Che cos’è il Mal d’Africa?

Namibia (foto Anna Alberghina)
Namibia (foto Anna Alberghina)

Definizione: si tratta di una patologia assolutamente popolare, trasversale nella sua diffusione.
Non conosce limiti di età, di provenienza geografica (possono soffrire di Mal d’Africa anche gli africani), di ceto sociale o di categoria professionale (ne soffrono gli scrittori, i giornalisti, i missionari, gli antropologi, i naturalisti e gli psicologi – perfino Jung, uno dei padri fondatori della psicoanalisi, venne colto dal morbo in Africa Orientale).
La particolarità della malattia risiede nel fatto che si manifesta sotto diverse forme.

C’è chi dice che il Mal d’Africa scoppi in occasione di un viaggio nell’Africa Nera e c’è chi dichiara di essere stato colpito durante i suoi viaggi sahariani, tra quel vuoto denso di contenuti, e c’è anche chi teorizza che il contagio si manifesta quando, rientrando da un viaggio in Africa, si avverte un disagio psico-emotivo, un senso di inadeguatezza nel riprendere il proprio stile di vita.
Ed ecco che accanto ad un profondo malessere subentra la nostalgia di quei giorni passati in Africa, di quell’Eden ritrovato fatto di incontri, suggestioni di immagini ed emozioni.

C’è chi dice che sia l’attrazione per una natura vergine, incontaminata, vera, primordiale a veicolarne i batteri (una sorta di Mal d’Africa naturalistico)e chi invece dichiara che sia l’Africa degli uomini, dei contatti umani a sollecitarne l’esplosione (una sorta di Mal d’Africa antropologico).

C’è chi dice che si esprime sotto forma di una profonda nostalgia per una civiltà perduta, per un passato primitivo in cui si esalta il valore della tradizione e c’è chi identificando l’Africa come spazio selvaggio per eccellenza, come negazione di civiltà, come una sfida personale al pericolo, all’ignoto ci ripropone una sorta di nuove eroe del viaggio avventura che tanto ci ricorda i coraggiosi esploratori ottocenteschi.

Ma c’è anche chi dice che il Mal d’Africa non esiste, liquidandolo come un retaggio romantico le cui origini devono attribuirsi a una letteratura inglese di stampo coloniale.

Uganda. Parco nazionale di Bwindi (foto Anna Alberghina)
Uganda. Parco nazionale di Bwindi (foto Anna Alberghina)

Il fascino e il mistero del Mal d’Africa risiedono proprio nella sua difficile classificazione.
Concetto letterario, malattia dell’animo, pugno nello stomaco, stupore, attrazione per un luogo che sembra ci appartenga.
Tra le teorie che hanno cercato di ricondurlo a origini scientifiche due mi sembrano particolarmente interessanti.
Anche perché entrambe sottolineano un aspetto abbastanza comune della malattia.
Ecco che quando mettiamo piede in Africa ci sentiamo inspiegabilmente a casa.
L’Africa sembra appartenerci, da sempre. Una sensazione, un istinto, una visione?
La prima teoria è di carattere antropologico, la seconda muove i passi tra i meandri della psicoanalisi.

Interessante è la tesi dell’antropologo Richard Leakey che pone l’attenzione sulla memoria genetica.
Una memoria delle nostre origini (l’Umanità non mosse i primi passi nella savana africana?) che sopravvive nei nostri geni, frasi scritte indelebilmente nel nostro DNA.
È come se i nostri cromosomi ci ricordassero: “un tempo vivevo in una pianura africana”.
In fondo, i primi essere umani non hanno lasciato monumenti, ma hanno lasciato la loro memoria in ognuno di noi.
È dunque naturale amare il paesaggio della savana, visto che è lì che si è compiuta la nostra evoluzione.
Ed è per questo che riconoscendo il luogo da cui proveniamo, in Africa ci sentiamo a casa.

La teoria psicoanalitica va invece a rintracciare il nostro passato africano nell’inconscio, nella parte della mente che risiede al di sotto dell’attenzione cosciente.
A contatto con l’Africa si risveglia una memoria profonda che funge da induttore per tutti quei contenuti, per lo più emotivi, che risiedono nel nostro inconscio.

Botswana. Makgadikgadi Pans National Park (foto Anna Alberghina)
Botswana. Makgadikgadi Pans National Park (foto Anna Alberghina)

L’Africa ci fa sognare: attività psichica che da noi, così recitano certe statistiche, è sempre più desueta.
La gente sogna meno di un tempo: sembra sia dovuto al fatto che si vedono sempre più immagini fuori e rimane sempre più spazio dentro.
Viviamo in una società in cui impera l’ubiquità dei media dell’immagine (schermi, cartelloni, riviste, Tv, vetrine).
Numerose e onnipresenti le immagini ci inondano e, non potendo sottrarci, ci rendono immagine-dipendenti.
Ma queste immagini sono rapide e fugaci, sono fantasmi, incubi, sono senz’anima.
Sono immagini prive di immaginazione e dunque prive di autenticità.
Sono subdole e pericolose nella riproduzione di una realtà apparente, che non esiste.
Sono diaboliche perché assomigliano alla realtà.
Sono violente perché tanto più vogliono farci credere di essere vere, di riprodurre la realtà, tanto più si rendono simili alla realtà, finte.
La loro atrocità risiede nell’abito di realtà che vogliono indossare, un abito che il più delle volte vanno a cercare nei meandri di un sottomondo di violenza.
Le immagini che ci assalgono sono in esilio, senza radici, senza casa. E perché?
Perché hanno eliminato il terzo spazio, quello dell’immaginazione, compreso tra le funzioni dello spirito e le sensazioni del corpo. Le immagini ci procurano un’ansia che possiamo placare solamente restituendo autenticità alle immagini.
Le immagini contemporanee di una società mass-mediologica non hanno capacità di commento, di rielaborazione.
Nell’immagine non c’è più magia (non a caso Alberto Moravia nel libro “A quale tribù appartieni” scrive che due sono le facce del Mal d’Africa: la magia e l’attrazione/paura per la preistoria). L’immaginario non è forse il luogo dell’anima?

Quando siamo in Africa il nostro potere evocativo, la nostra immaginazione è tutt’uno con l’immagine. E allora gli occhi di un africano parlano, le parole ci guardano, il nostro sguardo pensa. Forse è questa la particolarità dell’Africa; là le immagini mantengono un perfetto equilibrio tra il fuori e il dentro. Tutto ciò che vedi ti entra dentro e non viene portato via dall’immagine successiva, creando una sensazione di profondo arricchimento.
Le immagini d’Africa ci portano alle cose, evocano emozioni e pensieri, raggiungono la loro anima, ci fanno produrre immaginario. Le immagini in Africa sono animiste.

Michela Manservisi