La cultura materiale del viaggio

Da molto tempo mi occupo di storia dei viaggi e delle esplorazioni, con particolare interesse verso la cultura materiale del viaggio.
Argomento considerato minore e perciò poco o nulla trattato in letteratura. Ingiustamente, in quanto la riuscita di un viaggio dipende in gran parte dalla preparazione logistica e dall’abilità del viaggiatore nell’affrontare i problemi che gli si parano davanti durante il percorso.
Problemi e difficoltà concrete, che riguardano la scelta dell’abbigliamento, i mezzi di trasporto usati, il rapporto con le guide e gli interpreti locali, il semplice sostentamento, i vari sistemi di approntare un campo e molte altre cose.
Senza parlare dei trucchi e degli espedienti utili a risolvere situazioni impreviste.
In questo quadro emergono per importanza le attrezzature e il materiale che vanno a costituire il bagaglio del viaggiatore.
Che si parli delle grandi spedizioni degli esploratori ottocenteschi, cariche delle merci più disparate, o dei pochi oggetti che accompagnano gli spostamenti del turista moderno, ha poca importanza.
In ogni caso, qualunque sia la meta o la durata del viaggio, il bagaglio è un elemento essenziale, strategico.
Appartiene alla cultura di tutta l’umanità, fin dai primordi della storia. In passato come oggi.
Siamo tutti viaggiatori: che sia per diporto, per necessità o per lavoro non muta la prospettiva. Borse e valigie ci hanno accompagnato per tutta la vita, in tutte le età, durante ogni spostamento, appena oltre la soglia di casa o in paesi lontani.
Per ciò che mi riguarda, come molti altri, per tutta la vita non ho fatto altro che fare e disfare bagagli. In quanto viaggiatore a tempo pieno, è quindi ovvio che il bagaglio e i suoi contenuti abbiano da sempre suscitato in me curiosità e attenzione non passeggeri.
Ma la vera molla che ha destato il mio interesse sono stati i bagagli dei miei occasionali compagni di viaggio.
Dalle loro borse ho visto uscire di tutto, nelle circostanze e nei luoghi più insoliti: flaconi di tinta per i capelli e scarpe coi tacchi a spillo nella savana africana e ferri da stiro portatili in Mongolia; pietre, sabbia e conchiglie tenute come portafortuna; derrate alimentari di ogni tipo, souvenir improbabili e una serie infinita di articoli perlomeno balzani.
Ugualmente imperscrutabile è il rapporto che ognuno ha con il bagaglio che si trascina appresso.
Come quel signore attempato che incontrai anni fa durante un viaggio nell’Angola meridionale: ogni giorno abbandonava qualcosa di sé lungo il percorso e il suo bagaglio, mano a mano che passavano i giorni, si assottigliava sempre più.
L’atto finale di questa sistematica, volontaria spoliazione, fu l’abbandono della borsa, ormai vuota, appena fuori dell’aeroporto.
Cosa voleva dire quella sorta di rito sacrificale, all’apparenza irrazionale e illogico? Quali meccanismi psicologici implicava quel comportamento? Non ebbi mai il coraggio di chiederglielo.
Ma da allora iniziai a vedere il bagaglio con occhi diversi. Non solo un inventario di quel che si porta con sé in viaggio, ma qualcosa di più. Che meritava di essere investigato in profondità, decodificato.
Tracciarne le origini, ricostruirne l’evoluzione e la storia non era sufficiente. Il bagaglio, o almeno quella parte che non ha a che fare con la sopravvivenza e il comfort quotidiani, mi apparve in quest’ottica come un set culturale autodeterminato, un simulacro portatile della nostra identità.
Come uno specchio, che rivela la personalità del viaggiatore, le motivazioni della partenza, le aspettative, i mille modi di pensare e vedere il mondo.
Insomma, il bagaglio ci identifica, racconta chi siamo e cosa vogliamo, proiettando la nostra immagine all’esterno.
Da questi indizi, all’inizio poco più che labili intuizioni, è nata l’idea de L’uomo con la valigia, mostra ospitata da Fondazione Torino Musei presso il Borgo Medievale di Torino, seguita dopo due anni dalla realizzazione del sito web.

Paolo Novaresio