle periferie urbane, dai boschi e dalle pietraie, alla ricerca di un riparo nella memoria.

1.

È l’alba. Le piccole orme della volpe pallida spiccano nitide sulla sabbia gialla.
È venuta nell’ora più buia della notte, ha bevuto l’acqua e mangiato le noci di cola, poi si è trattenuta a lungo all’interno del riquadro sacro, spostando gli stecchi di divinazione sistemati dall’indovino.
Per suo volere, dalla polvere prenderanno forma i disegni divini, così svelati agli uomini.
Fu Volpe a fecondare per la prima volta la Madre Terra, sola e senza il conforto vitale della parola, dando forma e contenuto al vuoto immobile in cui giaceva il mondo.
La domanda è stata posta nel modo giusto, il responso è stato chiaro: col consenso degli antenati presto cadrà la pioggia e l’acqua riempirà i canali di irrigazione fra i campi di miglio e cipolle, salvando il raccolto.
Il vecchio indovino Dogon scruta l’orizzonte polveroso verso il Sud, oltre la grande piana di sabbia ed erba gialla.
Le nuvole nere, cariche di pioggia, verranno da laggiù, annunciate da un odore pungente di terra e alghe.
Il sole si alza lentamente nel cielo lattiginoso.
Le prime luci proiettano sulle rocce l’ombra dei tetti appuntiti dei granai in terra cruda.
Anche le voci dei bambini sembrano zampilli d’acqua fresca stamattina, tra le case del villaggio di Irelì, Falesia di Bandiagara, Mali.

2.

Fa troppo freddo, stamattina è un giorno crudele.
Per tutta la settimana il termometro è sceso sotto lo zero, ogni giorno.
Le Colline dell’Acqua Bianca sono coperte di brina e sopra la città incombe una nube di fumo denso e nero: laggiù, fra le distese senza fine di baracche di legno e lamiera, si brucia di tutto per scaldarsi, anche i copertoni.
Questo inverno sembra non finire mai, se non si ha una casa.
Sylvia una casa ce l’ha, o almeno una parte: manca il tetto.
Ci sono voluti due anni di attesa, fasci di documenti in tre lingue diverse, code interminabili: poi, improvvisamente, l’assegnazione.
Ma dei soldi stanziati dal governo, non restava più nulla: spariti nelle tasche di qualche funzionario disonesto.
Niente soldi, niente lamiera ondulata, niente tetto. Equazione elementare, sorry.
Solo quattro muri di cemento grezzo e, sulla testa, il cielo.
Un uomo in giacca e cravatta, dietro il vetro di un ufficio polveroso, le ha detto che deve attendere ancora, ma è questione di poco.
Quanto? – pensa Sylvia – Quanti giorni, o mesi, o forse anni? E con uno stipendio da donna delle pulizie, ottocento rand al mese per tre giorni alla settimana di lavoro garantito, due figli e un marito disoccupato, riuscirò a pagare l’affitto?
I cumuli di detriti minerari, colline squadrate di polvere giallo limone, sembrano blocchi di ghiaccio.
Il taxi collettivo abbandona il confine di Soweto per inoltrarsi fra i viali alberati dei sobborghi residenziali di Johannesburg, Gauteng, Sudafrica.

3.

I leopardi stanno in cima alle colline, ma ne sono rimasti pochi per fortuna.
Con la guerra sono arrivati i kalashnikov dall’Angola, un fucile per due vacche, e gli Himba ne hanno approfittato per far fuori i predatori.
A dire il vero, oltre alle loro mandrie, nella boscaglia è rimasto ben poco su quattro gambe.
La guerra è finita da un pezzo ormai, e i due bambini ne hanno solo sentito parlare dai genitori.
Quattro anni uno e sette anni l’altra: sono stati lasciati qui, presso la sorgente, a sorvegliare gli agnelli.
Il posto più vicino con una parvenza di civiltà è Epupa Falls, quattro ore di cammino tra pietraie insensate.
Non ci sono capanne, né ripari provvisori, né ombra degna di questo nome: appesi a un alberello senza foglie alcuni vasi per la mungitura, una cetra, un coltellaccio nel fodero di legno, una zangola e pochi altri utensili.
I pastorelli dormono con gli animali, all’aperto, su due stuoie di pelle di capra.
La bambina non sorride mai, parla sottovoce e si muove con passi di danza.
È bellissima. Guarda con indifferenza i miei scarponi da montagna, grossi e pesanti.
Camminare è un’arte di leggerezza quaggiù, nella valle del Kunene, Kaokoveld, Namibia.

4.

William Lepukei è uomo di due mondi.
È un Turkana ma capisce i wazungu, i bianchi, e da anni lavora con loro, accompagnandoli lungo i sentieri impervi del deserto di lava e assistendoli nelle loro occupazioni.
Alcuni cercano gli animali-pietre, i fossili di cui la zona è ricchissima, altri vengono a censire gli uccelli migratori che fanno sosta sul lago, altri ancora semplicemente a fare i turisti.
C’è chi ha i soldi e chi no, Lepukei ha imparato anche questo durante gli anni: i wazungu non sono tutti uguali.
Gli anni passano, Lepukei ha le tempie grigie e sempre lo stesso problema: come sbarcare il lunario.
Oggi, per esempio, non sa cosa mangerà.
Solamente pensare al pesce, l’unico cibo sempre disponibile, gli dà la nausea: vorrebbe della carne, ma al solito ha le tasche vuote quanto lo stomaco.
I bei tempi dei grandi safari a piedi sembrano essere tramontati; il Grande Progetto annunciato, che dovrebbe cambiare la sua vita e portare nuova linfa a tutta la regione, non arriva mai.
I soldi degli aiuti per l’Africa sono bloccati in Europa da anni, nessuno sa perché.
È un mondo di iene e nessuno meglio di Lepukei sa cosa ciò significhi.
Le cose sono peggiorate, tutto costa ogni giorno di più, tirare avanti è sempre più difficile nella maledetta Loyangalani, sponda orientale del lago Turkana, Kenya.

5.

Un piede davanti all’altro, quarto della fila.
Sessanta dromedari, sei uomini, tre tonnellate e mezzo di sale in pani a forma di cono.
Assenza totale di paesaggio, niente cui lo sguardo esausto possa aggrapparsi.
Alla sete non bisogna pensare.
È il lavoro dei Tuareg, la carovana.
Il sole scompare, ingoiato dall’orizzonte piatto.
Calano le ombre della sera. Oltre il cerchio di luce del fuoco, nel buio nulla, danzano i djenoun, gli spiriti del deserto, burloni e maligni.
Suo padre ci credeva e li temeva.
Lui, Mamoudane, non ne è più sicuro: la terra scricchiola e si muove la notte, questo è vero, e all’orecchio non si può mentire.
Ma saranno davvero i djenoun?
Suo figlio, che ha studiato e lavora alle miniere di uranio di Arlit, gli ha spiegato che quei rumori sono provocati dalla differenza di temperatura tra il giorno e la notte.
La terra si contorce, allora, come fosse viva.
E non è la stessa cosa? Sia quel che sia, conclude Mamoudane, non ci sono buone ragioni per lasciare il campo e addentrarsi nel vuoto minerale dell’Adrar Bous, deserto del Tenerè, Niger occidentale.

Paolo Novaresio

 

CapeTown. Greenmarket Square - Foto Bruno Zanzottera
CapeTown. Greenmarket Square (Foto Bruno Zanzottera)