Vudu, culto e riti di una religione

Danza del fuoco - foto Irene Fornasiero
Danza del fuoco - foto Irene Fornasiero

Il sole sta per tramontare nel tempo veloce che i tramonti hanno in Africa. In un cortile di terra battuta, attorno a un albero, le sedie di plastica aspettano il re e la regina del vudu e gli spettatori che assisteranno al rito.
Arriva la coppia reale, lui anziano e piccoletto, lei giovane e splendida nei colori di Mami Wata. I suonatori di tamburi sacri si preparano con la schiena appoggiata all’albero. Saranno loro, col suono delle percussioni, a chiamare gli Spiriti, in questo caso Xanghò, il potente vudu del fulmine e del fuoco.
La folla si apre per lasciare passare gli adepti. I più piccoli hanno appena perduto i denti da latte e stanno vicino ai fratelli più grandi per capire cosa fare senza commettere errori, gli adolescenti si pavoneggiano orgogliosi. Sono tutti a torso nudo, vestiti con l’ampia gonna rossa a più strati che continuerà a roteare seguendo i loro movimenti di danza. Sulle loro spalle viene messo un oggetto cilindrico molto pesante contenente polvere da sparo. I più abili lo fanno rimbalzare senza perdere il ritmo della danza.

Egungun - foto Anthony Pappone
Egungun – foto Anthony Pappone

«Potrei credere solamente a un dio che sapesse danzare».
La celebre frase di Nietzsche qui diventa realtà. Il vudu è un dio che danza e che come preghiere chiede danze. Anche il Legba o Eleguà, il vudu più importante perché apre la strada ed elimina ciò che è di ostacolo, è molto fisico. I suoi adepti muovono le mani come se avessero in mano un machete invisibile con cui fare strada, liberare lo spazio. Statue di terra collocate all’entrata dei villaggi o all’ingresso delle capanne lo rappresentano spesso con un grosso fallo che ne testimonia la potenza. I vudu sono spiriti invisibili ma la loro fisicità preme per esprimersi.

Festival del vudu - foto Anthony Pappone
Festival del vudu – foto Anthony Pappone

La danza è solo uno degli aspetti della corporeità di questa che, in Benin, è la religione ufficiale, con un capo spirituale la cui autorità è da tutti riconosciuta. Altri elementi di fisicità sono il corpo in trance il sangue versato dell’animale e sono proprio questi tratti che affascinano ma contemporaneamente spaventano gli occidentali disponendoli a un atteggiamento che va dalla condiscendenza al disagio o alla repulsione.
All’interno della cultura tradizionale africana, niente come il vudu attrae e raccapriccia contemporaneamente l’occidentale. Il fatto è che noi siamo abituati a scindere spirito e materia e a identificare il sacro con il disincarnato, lo smaterializzato, per cui il vudu viene visto come una superstizione per di più crudele e pericolosa. Eppure se leggiamo le pagine scritte da Wole Soynka nel suo «Africa», la religione degli Orisha, come altrimenti vengono chiamati i vudu, è estremamente tollerante e aperta, molto più del Cristianesimo e dell’Islam che assai spesso hanno presentato in Africa e non solo, un volto prevaricatore e violento.
Per cominciare, nella religione vudu il sacerdozio non è prerogativa maschile e lo stesso Dio creatore, quando viene definito col suo nome più completo è chiamato Mawu Liza, cioè Dio nel suo principio maschile e femminile.
A differenza, però, di quanto avviene nel Cristianesimo o nell’Islam, Dio si disinteressa di ciò che ha creato. La sua funzione si esaurisce con la creazione e la distanza tra lui e l’umano è incolmabile, per cui all’uomo in cerca di protezione e aiuto non resta che rivolgersi agli Spiriti intermedi creati da Dio come emanazione della sua energia. Tra questi Spiriti i più importanti sono personificazioni di elementi della natura: il Fuoco, il Ferro, l’Acqua.

Cerimonia Zangbeto - foto Anthony Pappone
Cerimonia Zangbeto – foto Anthony Pappone

Agli occidentali abituati a una lettura esclusivamente immanente della natura, questa venerazione appare incomprensibile, sconcertante nella sua ingenuità. Ma l’africano è abituato a guardare la natura in modo ben diverso. Il valore supremo è la trasmissione della vita e per vita non si intende solo quella umana, bensì quella fitta rete relazionale che comprende gli Antenati, i non ancora nati e la natura nel suo complesso di animali, piante, rocce e acqua. L’uomo non è né sovrano né proprietario, è solo un piccolo essere bisognoso di tutto, di piante, di acqua, di terra e animali e poiché la sua vita dipende dai doni che la natura gli concede, verso tutto ciò che fa parte del mondo naturale egli nutre la gratitudine e l’affetto che si riservano a chi ci ha generato e ci accudisce.
In Africa il concetto di male e di bene è abbastanza semplice: è bene ciò che genera e protegge la vita, è male ciò che la impedisce. Capire il vudu, per noi occidentali è impossibile ma se riusciremo a comprendere questa diversa qualità della relazione con la natura, saremo almeno in grado di porci in ascolto senza giudicare.

Donna Taneka - foto Anthony Pappone
Donna Taneka – foto Anthony Pappone
XHANGÒ

Altro vudu popolarissimo è Xanghò, lo Spirito del fulmine e del fuoco. Anche Xanghò ha doppia natura, maschile quella del fulmine che incendia e distrugge ma femminile e piena di tenerezza, quella della pioggia che lo accompagna e che spegne il fuoco e disseta la terra. Il fuoco è calore, difesa dai predatori, permette il passaggio dal crudo al cotto, dallo stato di natura allo stato di cultura, permette la lavorazione dei metalli, la techne. Anche noi col mito di Prometeo guardavamo al fuoco come a un dono divino, ma poi la ragione ha avuto il sopravvento e cancellato il mondo del mito. Per noi il fuoco è quello dell’accendino ma presso alcuni popoli il fuoco nella sua sacralità evoca ancora la sensazione di stupore e gratitudine che suscitò al suo apparire.

EGU

Legato a Xanghò è Egu, o Ogoun, lo Spirito del ferro. Il ferro è stato ed è fondamentale per il mantenimento della vita spirituale e materiale di una comunità. Senza il ferro mancano gli strumenti per lavorare la terra, per cacciare, per difendersi. Senza il ferro non ci sarebbero né operazioni chirurgiche né circoncisioni. All’interno delle comunità, senza il ferro ci sarebbe il disordine, l’indifferenziato. Per questo l’intera operazione di estrazione e lavorazione del materiale ferroso è paragonata a una nascita ed eseguita secondo un rituale molto meticoloso che non accetta deroghe.

LA TRANCE

Ovviamente è impossibile parlare di tutti gli Spiriti che animano questo Pantheon fluido a cui continuamente se ne aggiungono altri in una pacifica e rispettosa convivenza. È più interessante per noi parlare dell’altro fenomeno attraverso cui fa irruzione l’altra e più potente manifestazione fisica del vudu, la trance. La possessione come manifestazione del divino è per noi qualcosa di inquietante perché non ci siamo più abituati. Eppure già il filosofo greco Platone parlava della mania come via privilegiata per la conoscenza. È nella trance che il/la vudussi raggiunge l’estasi, la perfetta comunione con lo spirito che entra nel suo corpo. Per gli adepti, la trance è fonte di gioia, è liberatoria perché permette di unirsi alla divinità e di esprimere quelle parti del sé che altrimenti resterebbero inespresse.

Adepta vudu - foto Irene Fornasiero
Adepta vudu – foto Irene Fornasiero
Come ho già detto, la trance o estasi, ec-stasis, essere fuori di sé, non era un fenomeno sconosciuto al mondo occidentale. Nel tempio di Apollo Pithyo, a Delfi, la sacerdotessa di Apollo, Pithya o Pitonessa divinava, cioè comunicava col mondo degli spiriti, dopo essere entrata in trance. È esattamente ciò che accade ancora adesso nel Tempio dei Pitoni sacri a Ouidah. C’è un filo molto forte che lega il mondo religioso africano al mondo greco arcaico, a quel mondo del mito in cui le religioni erano misteriche e l’uomo religioso era un iniziato. È con il trionfo della logica che il mito perde la sua sacralità nel mondo occidentale e la conserva in altri mondi, in altre culture. Non a caso, per celebrare questa morte, Euripide compose la sua ultima tragedia, «Le Baccanti», in onore di Dioniso, il dio delle donne e dell’ebbrezza che ha tutte le caratteristiche di uno spirito vudu.

Luciana Riggio
Antropologa, collaboratrice del Museo Africano di Verona

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Kanaga Adventure Tours propone dal 4 al 12 gennaio 2019 il
Festival del vudu di Ouidah
con l’accompagnamento antropologico della prof.ssa Luciana Riggio

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Kanaga Adventure Tours