Chiunque incontri la bellezza…

Chiunque incontri la bellezza e non la riconosca diventerà presto povero.

È la ricchezza immateriale a creare quella materiale, recita un proverbio africano. Affermazione che ci porta a considerare in maniera nuova le opere di scultura africana. Scultura e non arte, in quanto l’arte (soprattutto in Africa) comprende a pieno titolo la musica, la danza, il canto recitativo, la decorazione corporale e la tessitura.

Ugualmente inadatte ci sembrano le definizioni di arte primitiva o primaria, che richiamano l’idea euro-centrica di uno sviluppo lineare e progressivo dell’arte. Senza contare che in questa accezione, l’aggettivo “primitivo” è usato in modo generico e arbitrario.

Osando generalizzare, le caratteristiche di una cultura primitiva, sono: isolamento territoriale, assenza di tradizioni storiche scritte, economia di sussistenza basata sullo scambio, mancanza di grandi insediamenti urbani, relazioni sociali basate sui rapporti di parentela, scarsa o nulla specializzazione economica e industrializzazione, solo per citarne alcune. Criteri che solo in certi casi possono essere applicati in blocco alle società africane. Se consideriamo primitive Ife, Grande Zimbabwe, Djenné e le altre città del Delta Interno del Niger (al centro di famose aree di produzione artistica), dovremmo considerare tali anche Chan-Chan e gli altri siti di sviluppo delle civiltà andine. Affermazione che nessun storico degno di fede si sognerebbe mai di avallare.

Ma una volta crollata l’idea di primitivismo, cosa resta da considerare? Cosa vediamo? Una visione artistica complessa ed estremamente articolata, che coniuga istanze pratiche, rituali ed estetiche in un linguaggio visuale ancora in gran parte da scoprire. Tali istanze sono di solito presenti in vari gradi in tutte le sculture africane.

Nel caso di una maschera, l’elemento rituale sarà dominante (rapporto con l’aldilà o il soprannaturale), ma pure importanti sono l’aspetto pratico-funzionale (coesione sociale) e quello estetico (la bellezza, indispensabile all’esistenza umana – ricordate il proverbio?).
In un poggiatesta, basilare sarà l’aspetto pratico (salvaguardare l’acconciatura, poter riposare con la testa sollevata dal suolo e al sicuro dagli insetti nocivi), seguito a ruota da quello estetico. Il lato rituale sembra assente, ma in realtà una forma elegante e inconsueta sottolinea il rango dell’individuo e il suo ruolo nel gruppo (in Africa ruolo sociale = ruolo rituale).

Bisogna inoltre considerare che nelle culture africane la stessa definizione di opera d’arte è a volte sfuggente, ambigua. Illuminante in questo caso è l’esempio dei Chokwe, una popolazione di agricoltori e allevatori che abita la zona di confine tra Angola e Repubblica Democratica del Congo.

Agli occhi di un osservatore esterno l’arte Chokwe comprende una varietà di manufatti, quali le maschere, le figure scolpite, gli strumenti musicali, vari tipi di contenitori in legno e fibre vegetali, i costumi in corteccia battuta e in genere tutti gli oggetti in qualche modo decorati o dipinti. Dall’elenco sono esclusi gli oggetti prodotti per chiaro scopo utilitario, ad esempio le zappe in ferro e altri utensili d’uso comune. Per i Chokwe, le cose stanno in modo diverso: dato che la fabbricazione di tali oggetti implica la conoscenza tecnica dei complicati processi di fusione,  le zappe sono a pieno titolo espressioni artistiche. La capacità di dominare la materia bruta trasformandola in oggetti di utilità collettiva contiene valenze sociali, magiche e di identità individuale che non possono essere sottovalutate. Non a caso, in lingua chokwe i termini bello e buono, (leggi utile), coincidono.

Ricapitolando, gli intenti che guidano la creatività di un artista africano sono rituali, estetici e funzionali. Valori che si trasmettono per intero all’acquirente occidentale, subendo però una traslazione concettuale e percettiva più o meno marcata. Il fattore estetico, se pur adattato ai nostri canoni di valutazione ed a un determinato concezione di bellezza, è certo il più importante. Si acquista una maschera o una figura scolpita perché soddisfa il nostro gusto, cioè se è di aspetto gradevole, in tutte le possibili accezioni del termine. In questo caso, fatte le dovute differenze, gli intenti del produttore e del fruitore coincidono.

Più complessa è la traslazione che interessa l’intento funzionale: lo scopo del compratore di un poggiatesta o di uno strumento musicale non è certo l’uso quotidiano. Si acquista l’oggetto perché è di forma piacevole: l’intento è unicamente estetico, almeno apparentemente, mentre quello pratico-funzionale sembra scomparso. In realtà sopravvive, traslato nel valore commerciale attribuito nell’oggetto, che può essere scambiato con altri simili o rivenduto a un prezzo maggiorato. Il processo di traslazione di intenti riguarda anche l’aspetto rituale: la maschera o la statua-reliquiario che entrano a far parte di una collezione privata, diventano spesso oggetti speciali, da cui è difficile separarsi. Si potrebbe dire che assumono il ruolo di “neo-feticci”, rivitalizzati con un valore diverso e spesso superiore a quello estetico e funzionale.

Questa generazione di neo-feticci e neo-sculture, giunti nell’ultimo secolo dall’Africa e isolati dal loro contesto d’origine, ha sostituito il valore immateriale assoluto con un valore di mercato relativo. Nelle vendite all’asta e nelle quotazioni presso le gallerie d’arte tali oggetti sembrano spesso sopravvalutati, soprattutto rispetto al valore che gli era attribuito sul luogo di produzione. Talvolta è così, ma in molti casi il meccanismo funziona in modo inverso. Che dire per esempio di una moneta-gong yoruba, proveniente dalla Nigeria meridionale, quotata generalmente qualche centinaio di Euro? Già il prezzo non è di per sé elevato, ma se pensiamo che un tempo non troppo lontano con la moneta in questione si potevano comprare due schiavi, appare addirittura irrisorio. Chiaramente è un esempio paradossale, ma utile per riflettere sui contraddittori meccanismi che determinano il valore di una scultura africana sul mercato occidentale.

Oltre al fattore estetico, dipendente dal gusto personale e dai canoni critici dominanti del momento, ci sembra opportuno considerare il valore storico di un’opera africana. Molti degli oggetti esposti in questo catalogo sono scomparsi, non sono più espressione dei saperi locali: in sostanza non sono più “viventi” per chi li ha prodotti. Ciò vale per certe figure magiche, vittime dell’iconoclastia imposta in passato dalle religioni monoteiste, che hanno scalzato senza troppi complimenti i culti tradizionali. E anche per molte maschere, giudicate ormai inadatte ad assolvere al ruolo rituale cui erano preposte, in quanto rese obsolete dagli improvvisi cambiamenti economico-culturali che hanno investito negli ultimi cent’anni le società africane.

Un discorso a parte meritano gli oggetti di uso quotidiano, quali per esempio i poggiatesta o le ciotole per il cibo: in certe zone del continente sono ancora reperibili con una relativa facilità, ma la qualità estetica diventa di giorno in giorno più scarsa, a causa del peggioramento delle tecniche di fabbricazione e della scomparsa degli artigiani. Altri oggetti non sono più in uso, come le ciotole in legno dal coperchio scolpito dei Lozi dello Zambia o i piatti zulu per la carne, soppiantati da più pratici omologhi in ferro smaltato o alluminio prodotti in Cina.

La stessa continuità tradizionale delle forme è minacciata da spinte innovative e contaminazioni sempre più invasive, anche se non necessariamente di segno negativo. Definire i contorni di questo paesaggio culturale fluttuante e ricchissimo di variabili non è semplice e richiede nuovi strumenti cognitivi. Una certa visione dell’Africa tende ad affiancare sculture di epoche antichissime a oggetti “moderni”, facendo riferimento a un’ipotetica e immobile geografia stilistica del continente. La suddivisione rigida della popolazione africana in interminabili elenchi di gruppi, sottogruppi e clan, anche solo attraverso lo stile dei manufatti, è basata in gran parte su costrutti politici ed etnologici fittizi. L’Africa non è (e non è mai stata) avulsa dalla Storia. Ogni rappresentazione fatta da noi occidentali, deve pertanto essere inserita in un quadro evolutivo dinamico e tener conto dell’amplissima rete di contatti che individui e gruppi hanno mantenuto con altri individui e gruppi, anche non nativi del continente.

Questo processo non è mai stato lineare, né nello spazio geografico né nel tempo. Le sculture africane vanno collocate accanto ai loro autori, in una prospettiva di discontinuità culturale e territoriale. È la singolarità che incrementa il valore di un’opera, sia dal punto di vista estetico che da quello economico.

In sostanza ogni oggetto è unico, specchio del momento storico e del contesto sociale durante cui è stato realizzato. E in quanto tale, irripetibile.

Paolo Novaresio, curatore Dipartimento Arte Africana

Immagine di copertina: Coppia di gemelli Ibeji con vesti di perline, Yoruba (Nigeria) – Courtesy CAMBI, Casa d’aste